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PER GRILLO DI MATTEO È PERSONA DELL’ANNO. MA SULLA MAFIA…


E così a fine anno anche Beppe Grillo nomina il suo Person of the year:l’Onesto, scrive sul suo blog. Impersonato dal pm palermitano minacciato da Cosa Nostra Nino Di Matteo.
«In una società di disonesti», scrive il leader M5s sul suo blog, «in cui il figlio di… fa carriera e il meritevole deve emigrare, il magistrato onesto viene isolato dalle istituzioni. È un esempio in negativo per i corrotti e per gli acquiescenti. Dove infatti c’è l’Onesto il disonesto appare in tutto il suo lerciume».


L’ATTACCO DI DI MATTEO A RENZI. Come dargli torto. Grillo premia l’Italia onesta di Di Matteo, sotto scorta dal 1995. Il magistrato che nel luglio 2014, durante la commemorazione della strage di Via D’Amelio, riservò parole dure contro Matteo Renzi colpevole di scendere a patti con il condannato Silvio Berlusconi. Lanciando una frecciata anche contro Giorgio Napolitano: «Non si può assistere in silenzio al tentativo di trasformare il pm in un burocrate sottoposto alla volontà del proprio capo», disse il pm mente dell’inchiesta sulla trattativa Stato Mafia rivolto al capo dello Stato.
Musica per le orecchie di Beppe Grillo.

QUELLA MORALE DELLA MAFIA. Sorge però un dubbio: che ne pensa Di Matteo, fresco dell’onoreficenza, della «morale» che il comico genovese riconosceva alla mafia?
Era il 27 ottobre, e in occasione dello Sfiducia Day siciliano il leader M5s disse che Cosa Nostra «aveva una sua morale», ma «è stata corrotta dalla finanza». Poi la provocazione di quotare la Piovra in Borsa perché così ci si guadagnerebbe. «Ora, nelle organizzazioni criminali ci siano solo magistrati e finanzieri». Già, magistrati – colleghi di Nino Di Matteo – e finanzieri.
Nell’escalation arrivò a difendere persino Riina e Bagarella: «Hanno impedito» loro di andare al Colle (per la deposizione di Napolitano ndr) ma per proteggerli: hanno già avuto il 41 bis, un Napolitano bis sarebbe stato troppo…».

SCIVOLONE DOPO SCIVOLONE.  Un caso isolato? Una provocazione sfuggita di mano? Non proprio. Grillo ci era cascato già il 30 aprile 2012. Criticando le lacrime e il sangue imposte dal governo Monti, il leader pentastellato era tornato a prendere le difese di un certo modus operandi di Cosa Nostra. «La mafia non ha mai strangolato le proprie vittime, i propri clienti, si limita a prendere il pizzo. Ma qua vediamo un’altra mafia che strangola la propria vittima».
Polemiche a non finire, levate di scudi e via dicendo.

Mafia a parte, Grillo ha ondeggiato nel trempo tra istinti giustizialisti e rigurgiti garantisti.
Per esempio il 15 febbraio 2013 aveva attaccato proprio i giudici: «La magistratura fa paura», disse dichiarando di avere sulle spalle 86 processi. Subito si scatenò una battaglia con Silvio Berlusconi che piccato rispose: «Non dica sciocchezze, ho 2.700 udienze sulle spalle. Nessuno più di me». Insomma, ognuno ha i suoi record da difendere.
Poco tempo prima, il 24 gennaio 2013, a Grosseto durante una tappa dello Tsunami Tour, Grillo era tornato a tuonare contro le toghe che entrano in politica:  «Questi magistrati.. io avevo ammirazione per Ingroia ma secondo me i magistrati per entrare in politica devono lasciare la magistratura, lasciarla e poi decantare per anni e poi entrare in politica».

