AGGREDITO L’AUTISTA DEL PM CHE INDAGA SUI NO TAV

no-tav-matteoderricoLo hanno aggredito sotto casa, quasi in centro a Torino. Strada residenziale, di negozi e palazzi. Erano in tre, avevano un cappuccio sul viso. Determinati. L’auto appena posteggiata. «Servo dei servi dei servi» gli hanno urlato in faccia. E gli sono saltati addosso. Botte. Insulti. Poi, protetti dalla notte sono scappati, senza essere visti.

Il protagonista di questa storia è Giuseppe, autista di Antonio Rinaudo, uno dei due magistrati in prima fila nelle indagini contro la parte violenta del mondo No Tav. Lui e Andrea Padalino, già finito pure lui nel mirino degli antagonisti. Critiche, accuse, scritte sui muri. C’è di tutto in questa campagna che ha nel mirino magistrati, poliziotti e giornalisti. E adesso nel mirino è finito pure uno degli autisti della Procura, un «giudiziario» come li chiamano gli addetti ai lavori, un dipendente del Ministero. Che ha una sola colpa: quella di fare ciò per cui lo pagano, portare in auto un magistrato. Rinaudo, appunto.

Che la matrice dell’aggressione sia quella dell’antagonismo più violento, quello che ha a che fare con gli scontri in val di Susa, le proteste contro i Cie e via discorrendo non ci sono dubbi. Anzi. Se mai si volessero cercare conferme basta leggere qui le parole che hanno urlato gli aggressori a Giuseppe «Servo dei servi dei servi», un leit motiv sentito troppe volte in passato. Alle manifestazioni più dure. Alle giornate di protesta. E sempre dirette contro poliziotti e carabinieri. A Giuseppe hanno poi riservato un’altra frase che gela il sangue: «Oggi tocca a te. Domani verranno gli altri».

Parole che rimandano agli anni più bui del terrorismo. Agli anni dove parlavano le armi e poi le rivendicazioni «Altri seguiranno».
Stefano Esposito, parlamentare del Pd, anche lui finito nel mirino della protesta violenta per le sue posizioni sulla Tav, adesso allarga le braccia: «Tutto questo è pazzesco», commenta a caldo. «Una situazione che va fermata. Subito». Lo dicono tutti, adesso, in queste ore dopo l’aggressione. Esposito va oltre. Punta il dito contro «le connivenze, i silenzi e le strizzatine d’occhio che producono questi effetti». Da parte di chi? «Di quanti tendono a giustificare anche ciò che non è giustificabile». Chi? «La politica, alcune fette dell’informazione e molti altri settori»

Ora il racconto di Giuseppe è al vaglio degli investigatori della Digos torinese, diretta da Giuseppe Petronzi. Si cerca di dare nomi e volti agli aggressori. Giuseppe ricorda tutto, ha tutto nitido in testa: «Mi hanno urlato questa è la fine che farete».

Stefano Esposito, cui avevano piazzato, qualche mese fa, una bomba molotov davanti alla porta di casa è sconvolto. «Se la sono presa con il più debole della catena. Con un autista, capite. Un lavoratore. Qui finiremo male. Molto male davvero».

mader

Ludovico Poletto per http://www.lastampa.it/

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