Beppe Grillo, La Stampa, mader, Movimento 5 stelle

IL CONFLITTO DI INTERESSI DEL SENATORE M5S CIAMPOLILLO


Il grillino Ciampolillo fa parte della commissione Comunicazioni che della Vigilanza dei servizi radiotelevisivi. Appena eletto senatore ha ceduto le quote del suo network di emittenti, ma alla madre.

Capita così che sul senatore Alfonso Ciampolillo piova il sospetto di un conflitto d’interessi in stile berlusconiano. M5S della primissima ora, candidato sindaco a Bari nel lontano 2009, quando le percentuali erano davvero da prefisso telefonico (0,4%), era proprietario fino allo scorso anno di un network di tre radio locali pugliesi. Radio Alta, Bari Radio Uno, Radio Terlizzi Stereo. Musica e impegno: il consiglio comunale di Rutigliano gli affida il bando per la trasmissione delle dirette del consiglio comunale.

Appena entrato a Palazzo Madama, Ciampolillo diventa membro sia della commissione Trasporti e Comunicazioni che commissario in Vigilanza dei servizi radiotelevisivi e allora decide di disfarsi delle quote. Ne cede il 95 per cento. A sua madre. Conflitto d’interessi? «Assolutamente no, io sono un dipendente Telecom, quello delle radio è solo un hobby», replica lui. È così, lavora nel colosso delle telecomunicazione dal 1999 e lì svolge l’attività sindacale nell’Ugl, incarico che lascerà all’inizio del 2013 prima di entrare in Parlamento. I sindacati. Quelli «vecchi e dunque da eliminare». Parola di Grillo. 

Inoltre le tre radio di Ciampolillo accedono agli odiatissimi finanziamenti pubblici e pagano l’energia elettrica a un prezzo basso. Lui risponde serafico: «Lo so che nel M5S siamo per eliminarli, ma o li togliamo tutti o, se uno li prende, allora anche gli altri li devono prendere. Altrimenti non lavoreremmo a condizioni di mercato».  

«Stiamo tra la gente, basta tv», diceva ieri Luigi Di Maio, affacciandosi al Tg3 per esercitarsi sulla fune: «Vale la linea che sarà votata in assemblea», spiegava, come se la linea in questi mesi non l’avesse tracciata l’asse Genova-Milano. «Dobbiamo stare al fianco dei cittadini. Cercare di risolvere le ingiustizie», proseguiva, dicendo in pratica che hanno ragione tutti, da quelli che «il Parlamento è una fogna», ai «facciamo autocritica». 
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Francesco Maesano per La Stampa
Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio, Grillo, Il Messaggero, Luigi di Maio, mader, Movimento 5 stelle

CASALEGGIO ROTTAMA GRILLO


Un Grillo troppo invadente fino a poche settimane fa. E adesso, un po “stanchino”. Tanto da avviare la sua successione con un “direttorio” di cinque membri. Ma la nascita del M5S 2.0 non si limiterà a questo. Secondo quanto scrive oggi il quotidiano Il Messaggero, Gianroberto Casaleggio e il figlio Davide starebbero lavorando a importanti novità che nei fatti significherebbero la rottamazione di Beppe Grillo e la definitiva “spersonalizzazione” del movimento.

Il primo di questi interventi, al quale soprattutto Davide Casaleggio starebbe lavorando, è la creazione di un nuovo sito “istituzionale” del Movimento che sostituirebbe via via come voce ufficiale dei 5 Stelle il blog di grillo, che non verrà cancellato ma resterebbe come sito del garante.

La seconda mossa, sarebbe quella di levare dal simbolo del partito, che verrebbe in gran parte ridisegnato pur mantenendo il giallo come colore predominante, lo stesso nome di Grillo. Al suo posto dovrebbe esserci il nuovo indirizzo web del movimento. Beppe, così, da padre padrone del Movimento, ne diventerebbe solo un testimonial. E Casaleggio e i suoi avrebbero pure giù pronto il nome del candidato premier alle prossime elezioni politiche: Luigi Di Maio.
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Beppe Grillo, Grillo, Linkiesta, mader, Marco Sarti, Movimento 5 stelle

ORMAI GRILLO È UN PUGILE SUONATO


Arrabbiato e deluso, Massimo Artini non è più un esponente del Movimento Cinque Stelle. Vicepresidente della commissione Difesa, tra i parlamentari più attivi nel Palazzo e sul territorio, è stato espulso al termine di un discusso voto in Rete. Ufficialmente paga la mancata restituzione di settemila euro dallo stipendio da deputato. «Tutte falsità» racconta.