LA DIFESA DEL PM. Una certa coerenza c’era. Nel 2012, infatti, prima che il pm decidesse di entrare in politica, Grillo lo aveva difeso dopo il trasferimento in Guatemala. «Il giudice di Palermo che indaga da anni sulle collusioni tra politica e criminalità per la strage di via D’Amelio, va in Guatemala», scriveva a luglio sul blog. «Un incarico dell’Onu per combattere la criminalità nello Stato centroamericano. È una buona notizia? Sì e no. Si, perché Ingroia era diventato un bersaglio. Rischiava di finire ammazzato come Borsellino che sapeva di morire perché a conoscenza della trattativa stato (con la s minuscola) – mafia. No, perché con Ingroia in Guatemala, ancora una volta questo Paese si dimostra di merda». Parole che non furono gradite al diretto interessato. .

«INGROIA BIDONE ASPIRATUTTO». Poi ci fu la discesa in campo e allora apriti cielo. Ingroia? «Un bidone aspiratutto». «Io lo ringrazio perché è venuto nel nostro movimento ad aspirare un po’ di dissidenti, mettiamo anche un premio di maggioranza, magari ogni tre ne regaliamo uno», attaccò il leader M5s puntando il dito contro il leader di Rivoluzione Civile reo di scippare i voti degli elettori arrabbiati e insoddisfatti.

TOGHE UTILI. Ma occhio, perché i magistrati possono sempre tornare utili. Per lottare contro il Patto del Nazareno, per esempio. «Noi abbiamo il fondatore di un partito che è in galera; ha preso nove anni per associazione esterna mafiosa», ha detto Grillo il 12 novembre. «Poi abbiamo un ometto, che è stato allontanato dal Senato, dove non può votare, che sta facendo una legge elettorale di nascosto… Abbiamo denunciato alla magistratura: faccio appello a qualche magistrato, che ci possa dare una mano».

LA BATTAGLIA NO TAV. Nel 2012, poi, il comico aveva criticato duramente anche Giancarlo Castelli. Dopo avergli espresso immutata stima, in una lettera aperta del 2011 in cui però chiedeva al pm perché la procura di Torino avesse deciso di incarcerare due donne incensurate per aver manifestato contro «un’opera inutile» come la Tav. «Lei è considerato un eroe nazionale da una parte dell’opinione pubblica nazionale, e io credo assolutamente a ragione, per il coraggio con cui ha combattuto in prima persona la mafia negli anni novanta in qualità di Procuratore della Repubblica a Palermo», recitava la missiva. «La mia stima nei suoi confronti è stata espressa più volte in questo blog. È per questo che non capisco la decisione della Procura di Torino di incarcerare due donne incensurate per aver manifestato contro un’opera inutile come la Tav».

LO SFOTTÒ A CASELLI. Dopo qualche mese, però, i toni erano cambiati. «Il giudice Caselli è uno di noi. È il miglior sponsor del movimento No Tav. Le sue azioni vanno giudicate per gli effetti. E nessuno più di lui è a fianco dei valsusini. Sta portando il verbo No Tav di città in città, da Milano a Genova con il pretesto della presentazione del suo libro Assalto alla giustizia. I No Tav che lo vogliono zittire, come lui ha affermato, sbagliano. Più parla, più la solidarietà per la Val di Susa aumenta in tutta Italia. Caselli che equipara i No Tav ai camorristi è il miglior spot contro lo sperpero di 23 miliardi di euro per fare un tunnel per un traffico merci inesistente. Con l’arresto di 26 persone in tutta Italia e la notifica di 15 obblighi di dimora prima del processo, Caselli ha creato una pandemia No Tav».
Ogni critica è lecita, ça va sans dire.
Ma che ne pensa Nino Di Matteo?
mader
 
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IL DECLINO DEI GRILLINI IN SETTE PUNTI


L’inizio di una nuova era o l’inizio della fine? Il Movimento 5 stelle è al bivio decisivo della sua breve e intensa vita.
Dal 2007 a oggi i pentastellati, da semplice gruppo di protesta, sono diventati una forza politica determinante: addirittura la prima alle elezioni di febbraio 2013.
FINITO L’EXPLOIT. Da quell’exploit non sono passati nemmeno due anni, eppure il M5s sembra già in disfacimento, con espulsioni continue di cittadini-portavoce, dimissioni dei parlamentari, insulti e minacce dagli attivisti e simpatizzanti, il capo politico «un po’ stanchino» e il gruppo dirigente, il primo della breve storia, spaccato esattamente a metà dopo la nomina del Direttorio.
COME UN PARTITO. Una situazione molto simile a quella che ciclicamente si verifica all’interno degli odiati partiti.
Ma come hanno fatto i «guerrieri meravigliosi» di Beppe Grillo a ridursi in questo modo, e in così breve tempo?


