L’ITALIA TI SPEZZA IL CUORE

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di Frank Bruni per The New York Times

Traduzione di ItaliaDallEstero.info

“La prima sera di ritorno in Italia, durante una cena a Milano, ho osservato ed ascoltato una coppia di quarantenni di successo che pianificavano la fuga da un paese che amano, ma in cui non hanno più fiducia.

Hanno spostato i piatti, aperto il computer e iniziato a cercare agenzie immobiliari a Londra, dove ad uno di loro era stato offerto un trasferimento. I prezzi li sconvolgevano, senza tuttavia scoraggiarli. Hanno un figlio di 10 anni e temono che l’Italia, con il tasso di disoccupazione giovanile al 40% e un’economia apatica che sembra ormai nella norma, non garantisca un futuro troppo brillante per lui.

Due giorni dopo, a circa 400 km da Milano, è stata una donna italiana più anziana, sulla settantina direi, a lamentarsi del suo paese. Stavo pranzando in montagna, nelle Marche, e con una salsiccia di cinghiale selvatico davanti ai miei occhi e un castello che svettava più su, potevo facilmente convincermi di trovarmi in paradiso. “Un museo”, mi ha corretto lei, “Lei si trova in un museo e giardino biologico”. Questo è ciò che resta dell’Italia, ha aggiunto. Ogni anno il paese perde più grinta – e importanza.

Essendo fortunato abbastanza da aver vissuto qui in passato e poterci tornare spesso, sono più che abituato al pessimismo teatrale italiano, a quel talento per la lamentela. E’ una sorta di sport, quasi un’opera, messa in scena con gesti struggenti e intonazioni musicali e, in passato, con la consapevolezza non ci fosse davvero nessun altro posto dove andare.

Ma la sinfonia è cambiata questa volta. Il morale è cambiato. Chiedete a degli studenti italiani cosa li attende dopo la laurea e loro faranno spallucce. Chiedete ai loro genitori come e quando l’Italia arriverà a un punto di svolta e otterrete la stessa espressione disorientata. Senti molte più storie su chi è andato a vivere nel Regno Unito o negli Stati Uniti rispetto a dieci, o anche solo cinque anni fa. E senti meno fiducia nel domani.

La cosa mi ha sorpreso, ma anche spaventato, perchè sono arrivato qui immediatamente dopo la chiusura del nostro governo e ho osservato il malcontento italiano attraverso un filtro di disincanto americano, interpretandolo come un monito. L’Italia è il risultato di ciò che succede quando un paese sa benissimo quali sono i suoi problemi, ma non riesce a trovare disciplina e volontà per risolverli.

E’ ciò che accade quando disfunzioni politiche vanno per le lunghe e un buon governo diventa un miraggio, un mito, una barzelletta. L’Italia si appoggia sulle sue fortune fenomenali anziché costruire su di esse, perdendo la presa su un’economia globale che ha concorrenti più agguerriti.

Suona familiare? C’è così tanta bellezza e potenziale qui, e così tanto spreco. L’Italia ti spezza il cuore.

E non dipende tutto da Silvio Berlusconi. La sua recente condanna per frode fiscale, insieme al divieto di detenere un ruolo pubblico per diversi anni, non hanno portato quel senso di sollievo e nuovo inizio che ci si potrebbe aspettare.
Ha piuttosto costretto gli italiani ha riconoscere che mentre lui sprecava tempo, peggiorando la situazione e restando una ridicola, caricaturale distrazione, i problemi alla base del paese (le regole eccessive ed una burocrazia rococò che soffoca le imprese, un sistema chiuso di favoritismi che isola le iniziative, la corruzione e il cinismo dilaganti) diventavano insormontabili.

Nel secondo quadrimestre del 2013, il debito pubblico italiano è cresciuto del 133% rispetto al prodotto interno lordo: il secondo più alto nella eurozona, seguito solo dalla Grecia. Il calo del PIL di circa l’8% dal picco pre-crisi è peggiore di quello della Spagna o del Portogallo. Non c’è stato ancora un recupero significativo, sebbene una crescita minima potrebbe avvenire verso la fine dell’anno.

Ma non c’è bisogno di citare i numeri per misurare la deriva italiana. Basta scendere dal treno ad alta velocità (spettacolare) o lasciare l’autostrada e viaggiare sulle strade secondarie, che cadono a pezzi. O provare a gettare la coppetta vuota del gelato in uno dei cestini dei rifiuti nella capitale della paese, Roma.

A quanto pare sono sempre pieni o strabordanti. Quello a cui mi sono avvicinato io una sera vicino la Camera dei Deputati, era stato trascurato da così tanto tempo che le persone lasciavano la spazzatura ai suoi piedi, dove si era creata una montagnetta di rifiuti: l’ottavo colle di Roma.
In una città dove il budget ristretto e le inadempienze rispecchiano quelle del paese, la spazzatura è diventata un problema importante, sintomo della salute incerta dell’organismo politico.