«Ho restituito oltre sessantamila euro, figuriamoci se il problema sono quei soldi». Il motivo della sua epurazione è evidentemente diverso. Artini racconta di essere finito al centro delle polemiche per aver criticato il metodo ufficiale di rendicontazione degli stipendi. Probabilmente anche per aver fatto autocritica dopo il magro risultato elettorale alle Regionali. «Mi si accusa persino di essere stato troppo presente sul territorio» racconta al telefono quasi incredulo. «Ormai il Movimento Cinque Stelle per come l’avevamo conosciuto non esiste più – si sfoga nell’inconfondibile accento toscano – Manca il contraddittorio, un confronto. L’interesse di chi gestisce il blog è solo fare click, mantenere i 20 milioni di utenti unici a settimana».

Intanto in rete gli attivisti approvano la proposta di Grillo, che sarà affiancato da cinque parlamentari. Un direttorio composto dai deputati Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco e Carlo Sibilia. «E questa sarebbe democrazia?» alza le spalle Artini. «Li ha scelti lui, dall’alto, come le liste bloccate».

Eppure, subito dopo il voto, lei era corso a Marina di Bibbona per incontrare Grillo e chiedere un confronto in merito alla sua espulsione. 

Sì, sono andato e mi ha ricevuto. Ma è stato un incontro molto deludente. Grillo è stato irremovibile, convinto di tutte le accuse che gli erano state riferite dai suoi cerchi magici interni. Non c’è stato modo di discutere. Mi ha detto che la decisione di far votare in Rete la mia espulsione nasceva dal fatto che l’assemblea dei parlamentari non avrebbe mai fatto quel tipo di scelta.

Si parla di 7mila euro mai restituiti però.

Falsità, tutte storie inventate. In realtà mi si è arrivati ad accusare persino di essere stato troppo presente sul territorio, di aver creato gruppi troppo autonomi.

Insisto, rendere una parte degli stipendi da parlamentare era uno dei primi impegni dei Cinque Stelle.

Ma ancora con questi settemila euro? Da quando sono deputato ho reso prima 30mila, poi 14mila, infine 17mila euro. Basta fare i conti. Se volevo trattenere dei soldi prendevo 7mila euro? Io pago per aver contestato il metodo di rendicontazione degli stipendi (la piattaforma tirendiconto.it, ndr).

Lei ha messo in dubbio anche la consultazione online che ha portato alla sua espulsione con quasi il 70 per cento dei voti.

A giudicare dai commenti arrivati sul blog era plausibile anche un altro esito… ma non voglio fare questi discorsi. Certo, diventa difficile dimostrarlo visto che non c’è alcuna certificazione di queste votazioni sul blog.

E in Parlamento qualcuno teme che presto potrebbero arrivare altre espulsioni.

Può darsi, può essere che ne arriveranno altre. E non solo con la scusa delle mancate spese da rendicontare. Vedrete, se servirà inventeranno altri pretesti…

Gli attivisti in Rete dovranno votare anche quelle.

Qui si sta cercando di trasformare gli attivisti in tanti fan, tutti convinti che il blog ha sempre ragione. Ormai manca il contraddittorio, manca un confronto. Nella mente dei mediocri che gestiscono questo blog, e non parlo di Beppe Grillo, l’interesse è solo fare click. Tenere alta l’attenzione, continuare a mantenere 20 milioni di utenti unici a settimana.

Alla Camera com’è la situazione? In queste ore molti deputati si sono pubblicamente espressi in suo favore. 

Molti deputati sono rattristati. Non so neanche io cosa succederà. Aspettiamo, credo che la prossima settimana sarà decisiva.

Intanto la Rete ha approvato con il 91 per cento il nuovo direttorio. I cinque deputati scelti da Grillo, che si è definito “un po’ stanchino”, per affiancarlo nella gestione del movimento.

