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ENRICO SASSOON: “ECCO PERCHÉ CASALEGGIO SCELSE GRILLO”


In questa intervista di Carlo Tecce per Il Fatto Quotidiano, del marzo 2013, Enrico Sassoon, ex socio di Casaleggio racconta la genesi della collaborazione con il comico.

Dodici anni in società con Gianroberto Casaleggio, un profilo internazionale, un’araldica complessa, scrittura e relazioni, economia e Internet, poi Enrico Sassoon ha scritto una lettera, lo scorso settembre, per sigillare proprio quei dodici anni. E in poche righe, pubblicate in evidenza sul Corriere della Sera, si è liberato di quelle ricostruzioni su complotti, massoneria, servizi segreti che – dice – l’hanno perseguitato.


Quando ha incontrato Casaleggio?
Ci siamo conosciuti nel 2000, quando sono entrato a far parte del Cda di Webegg come consigliere indipendente. Quando nel 2004 Casaleggio fonda la sua società di consulenza e strategie di rete (che cura il sito di Grillo), mi propone di acquisire una quota e io entro come socio di minoranza con il 10%. In quell’epoca ero l’ad di American chamber of commerce. Ho lasciato la Casaleggio Associati perché c’erano fazioni in rete, esterne e interne al Movimento, che mi diffamavano. Né Grillo né Casaleggio mi hanno difeso. Sono stato costretto a lasciare pur non avendo mai scelto di fare politica con il M5S. Non mi ha colpito la rete, ma persone che hanno trovato la mia figura professionale poca consona al Movimento.

Come può un sito attirare milioni di visite che diventano milioni di voti?
Perché Grillo ha toccato corde di carattere sociale e politico che hanno persuaso un numero crescente di persone. Credo che il blog sia un’idea di Casaleggio, penso che Grillo non sapesse proprio nulla di Internet quando gli fu proposto. Casaleggio ha notato il successo di Grillo che faceva spettacoli con una componente di critica sociale e politica molto aggressiva. Ha pensato che potesse essere utile sfruttarlo e inserire Internet, le connessioni immediate, negli spettacoli in maniera tale che potesse far vedere le cose di cui parlava, ricordo ad esempio la vicenda Telecom. Hanno usato molto la famosa mappa del potere, elaborata da Casaleggio e Associati, che dimostrava come poche persone controllano molti Cda.

È stato anche un affare economico?
È convenuto per un breve periodo di tempo. Che io sappia, Grillo non ha mai pagato niente, non ha speso un euro, ma ha dato in concessione la vendita di dvd e libri. Pubblicità? Non ho idea. La Casaleggio ha un passivo non drammatico per una società che non supera 1,5 milioni di fatturato. Pura fantasia che la Casaleggio Associati abbia costruito un impero con quel fatturato.

Otto anni governando la rete, ora Grillo segnala “gruppi pagati per gettare fango”, i troll.
Mi sembra strano che si lamenti di interventi in rete di cui lui è stato il primo esempio. Come leggo nei commenti al blog, quelli più seguiti e votati, la maggior parte sono molto critici con la sua denuncia. La presa di posizione di Grillo è oggettivamente molto curiosa: lui ha fatto esattamente quello che lamenta in questo momento, e solo perché è rivolto contro di lui…

Ma Internet è davvero sinonimo di trasparenza?
La rete è uno strumento come il telefono o come la televisione, ma ha barriere di accesso più basse. La rete non significa democrazia, se usata male può anche significare attentato alla democrazia. Chi vuole identificare la rete come democrazia, e si immagina un popolo della rete, dice cose sostanzialmente sbagliate. La rete è lo strumento più potente per fare politica, nessuno, però, la usa in maniera sistematica come loro.

L’hanno usata per le Parlamentarie: poca partecipazione, tante polemiche.
Quando si selezionano persone per creare dei candidati queste persone dovrebbero essere selezionate per capacità, competenze, onestà, storie personali, quanto tutto questo sia stato possibile verificarlo attraverso le Parlamentarie, non ne ho idea e non ce l’ha nessuno se non chi le ha organizzate mettendo i filtri.

Quanto durerà il M5S in Parlamento?
La proposta politica di Grillo dipenderà dalla capacità di trasformare in programmi quelle che sono finora essenzialmente parole d’ordine peraltro abbastanza elementari e in parte solo di protesta. Per fare questo mi sembra che venga utilizzata una tecnica che ricorda molto quella economica del crowdsourcing (chiedere supporto alle folle, ndr), cioè quando un’azienda o una persona si rivolge a una comunità online, più o meno specialistica, per risolvere un problema e ricevere proposte che poi dovrà scegliere, premiare e infine utilizzare. Questo richiede due condizioni: la prima che esista un pensiero strutturato, la seconda che ci sia un’organizzazione capace di filtrare quello che arriva. Ascoltando Grillo che utilizza questi termini in maniera piuttosto confusa, che sono certamente patrimonio culturale di Casaleggio, ho la netta sensazione che si illudano di fare crowdsourcing politico non avendo per ora né una struttura organizzata né un pensiero realmente definito.

