PIZZAROTTI PIÙ DEMOCRISTIANO CHE GRILLINO

Festa del Movimento 5 Stelle

Elvio Ubaldi, ex sindaco che «moderando» Forza Italia riuscì negli Anni 90 a strappare Parma alla sinistra, sostiene che Federico Pizzarotti sia vittima di «andreottismo inconsapevole»: in assenza di scelte strategiche procede nel solco del «tirare a campare» che, secondo la massima del Divo Giulio, è sempre meglio che tirare le cuoia. C’è molta malizia democristiana in questa immagine, ma certo è più realistica di quella della «nostra Stalingrado» che Beppe Grillo consegnò ai parmigiani durante la vittoriosa campagna elettorale.  

A quasi due anni di distanza, lo stile di governo di Pizzarotti, primo sindaco di un capoluogo espresso dal Movimento 5 Stelle, si è rivelato distante dagli stereotipi e dai pregiudizi sul «grillismo». Toni bassi, andamento prudente, nessun salto nel buio, pochi progetti innovativi, molta ordinaria amministrazione. Più pragmatismo che discontinuità, in una realtà borghese e moderata che forse per questo non tributa a Pizzarotti la disillusione che si respira in altri città che negli ultimi anni hanno incornato sindaci «alternativi».

In sintesi, Pizzarotti era stato eletto per due motivi: il Pdl aveva sommerso Parma di debiti (850 milioni di euro) e corruzione; il Pd puzzava di palazzo ed era il principale sponsor dell’inceneritore alle porte della città. Il sindaco targato M5S tiene alta la bandiera della questione morale, non solo per l’assenza di scandali (che a Parma è già una notizia) ma anche per sobrietà e lotta agli sprechi: auto blu, consulenze, biglietti gratis, indennità. Ma ha perso la guerra sull’inceneritore.

Grillo, in un comizio pochi mesi dopo le elezioni (l’ultima volta che si è fatto vedere a Parma), aveva detto: «Questo inceneritore non deve accendersi, non lo faranno mai e se lo faranno dovranno passare sul cadavere di Pizzarotti». Il quale ha provato a bloccare in extremis l’impianto a colpi di cavilli, ma senza successo. Poi si è arreso, opponendo un atteggiamento squisitamente istituzionale a chi, pure nel suo ambiente, lo incoraggiava a iniziative clamorose. Niente sabotaggi, nessuna azione di disobbedienza civile. Pizzarotti non ha cambiato idea sul forno, ma non lo combatte con il sacro furore del crociato: ora cerca di condizionare il nuovo piano regionale sui rifiuti. Mutatis mutandis, tutt’altro metodo rispetto a Grillo che si prende una condanna penale per aver violato i sigilli alla baita No Tav.

La rottura grillina, a Parma, non s’è vista nel metodo (i tentativi di partecipazione e democrazia diretta sono finora evanescenti) né sui principali dossier amministrativi. Dalla gestione del debito ai servizi pubblici. Sul primo fronte, il più delicato e complicato, il sindaco si è mosso con prudenza, all’insegna del rigore finanziario, ma alcune partite decisive sono ancora nebulose. La parziale privatizzazione dell’azienda di trasporto, avviata dal centrodestra, è stata confermata. La gestione di alcuni servizi all’infanzia resta in mano a una cooperativa, a dispetto dell’impegno elettorale di riportarlo sotto l’egida del Comune. La raccolta differenziata è stata estesa e portata dal 47 al 55 per cento, ma con gradualità e non senza proteste e disagi. Sull’acqua e sui beni comuni, altro pilastro del grillismo (molti militanti oggi consiglieri si sono conosciuti al tempo del referendum del 2011), siamo fermi ai proclami.

Sulla mobilità è ancora in vigore il piano del Pdl del 2007, che prevedeva il faraonico progetto della metropolitana, assai caro all’ex ministro berlusconiano Lunardi e tramontato solo per mancanza di soldi. Sull’urbanistica la variante al piano regolatore, che dovrebbe innovare sul consumo di suolo, resta una promessa da mantenere. Nell’attesa si dà seguito ai progetti ereditati dal Pdl, compresi i vituperati centri commerciali.

Anche sulle questioni interne al M5S, Pizzarotti esibisce uno stile analogo. Mai sopra le righe, mai eccessi di zelo, sempre rispettoso del ruolo di Grillo e Casaleggio senza rinunciare a spazi di autonomia che gli garantiscono attestati di stima trasversali. Appena insediatosi, cedette al diktat dello «staff» rinunciando a ingaggiare l’eretico Valentino Tavolazzi come city manager. Pochi mesi dopo, commentò senza entusiasmo da pasdaran la cacciata del consigliere regionale emiliano Giovanni Favia (che ieri ha twittato «Federico è nella black list da tempo, prima o poi ci sarà il divorzio»), preoccupandosi di conciliare pluralismo e unità del movimento. Timori amplificati nei giorni scorsi dopo l’espulsione dei quattro senatori. In mezzo, il V-day di Genova a cui non s’è visto. Troppo democristiano per Grillo, di questi tempi.

mader

di Giuseppe Salvaggiulo per La Stampa

 

 

 

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