M5S, LE REGOLE PER LE CANDIDATURE REGIONALI NON ESCLUDONO GLI INDAGATI PER MAFIA


Il Movimento 5 Stelle, unica grande formazione politica non toccata dallo scandalo Mafia Capitale, si prepara alle elezioni regionali. Ma dal regolamento per le auto candidature scompare la richiesta di non essere indagati o condannati in primo grado. E tra gli esponenti c’è chi lancia l’allarme.


“Fuori la mafia dalle istituzioni”: è questo il motto a cinque stelle degli ultimi giorni. Eppure la mafia rischiano, loro malgrado, di farla entrare dalla finestra e proprio all’interno del Movimento, unica grande formazione politica che non è stata coinvolta nello scandalo Mafia Capitale.

Il blog di Beppe Grillo ha pubblicato infatti i criteri per le candidature ai consigli regionali e, a sorpresa, ha lasciato aperto il varco ai condannati in primo grado per reati gravi, così come agli inquisiti per mafia. Sono stati infatti esclusi solo coloro che hanno “condanne penali definitive” o che sono “inquisiti per reati contro la pubblica amministrazione”.

Come funzionano le regionalie.Le auto candidature alle “regionalie” per Campania, Marche, Liguria, Toscana, Puglia e Umbria si sono aperte ufficialmente il 9 dicembre: nonostante i dissapori fra le due anime del Movimento 5 Stelle, l’attività di reclutamento in vista della prossima tornata elettorale non si ferma.

La votazione sarà a doppio turno – la prima su base provinciale per la selezione dei consiglieri, a seguire la scelta del candidato alla presidenza della Regione – e rigorosamente riservata agli iscritti alla piattaforma della Casaleggio Associati. Lo annuncia proprio sul suo blog Beppe Grillo, che precisa i requisiti: “Le autocandidature di residenti in queste regioni iscritti al MoVimento 5 Stelle entro il 30 giugno 2014” che dovranno pervenire entro mezzogiorno del 12 dicembre, varranno esclusivamente per coloro “che non si siano dimessi da un incarico da eletto o abbiano già eseguito due mandati, senza condanne penali definitive, non inquisiti per reati contro la pubblica amministrazione, e che non abbiano corso contro una lista del MoVimento 5 Stelle. Tutti i candidati dovranno presentare il proprio CV online per poter essere valutati e votati entro domenica 14 dicembre”.

Fin qui tutto normale: necessaria appartenenza certificata al Movimento e poche ma precise regole decise dal blog, tra cui la fedina penale limpida. O quasi: a guardar meglio, ci si accorge che proprio questo caposaldo grillino sembra venire meno. Le maglie larghe dei criteri di selezione, infatti, aprono il varco a chiunque sia “inquisito” (termine generico probabilmente da intendersi come indagato) o addirittura condannato in primo grado per qualsivoglia reato purché esuli da illeciti commessi contro la pubblica amministrazione. Quindi, stando a quanto riportato sul blog , anche chi fosse indagato o addirittura condannato in primo grado per associazione mafiosa avrebbe la possibilità di candidarsi e passare le selezioni.

Una leggerezza che potrebbe costare molto all’immacolato pedigree dei 5 stelle, soprattutto in un momento in cui a Roma, a seguito dell’inchiesta Mafia Capitale, impazza uno degli attacchi più feroci dei grillini contro la corruzione all’interno di partiti e istituzioni.

I criteri ricalcano quelli già utilizzati (per la prima volta) in Veneto, ma non in Calabria o in Emilia-Romagna, né in Europa. Criteri che a questo punto sembrerebbero variare di volta in volta. Tanto che l’aggiunta del requisito di “non inquisito” durante le ultime regionalie aveva letteralmente spaccato il Movimento emiliano-romagnolo, a causa dell’esclusione dalle candidature del consigliere regionale Andrea Defranceschi . Sostenuto dal territorio e dalla maggior parte degli eletti, risultava però indagato in quanto capogruppo nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Bologna sulle spese dei gruppi consiliari. A causa di criteri “calati dall’alto” e “non condivisi con una votazione dalla rete”, alcuni dei parlamentari e consiglieri comunali della regione annunciarono perfino l’astensione dalla campagna elettorale.

Tra questi, la deputata riminese Giulia Sarti, che infatti oggi torna sul punto: “Il problema vero è che non si possono scrivere regole in maniera così frettolosa e approssimativa, anche se l’esclusione dei condannati per reati gravi sicuramente è sottintesa”.

Però il problema resta e la Sarti, facente parte della commissione giustizia e antimafia, ha ben presente la delicatezza della questione. C’è il rischio che vi ritroviate candidati condannati per mafia, onorevole?
“Il rischio c’è – ammette – perché le regole sono state scritte male. Sicuramente non è intenzionale: si tratta semplicemente di leggerezza, e sono certa che in ogni caso nessuno dei nostri gruppi locali ne’ lo staff di Milano permetterebbe mai a un condannato in primo grado per reati gravi di potersi candidare – ci tiene a sottolineare – ma ci sarà bisogno di un controllo stringente e auspico che questa lacuna venga colmata il prima possibile”.

Il fatto è, prosegue, che “dobbiamo renderci conto che non siamo più un Movimento di poche persone, stiamo crescendo sempre di più e i nostri territori hanno bisogno di certezze, non di approssimazione”.
In sostanza, ormai i cittadini a 5 stelle non si conoscono più fra loro e i principi condivisi non bastano più a dettar legge – come per altro sembrerebbe confermare l’inasprimento del controllo da parte dei vertici.

Esclude tuttavia senza ombra di dubbio la possibilità di infiltrazioni Jacopo Berti, candidato governatore M5s per la regione Veneto, che spiega: “mi sono occupato io di raccogliere casellario giudiziale e certificato dei carichi pendenti di ciascun candidato. Per quanto ci riguarda, il buon senso viene prima del blog”. Fra i candidati consiglieri già passati dalle griglie delle regionalie venete del mese scorso quindi, nessun dubbio: “al di là di quello che è scritto o non scritto, l’importante è che sei pulito, sennò: cartellino rosso”. E come si spiega allora quella specifica? “Non so dirlo…io non me ne ero nemmeno accorto – ammette – Sarà un refuso”.

Invece è un paradosso: una specifica – “in via definitiva” – che anziché raffinare ancor più la selezione, apre il varco a una macro contraddizione. Non è un problema da poco. Anche perché apre la strada a possibili ricorsi.

“Ci si è preoccupati di escludere gli indagati per reati contro la pubblica amministrazione – conclude Giulia Sarti – lasciando invece campo aperto a condannati in primo grado per qualsiasi reato, anche grave. Queste sono leggerezze che non possiamo permetterci”.

E per il campano Luigi Di Maiotutto a posto? Ormai leader investito del M5s alla testa del direttorio, Di Maio interpellato dall’Espresso sui fatti soprattutto in quanto proveniente da una delle regioni interessate, ha preferito non rispondere.

mader
Ilaria Giupponi per l’Espresso
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