E così si dimetterà un altro po’ di gente. Ma questa è democrazia? Li ha scelti lui, dall’alto. È un metodo ributtante, sono come le liste bloccate. Adesso anche questi cinque faranno un po’ di video, diventeranno anche loro utili per un buon prodotto editoriale.

Ancora con la storia del blog.

Ma io queste cose del blog le dico da un anno e mezzo. Per questo in tanti qui dentro mi odiano. Dovevate vedere gli sguardi di paura quando ho rischiato di diventare capogruppo alla Camera.

E adesso che succede?

Beppe Grillo il suo l’ha fatto. Temo che il Movimento Cinque Stelle vivacchierà ancora un po’. E ai deputati che resteranno forse sarà data un po’ più di visibilità.

Con l’espulsione lei è fuori dal gruppo?

Non lo so ancora. Per ora sono dentro, io non mi sono dimesso. Ma per me questa storia ormai è finita. Umanamente sono molto deluso.
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Marco Sarti per Linkiesta
mader, Movimento 5 stelle, Nicola Morra, Riccardo Nuti

DIRETTORIO 5 ESPELLE



Massimo Artini e Paola Pinna potrebbero essere solo i primi parlamentari M5s di una nuova lunga ondata di espulsioni. Una ventina in tutto, secondo  l’Adnkronos, i cartellini rossi che verranno discussi all’assemblea congiunta di mercoledì prossimo. In realtà, la riunione di deputati e senatori dovrà decidere solo se avviare la procedura di espulsione.

Sul banco degli imputati, innanzitutto, i 16 deputati che non hanno rendicontato le spese sul blog di Beppe Grillo. Per loro, lo stesso capo d’imputazione che ha portato all’espulsione di Pinna e Artini. Poi ci sarà da discutere una serie di casi legati al territorio. Dovranno risponderne Dalila Nesci e Nicola Morra, che tuttavia non correrebbero alcun rischio.

Mentre più delicate sembrerebbero le posizioni di Sebastiano Barbanti, Francesco Molinari ed Eleonora Bechis. Anche Riccardo Nuti dovrà rispondere all’assemblea dell’endorsment fatto alle europee per sostenere alcuni aspiranti europarlamentari. Ma anche per lui, considerato un ‘falco’ del Movimento, l’espulsione sembra altamente improbabile.

La decisione di affrontare la questione delle espulsioni e’ stata annunciata ieri durante l’assemblea dei deputati.

Intanto c’e’ chi ipotizza gia’ un nuovo gruppo: alla Camera i numeri ci sarebbero dal momento che bastano 20 deptutati per fare un gruppo e ai 17 si sommerebbero sicuramente alcuni degli ex che ora si trovano al Misto come Alessio Tacconi e Ivan Catalano. Con 19 deputati, la deroga per avere il gruppo sarebbe quasi scontata. Tra l’arrabbiato e il deluso, i deputati a ‘rischio’ espulsione scherzano sul nome. “Potrebbe essere ‘Movimento del complotto'” scherza una deputata.
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Luigi di Maio, mader, Movimento 5 stelle

QUANDO DI MAIO DICEVA: “NEL MOVIMENTO PER NON ESSERE IN POCHI A DECIDERE PER TANTI”


“Ciao a tutti. Sono Luigi Di Maio, ho 23 anni e studio Giurisprudenza alla Federico II. Mi candido nel Movimento Pomigliano 5 Stelle, perchè sono convinto che comunque andranno queste elezioni, farò parte di un gruppo, un network, in cuitutti decideranno egualmente rispetto alle iniziative da mettere in cantiere“.

Era l’8 marzo del 2010, quando l’attuale rappresentante del direttorio imposto da Grillo, pubblica su Youtube un video in cui motiva la sua decisione di candidarsi al Consiglio Comunale di Pomigliano d’Arco.


“Sono sempre stato appassionato dall’impegno politico, all’Università, al liceo e nell’associazionismo”, scriveva Di Maio nella presentazione. “Ho sempre voluto metterci la faccia. Sono stato presidente del Consiglio alla Facoltà di Giurisprudenza. Nei licei, sul territorio, abbiamo organizzato varie iniziative, ma poi mi sono fermato perchè mi sono accorto che mi sentivo solo. Il meccanismo secondo il quale il rappresentato delegava al rappresentante, faceva in modo che eravamo sempre in pochi a decidere per tanti.