Martedì sono stato dal dottore per parlarne. Il suo nome è Ignazio Marino. Lo scorso Giugno è stato eletto nuovo sindaco di Roma, sconfiggendo il conservatore appoggiato da Berlusconi con un notevole 64% dei voti, che lascia intuire la fame italiana di novità. Marino, 58enne, è entrato in politica solo sette anni fa, avendo trascorso la sua vita professionale precedente in qualità di chirurgo, specializzatosi in trapianti di fegato (sebbene si interessasse anche di reni e pancreas), e vivendo per la maggior parte del tempo in Pennsylvania.

Mi ha confessato che gestire Roma non è così diverso dalle sue operazioni. “Un’emergenza sotto controllo”, ha specificato. Possiede l’ufficio più bello del mondo, in un palazzo rinascimentale del Campidoglio, una piazza sulla collina progettata da Michelangelo. Un balcone vicino la sua scrivania spunta fuori come la prua affusolata di una barca sulle colline e gli archi antichi dei Fori Imperiali. Lì, ai tuoi piedi, c’è il punto in cui dicono Marco Antonio parlò dopo l’omicidio di Cesare. Di là, sulla punta delle tue dita, c’è il tempio di saturno. Una vista affascinante, ma anche uno scherno, un ricordo di glorie passate, di una grandezza sfumata da molto tempo.

Da un altro angolo dell’ufficio di Marino, abbiamo osservato da una finestra il parco dove ha parcheggiato la sua bicicletta, che usa per andare al lavoro, anche per incoraggiare un nuovo mezzo di trasporto in una città con troppo traffico e mezzi pubblici scadenti. Appariva tristemente sola. I Romani preferiscono i motorini.

Nonostante il miglioramento della situazione del traffico e dei rifiuti siano questioni importanti, c’è qualcosa di ancora più urgente nella sua agenda politica: ottenere un’amministrazione trasparente, votata ai risultati, che si differenzi dal metodo italiano di fare affari che lui, così come molti italiani con cui ho parlato, dichiarano basato su favoritismi, debiti da ripagare e tempo investito, anziché il merito.

“Se cambiamo queste cose, i soldi e gli investimenti arriveranno”, ha commentato, aggiungendo che è tornato in Italia per vincere la sua scommessa per il Senato nel 2006, perché aveva capito che era giunto il momento di smettere di lamentare i malanni del paese e cominciare a curarli.
Dottore, salvi la sua madrepatria.

Gli ho chiesto delle condizioni del suo paziente, nello specifico, Roma. Dopo una lunga, prudente pausa, ha dichiarato: “Si può salvare”. Gli ho chiesto dell’eredità lasciata da Berlusconi. “Il danno è nella cultura che lui ha creato” ha commentato Marino. “Il senso di responsabilità non era un valore”. Berlusconi ha fatto sembrare la vita italiana un party adolescenziale, un perenne, sfiancante, tira e molla con le regole, in cui quello che ottenevi contava meno di quello con cui potevi cavartela, mentre il resto andava in malora.

E ora, la sbornia. Il risveglio. Sul quotidiano La Stampa, due settimane fa, il giornalista Luca Ricolfi si scusava per non essere intervenuto da un po’ di tempo, spiegando che non c’era niente di nuovo da dire. Per 20 anni, l’Italia non si era mossa. “Tutto è inerme e fermo”, ha scritto.

Sul Corriere della Sera, la settimana seguente, Ernesto Galli della Loggia si rammaricava degli “anni e anni di paralisi” del paese, durante i quali una sorta di gerontocrazia ha impedito qualunque meritocrazia. È stato attento nel sottolineare che mentre l’Italia si “disfaceva lentamente, precipitava negli abissi”.

Un numero ancora sufficiente di italiani rimane piuttosto soddisfatto del proprio status quo, aggrappandosi a ciò che possiedono ora. Ma questo aumenta soltanto l’incertezza del domani. Il futuro, in fondo, si costruisce su flessibilità e sacrificio, sullo smuovere le acque piuttosto che galleggiare. Eppure continuano a galleggiare. In questo, sono simili a molti cittadini dell’Europa Occidentale e degli Stati Uniti.

“E’ incredibile”, ha dichiarato Paolo Crepet, psichiatra e professore italiano che ho incontrato in quest’ultimo viaggio. “Siamo un popolo creativo, siamo conosciuti nel mondo per la nostra creatività”. Eppure, ciò che lui riscontra nei suoi pazienti e spettatori non è certo il dinamismo, ma l’impotenza. “Aspettano che qualcuno mostri loro la via” ha commentato “Aspettano Godot”.

Mentre lo ascoltavo, ho sentito una morsa allo stomaco. E’ il fatalismo ciò che segue tanti anni di pessimismo? E’ questo il destino verso cui l’America si sta dirigendo?

Per l’assenza di direzione dell’Italia, ho scoperto una metafora quasi troppo facile e calzante: la causa sono quei segnali stradali che non possono essere più decifrati, poiché la trascuratezza, l’erba incolta e i rami li hanno coperti. Sfrecciavo vicino meraviglie del passato e del suo splendore – e non avevo idea se stessi realmente andando da qualche parte.”

mader

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