Chi è imprescindibile per il Movimento: Casaleggio o Grillo?
Mi pare che l’uno non viva senza l’altro. La parte ideologicamente più preparata mi sembra sia quella di Casaleggio, Grillo è un megafono che ripropone delle elaborazioni che non necessariamente gli appartengono.
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Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio, Grillo, mader, Movimento 5 stelle

IL DECLINO DEI GRILLINI IN SETTE PUNTI


L’inizio di una nuova era o l’inizio della fine? Il Movimento 5 stelle è al bivio decisivo della sua breve e intensa vita.
Dal 2007 a oggi i pentastellati, da semplice gruppo di protesta, sono diventati una forza politica determinante: addirittura la prima alle elezioni di febbraio 2013.
FINITO L’EXPLOIT. Da quell’exploit non sono passati nemmeno due anni, eppure il M5s sembra già in disfacimento, con espulsioni continue di cittadini-portavoce, dimissioni dei parlamentari, insulti e minacce dagli attivisti e simpatizzanti, il capo politico «un po’ stanchino» e il gruppo dirigente, il primo della breve storia, spaccato esattamente a metà dopo la nomina del Direttorio.
COME UN PARTITO. Una situazione molto simile a quella che ciclicamente si verifica all’interno degli odiati partiti.
Ma come hanno fatto i «guerrieri meravigliosi» di Beppe Grillo a ridursi in questo modo, e in così breve tempo?


Proviamo a individuare i passaggi fondamentali del declino:

1. «Uno vale uno», ma alla fine comanda Grillo

Il principio base del M5s è sempre stato quello che «uno vale uno». O almeno questo credeva chi ha deciso di mettersi in gioco in prima persona.
Con il passare dei mesi, però, è emersa prepotente e palese la contraddizione tra i dettami fondativi e la reale gestione del gruppo da parte dei fondatori, visto che il marchio dei pentastellati è di proprietà di una sola persona (Grillo) e il blog, su cui è attiva la piattaforma di partecipazione, è gestito unilateralmente dalla Casaleggio Associati.
VOTO ONLINE REGOLARE? Inoltre, che si tratti di parlamentarie o di provvedimenti di espulsione, non esiste ancora oggi un sistema esterno che certifichi la regolarità del voto online degli iscritti.
Tutto questo ha sempre creato qualche dubbio nelle coscienze dei portavoce pentastellati, ma fino a quando le cose sono andate bene, nessuno si è mai sognato di chiedere spiegazioni.

2. Chi critica le decisioni rischia l’espulsione

Forse memori di quanto accaduto a Giovanni Favia e Federica Salsi, i primi a essere espulsi per non aver rispettato il codice imposto dal M5s, molti grillini hanno preferito ingoiare il rospo in molte occasioni, per evitare sgradite conseguenze. Ma a lungo andare è diventato fisiologico iniziare ad alzare la voce per segnalare malumori o potenziali storture: questo comportamento, però, è sempre stato condannato duramente, prima dai capi politici e poi dalla Rete degli iscritti, che hanno provveduto a mandar fuori tutte le voci fuori dal coro.
COSMOGONIA GRILLINA. Il pugno duro ha così finito per ritorcersi contro il M5s. Alcune espulsioni sono apparse frettolose e qualche volta addirittura con motivazioni ‘deboli’. È questo ha facilitato le divisioni in gruppi e gruppetti.
Tra loro c’è chi ha scelto di non contraddire mai le decisioni e chi, invece, quei provvedimenti li ha subiti suo malgrado.
Sono nati così i ‘talebani’, gli ‘ortodossi’, i ‘fedelissimi’ e i ‘dissidenti’: la cosiddetta cosmogonia grillina, che ha definitivamente spaccato un gruppo così ampio di persone che, in realtà, si conosceva solo sul web (e a volte nemmeno sulla Rete).

3. Lo scontro tra fazioni (anche) per questioni di soldi

La resa dei conti in casa pentastellata, poi, non è soltanto una metafora per indicare lo scontro tra fazioni. In alcuni casi si è trattato proprio di una questione di vil danaro.
I primi espulsi, da Orellana a Campanella (che lunedì 1 dicembre ha presentato una piattaforma d’intervento contro nuove frane e alluvioni), infatti, furono tacciati di voler solo «intascare» l’intero stipendio più la diaria e non restituire parte delle indennità ai fondi indicati dal M5s.
INSULTI EGLI EPURATI. Stessa sorte toccata ultimamente anche a Tommaso Currò, che ha lasciato il gruppo della Camera in dissenso con la linea politica del partito, e subendo poi una valanga di insulti e minacce. Ancora oggi i problemi nascono proprio dai soldi. Perché Massimo Artini e Paola Pinna, gli ultimi epurati in ordine cronologico, sono stati messi alla porta con l’accusa di non aver versato le quote spettanti. Accusa che i due hanno rifiutato con forza, portando come prova i bonifici pubblicati sui loro siti internet.