Quando abbiamo avviato l’esperienza del meetup, si è respirata subito un’altra aria. Non c’erano delegati, non c’erano rappresentanti, non c’erano capibastone, non c’erano segretari. C’erano solo le iniziative e tante persone che decidevano in egual modo intorno a quelle“.
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Beppe Grillo, Carlo Sibilia, Grillo, La Stampa, Luigi di Maio, mader, Movimento 5 stelle, Roberto Fico

5 LEADER PER GAFFE A 5 STELLE


Beppe Grillo se ne è reso conto: così non funziona. Affidare la vita del partito a intermittenti consultazioni on line, a eventuali assemblee di parlamentari, a interpretazioni del regolamento o all’umore del giorno rischia di consegnare l’immagine di un movimento rapsodico, non sempre razionale, prossimo della bizzarria. Per scongiurare il pericolo, Grillo ha avanzato la proposta di un direttorio composto da cinque eletti, e ne suggerisce i nomi: Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco, Carlo Sibilia. Vediamo i profili dei giovani incaricati di irrobustire il lato pensante dei cinque stelle. 

Partire da Sibilia non è atto da maramaldi. Anzi. Sibilia (avellinese, 28 anni) è uno che prima di entrare alla Camera si offrì al dibattito politico con una proposta di legge che, oltre ai matrimoni gay, consentisse di «sposarsi in più di due persone» e «anche tra specie diverse purché consenzienti». Il mistero che ancora avvolge quest’ultima affermazione è stato dimenticato grazie alla maturazione politica che ha condotto Sibilia ad affrontare vari temi di grande rilievo. 

Il giorno del 45° anniversario della sbarco sulla Luna, Sibilia si è chiesto, nella sua personalissima contabilità, come mai «dopo 43 anni ancora nessuno se la sente di dire che era una farsa». L’uomo non andò mai sulla Luna, sostiene Sibilia, che insiste sulla politica estera quando, lo scorso ottobre, c’è una sparatoria nel Parlamento canadese: «Opera di un pazzo o di qualcuno che ha ritrovato la ragione?». A chi «attribuire le colpe», si chiede arguto Sibilia non prima di avere offerto «solidarietà a chi ha perso la vita», disgraziatamente non più in grado apprezzare il gentile pensiero. Ecco, partire da qui potrebbe sembrare un pò da farabutti. Ma l’idea è di andare in crescendo.

Infatti ha ben altra caratura Di Battista (romano, 36 anni), detto Dibba, forse il più osannato dei grillini. Dibba è uno che ha l’aria di quello cui non la si dà a bere. «Diamo fastidio», dice, e sa i rischi che corrono rivoluzionari della sua stoffa: «Prevedo attacchi sempre più mirati, magari a qualcuno di noi un po’ più in vista. Ti mandano qualche ragazza consenziente che poi ti denuncia per stupro, ti nascondono una dose di cocaina nella giacca…». E chi? «Pezzi di Stato deviati. Il sistema fa questo». Lui ha girato il mondo, è stato in Guatemala, in Congo, nel Nepal, conosce i narcos e sa che le decapitazioni dell’Isis sono figlie di Guantanamo come Guantanamo fu figlia dell’11 settembre e così via, fino ad Annibale. È stato sorpreso in aula mentre guardava una partita in streaming ma la sua passione non si discute: celebre il tentativo (poi si trattenne) di entrare in una Commissione abbattendone la porta col busto marmoreo di Giovanni Giolitti. 

Roberto Fico (napoletano, 40 anni), poi, è uomo titolato, è il presidente della Commissione di vigilanza Rai, ruolo interpretato in forme innovative: partecipa all’occupazione della Rai con Grillo, non ha niente da dire quando il suo capo dice di evadere il canone, fa interrogazioni sul direttore di Rainews che è andato al Bilderberg, propone la chiusura di Porta a Porta. Per Fico, Grillo è «patrimonio mondiale dell’umanità come le Dolomiti e la Costiera Amalfitana». Come è evidente, il calibro del direttorio si dilata.

Dinfatti Carla Ruocco (napoletana, 41 anni) è madre e donna moderata, ogni tanto si alza in aula e dice che Renato Brunetta è il gran capo del malaffare – ma è il minimo per restare nei Cinque stelle. Appena entrata a Montecitorio disse che suo desiderio era di favorire un’adeguata «redistribuzione della ricchezza», e come non essere d’accordo? Già meno solida, ma interessante, l’affermazione secondo cui «le Borse calano e lo spread cresce per colpa della legge elettorale».

E così, piano piano, siamo arrivati sino a Luigi Di Maio (avellinese, 28 anni), vicepresidente della Camera, di gran lunga il più elegante dei cinque stelle, e uno che spicca perché, quando si sbilancia, dice: «Adesso vediamo». E qui siamo a livelli di saggezza quasi democristiana.
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Mattia Feltri per La Stampa
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ANCHE LA RIVOLUZIONE FRANCESE FINI CON UN DIRETTORIO DI 5 PERSONE


Finite le votazioni on-line sul direttorio imposto da Grillo. Hanno partecipato alla votazione 37.127 iscritti. Ha votato SI il 91,7%, pari a 34.050 voti. Ha votato NO l’8,3%, pari a 3.077 voti: Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco e Carlo Sibilia sono i componenti che gli iscritti al M5S sono stati costretti a votare.

Anche la rivoluzione francese finì con un direttorio di 5 persone. Con l’esecuzione di Robespierre e dei suoi seguaci si concluse l’esperienza giacobina e iniziò quella repubblicano-moderata. Il potere passò nelle mani della convenzione, nei suoi esponenti borghesi, moderati e repubblicani. Vennero chiusi i club giacobini e messa fuori legge tutta la fazione giacobina. Al terrore di Robespierre si sostituì il terrore bianco, che colpì coloro che erano stati direttamente coinvolti nel potere giacobino.
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mader, Movimento 5 stelle

TAR LOMBARDIA CONDANNA I 5 STELLE


Il TAR Lombardia ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dai consiglieri del M5S Nicola Fuggetta di Monza, Emanuele Sana di Lissone e Francesco Sartini di Vimercate in aggiunta al Comitato Beni Comuni contro l’affidamento del servizio idrico a Brianzacque per mancanza di legittimazione, cioè “l’interesse ad agire dei ricorrenti”.

Dopo aver respinto il ricorso, il tribunale ha condannato in solido i tre consiglieri e il comitato a pagare 7.000 euro che più oneri di vario tipo significano quasi 10.000 euro in totale.

Anziché rivolgersi direttamente ai loro due capi Grillo e Casaleggio e a tutti i parlamentari grillini che tanti soldi risparmiano, i tre consiglieri hanno aperto una sottoscrizione pubblica chiedendo ai cittadini un contributo per saldare le spese.
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Beppe Grillo, Casaleggio, Gianroberto Casaleggio, Grillo, mader, Movimento 5 stelle

LA DEMOCRAZIA DIGITALE DI CASALEGGIO È GIÀ FINITA


È paradossale, dato che si tratta del lancio di una consultazione online. Ma con il Comunicato Politico numero 55 Beppe Grillo certifica, più che la sua abdicazione o quasi dal MoVimento 5 Stelle (“sono stanchino”), il fallimento dell’idea di democrazia digitale di Gianroberto Casaleggio. È quella “l’idea originaria” del movimento che in queste ore tanti attivisti, delusi dall’espulsionedi Paola Pinna e Massimo Artini, sostengono di voler difendere.

Il problema è che quell’idea, la “iperdemocrazia“, non poteva funzionare. E non ha funzionato. Nella sua versione più pura, quella teorizzata da Casaleggio appunto, significava la realizzazione pratica e concreta dell’uno vale uno: c’è 1) un insieme di cittadini – idealmente l’intera popolazione votante (la traduzione corretta, credo, dei proclami di Grillo di volere il 100% dei consensi); 2) una piattaforma informatica su cui metterli in discussione, a partire dalla votazione degli eletti; 3) un gruppo di eletti, che non sarebbero tuttavia che portavoce della volontà degli elettori, espressa in rete e per loro vincolante (“terminali della Rete“); 4) una diarchia di “non-leader”, a garanzia del rispetto delle regole minime stabilite da un “non-statuto” – pena l’espulsione. Nessuna differenza gerarchica: il voto di un militante e di Grillo dovrebbero avere lo stesso peso.