4. La gestione poco trasparente dei rimborsi

Pinna e Artini, in effetti, i soldi hanno dimostrato di averli versati, ma insieme con altri 17 parlamentari si erano rifiutati di pubblicare le prove sul sito Tirendiconto.it, creato dalla Casaleggio Associati, dalla gestione ancora poco chiara, almeno a detta dei grillini.
Le chiavi del portale, così come quelle del blog, sono saldamente nelle mani di Gianroberto Casaleggio e dei suoi collaboratori, e ogni cosa che non passa da loro non è riconosciuto dal M5s.
STAFF MISTERIOSO. Eppure, non tutto funziona come dovrebbe, se più di un deputato, anche tra i ‘talebani’, si è lamentato per la scarsa trasparenza: ogni volta che qualcuno di loro ha provato ad avere informazioni, a rispondere era sempre un fantomatico ‘staff’, senza un nome e un cognome o una faccia.

5. Il Direttorio è considerato una provocazione dai dissidenti

Chi la faccia ce l’ha messa, sono invece i cinque ‘prescelti’ per dare vita al Direttorio che farà da collante tra il vertice e i parlamentari.
Mentre infuriavano le polemiche per il flop alle Regionali e le nuove epurazioni, Grillo ha affidato le chiavi del M5s ai suoi fedelissimi Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Carla Ruocco, Carlo Sibilia e Roberto Fico. Questi nomi, per essere chiari, stanno bene ai vertici e a una metà della truppa parlamentare, ma sta decisamente sulle scatole a tutto il resto dei cittadini-portavoce.
NUOVI ADDII. Per questo motivo i contrari hanno preso le nomine come una provocazione nei loro confronti, un tentativo di surriscaldare gli animi per accelerare una scissione. Per ora non si preannunciano uscite di massa ma sono almeno 30 i parlamentari con le lettere di dimissioni pronte e chiuse nei cassetti delle loro scrivanie, da tirare fuori se la situazione dovesse precipitare.
Gli addii della pattuglia di Latina, del deputato Cristian Iannuzzi e di sua madre, la senatrice Ivana Simeoni e dell’altro membro dell’assemblea di Palazzo Madama, Giuseppe Vacciano, sono una prova inconfutabile.

6. Il nodo del dialogo con la maggioranza osteggiato dal leader

Con tutte queste grane, e nonostante le rassicurazioni dei diretti interessati che «gli equilibri interni non cambieranno», si preannuncia dunque in salita il cammino per il nuovo Direttorio.
Una parte di movimento chiede che i toni cambino immediatamente, magari iniziando anche un dialogo con la maggioranza, come accaduto proficuamente con la recente l’elezione del membro laico al Consiglio superiore della magistratura. Altri invece non cambierebbero una virgola del tipo di opposizione condotto finora.
INCOGNITA DEL VOTO. Interessante capire, a questo punto, chi la spunterà. Anche da questo dipenderà, infatti, il destino del M5s: continuare il «costruzionismo» mentre altri portano a casa risultati finora non ha giovato al non-partito grillino, che rischia di arrivare in debito di ossigeno e di consensi alle prossime regionali di marzo. E forse alle Politiche, se il quadro a livello nazionale dovesse improvvisamente cambiare.

7. Il dietrofront sui talk show e l’apertura del movimento

Se così fosse, servirebbe anche un cambio di rotta nella comunicazione. La scelta di evitare i talk show o le trasmissioni politiche in generale (divieto non valido per i cinque del Direttorio), non va giù a molti cittadini-eletti, così come a una buona fetta di attivisti e frequentatori del blog.
Fino a quando non c’era una classe dirigente nel M5s, le teorie di Grillo sono andate anche bene, ma ora che qualche volto è diventato di dominio pubblico, rinunciare al piccolo schermo appare un suicidio inspiegabile.
SOLO TIVÙ LOCALI. Eppure lo stesso ex comico ha scritto, nero su bianco, che «il blog non basta più», ma per ora la Rete ha deciso di accettare gli inviti provenienti solo dalle tivù locali, snobbando le trasmissioni a diffusione nazionale.
Sarà questa la scelta vincente? Solo il tempo potrà dare la risposta. Sempreché a furia di espulsioni e diktat, nel M5s non ne resti solo uno. Che sempre più spesso non vale uno…
mader