Dovrebbero. Nella prassi è andata diversamente, ma il punto è che non si capisce come avrebbe potuto essere altrimenti. Come, in altre parole, invece della realtà quotidiana del compromesso con un sistema di democrazia rappresentativa avrebbe potuto affermarsi quell’utopia slegata da ogni contesto istituzionale – e irrispettosadi ciascuna delle tante critiche che quell’utopia ha già ricevuto nella storia del pensiero politico negli ultimi vent’anni in particolare.

Ora, come da tempo, le polemiche si addensano sul quarto punto: sui margini di discrezionalità riservati in realtà dai non-leader a se stessi nel nome della loro funzione di “garanzia“. Margini che ora vengono in qualche modo ridiscussi: “il M5S ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia”, scrive Grillo nel comunicato odierno, ammettendo implicitamente – ed è questo un errore comunicativo e politico che rivela tutta la sua confessata stanchezza, forse – che fino a oggi non era nelle mani della rete “sovrana” (cit. Roberta Lombardi), ma nelle sue e in quella di pochi altri.

Insomma, non dovevano esserci livelli intermedi tra cittadini e decisione politica. L’unico mediatore doveva essere “la Rete“. E invece il risultato, nei fatti, è stato che il movimento è stato retto nelle sue linee politiche di fondo da un duo di non-leader, dal loro (misterioso e ripetutamente criticato) staff, da un inner circle di comunicatori di vario tipo – ed è un primo strato. Oggi se ne vorrebbe aggiungere un secondo, di intermediazione tra questa non-leadership e i non-parlamentari (i “cittadini-portavoce”).

A questo servono le cinque persone, i cinque eletti più eletti di altri (dato che li ha scelti Grillo tra i fedelissimi e “la Rete” può solo “certificare” o respingere), che “si incontreranno regolarmente con me per esaminare la situazione generale, condividere le decisioni più urgenti e costruire, con l’aiuto di tutti, il futuro del MoVimento 5 Stelle”. È la chiara ammissione di una sconfitta di metodo. Un metodo che del resto lo stesso Grillo ha violato espellendo Pinna e Artini facendo precedere il voto online a una decisione maggioritaria dei gruppi parlamentari. Eppure non risultano procedure di espulsione per l’ex-comico, che può anzi ribattere chiedendo le modifiche che più gli aggradano al cuore del movimento: le sue regole di convivenza e deliberazione.

Ma il problema non è Grillo: il problema è pensare che un sistema simile possa stare in piedi. Oltre al quarto punto, per restare alla schematizzazione proposta, andrebbero discussi anche gli altri tre. Siamo sicuri che senza questa gestione autoritaria il movimento sarebbe davvero andato diversamente, come sostengono ai quattro venti epurati e critici interni o non più interni del movimento stesso?

Davvero senza la presenza invadente di Grillo oggi questi “ragazzi dal volto buono” sarebbero magicamente in grado di auto-organizzarsi, farsi campagna elettorale, guadagnare consensi significativi, gestire in modo collaborativo progetti di legge e decisioni interne? La storia, litigiosa e piena di scazzi – mi si perdoni, è la parola giusta – dei meetup e dei gruppi locali sembra dire l’esatto contrario. E, lo scrivo dopo aver studiato per due anni piattaforme di partecipazione online, non sono a conoscenza di un software in grado di produrre, da solo, democrazia per un numero di utenti elevato quanto richiesto dal successo del M5S. Anzi, ho finito per convincermi che nessun software possa produrre da solo democrazia, per pochi o per tanti.

Insomma, da un lato è ridicolo pensare – come parefaccia Grillo – che i click sul blog possano misurare lo stato di salute del movimento o dirimere le questioni decisive, e insieme quelle di tutti i giorni, in una democrazia avanzata con sessanta milioni di anime. Ma dall’altro credo sia altrettanto ingenuo pensare che il problema stia nell’esercizio di autorità da parte di Grillo e non nel sistema ipotizzato in sé, nell’idea della disintermediazione totale per cui senza giornali, senza partiti, senza sindacati, senza nessun corpo intermedio si avvicini il cittadino alla gestione della cosa pubblica.

Ecco, questa credo sia una terribile menzogna. Una menzogna tipica della nostra epoca, di cui si fanno in parte portavoce anche i due Matteo che dominano lo scenario politico italiano attuale. Ma che nella teorizzazione di Casaleggio ha raggiunto il suo apice. Il che non significa che la partecipazione online sia il male assoluto, e che forme di democrazia digitale non debbano essere sperimentate. Al contrario. È che farne il fantoccio sempre salvifico ipotizzato dal guru dei Cinque Stelle nuoce terribilmente a chi voglia spendersi davvero per entrambe queste più che legittime istanze. E pensare che la crisi sia dovuta a un allontanamento da quell’idea, e non dalla sua conferma nello stravolgimento imposto dalla prassi, giorno dopo giorno, non aiuterà a produrre progetti meno litigiosi e non retti, in ultima analisi, da qualche altra non-leadership.

Se davvero il movimento deve rompersi – e sarebbe una cattiva notizia, dato che si parla comunque della principale forza di opposizione in un Paese in cui l’opposizione è già debolissima – e se lo deve fare perché non è stato in grado di metabolizzare e affrontare le critiche di merito che gli sono state mosse sul suo ideale di fondo in questi ultimi due anni, chi al suo interno ha e aveva a cuore che Internet significhi più democrazia provi almeno a pensare davvero se quella era la strada giusta per cercare di dimostrarlo.

La storia recente del movimento dovrebbe portare consiglio: quello che serve alla democrazia su Internet non è un “ritorno alle origini” del M5S, ma più democrazia di quella garantita dall’idea di democrazia di Casaleggio.
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Beppe Grillo, Carlo Sibilia, Grillo, Luigi di Maio, mader, Movimento 5 stelle, Roberto Fico

GRILLO SI ARRENDE: “SONO STANCHINO”. 5 NOMI PER I 5 STELLE


“Sono un po’ stanchino”, scrive sul suo blog aprendo la votazione. Le reazioni all’apertura però sono contrastanti e le critiche sono molte. L’unità del Movimento in crisi. E le defezioni aumentano.

Dopo le epurazioni, le proteste della base, la marcia verso Marina di Bibbona dei non allineati, Beppe Grillo batte un colpo di resa. “Il M5s ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia di quella attuale. Questo è un dato di fatto. Io, il camper e il blog non bastiamo più. Sono un po’ stanchino, come direbbe Forrest Gump”, scrive sul suo blog. Da leader unico – col fido Casaleggio – a leader assistito, aiutato, supportato da un “direttorio” scelto ad hoc. E il tutto da decidere, come sempre sul web.

Il problema è che l’abdicazione del re del voto web, l’apertura alla democratizzazione dell’azione politica a 5 stelle, avviene ancora una volta dall’alto, come un diktat: “Ho deciso di proporre cinque persone, tra le molte valide, che grazie alle loro diverse storie e competenze opereranno come riferimento più ampio del M5s in particolare sul territorio e in Parlamento”. Agli internauti rimane la scelta se dire sì o no alla rosa dei 5 fedelissimi di Grillo. O loro o niente, in sostanza. Apertura a metà che non è piaciuta a gran parte del cosiddetto popolo del web. Sul blog le voci contrarie sono molte, le critiche crescono come le disaffezioni via internet.

Quindi pur rimanendo nel ruolo di garante del M5Sho deciso di proporre cinque persone, tra le molte valide, che grazie alle loro diverse storie e competenze opereranno come riferimento più ampio del M5S in particolare sul territorio e in Parlamento. Oggi le propongo in questo ruolo per un voto agli iscritti, in ordine alfabetico:


– Alessandro Di Battista
– Luigi Di Maio
– Roberto Fico
– Carla Ruocco
– Carlo Sibilia

Le votazioni saranno attive fino alle 19.
mader