Proviamo a individuare i passaggi fondamentali del declino:

1. «Uno vale uno», ma alla fine comanda Grillo

Il principio base del M5s è sempre stato quello che «uno vale uno». O almeno questo credeva chi ha deciso di mettersi in gioco in prima persona.
Con il passare dei mesi, però, è emersa prepotente e palese la contraddizione tra i dettami fondativi e la reale gestione del gruppo da parte dei fondatori, visto che il marchio dei pentastellati è di proprietà di una sola persona (Grillo) e il blog, su cui è attiva la piattaforma di partecipazione, è gestito unilateralmente dalla Casaleggio Associati.
VOTO ONLINE REGOLARE? Inoltre, che si tratti di parlamentarie o di provvedimenti di espulsione, non esiste ancora oggi un sistema esterno che certifichi la regolarità del voto online degli iscritti.
Tutto questo ha sempre creato qualche dubbio nelle coscienze dei portavoce pentastellati, ma fino a quando le cose sono andate bene, nessuno si è mai sognato di chiedere spiegazioni.

2. Chi critica le decisioni rischia l’espulsione

Forse memori di quanto accaduto a Giovanni Favia e Federica Salsi, i primi a essere espulsi per non aver rispettato il codice imposto dal M5s, molti grillini hanno preferito ingoiare il rospo in molte occasioni, per evitare sgradite conseguenze. Ma a lungo andare è diventato fisiologico iniziare ad alzare la voce per segnalare malumori o potenziali storture: questo comportamento, però, è sempre stato condannato duramente, prima dai capi politici e poi dalla Rete degli iscritti, che hanno provveduto a mandar fuori tutte le voci fuori dal coro.
COSMOGONIA GRILLINA. Il pugno duro ha così finito per ritorcersi contro il M5s. Alcune espulsioni sono apparse frettolose e qualche volta addirittura con motivazioni ‘deboli’. È questo ha facilitato le divisioni in gruppi e gruppetti.
Tra loro c’è chi ha scelto di non contraddire mai le decisioni e chi, invece, quei provvedimenti li ha subiti suo malgrado.
Sono nati così i ‘talebani’, gli ‘ortodossi’, i ‘fedelissimi’ e i ‘dissidenti’: la cosiddetta cosmogonia grillina, che ha definitivamente spaccato un gruppo così ampio di persone che, in realtà, si conosceva solo sul web (e a volte nemmeno sulla Rete).

3. Lo scontro tra fazioni (anche) per questioni di soldi

La resa dei conti in casa pentastellata, poi, non è soltanto una metafora per indicare lo scontro tra fazioni. In alcuni casi si è trattato proprio di una questione di vil danaro.
I primi espulsi, da Orellana a Campanella (che lunedì 1 dicembre ha presentato una piattaforma d’intervento contro nuove frane e alluvioni), infatti, furono tacciati di voler solo «intascare» l’intero stipendio più la diaria e non restituire parte delle indennità ai fondi indicati dal M5s.
INSULTI EGLI EPURATI. Stessa sorte toccata ultimamente anche a Tommaso Currò, che ha lasciato il gruppo della Camera in dissenso con la linea politica del partito, e subendo poi una valanga di insulti e minacce. Ancora oggi i problemi nascono proprio dai soldi. Perché Massimo Artini e Paola Pinna, gli ultimi epurati in ordine cronologico, sono stati messi alla porta con l’accusa di non aver versato le quote spettanti. Accusa che i due hanno rifiutato con forza, portando come prova i bonifici pubblicati sui loro siti internet.

4. La gestione poco trasparente dei rimborsi

Pinna e Artini, in effetti, i soldi hanno dimostrato di averli versati, ma insieme con altri 17 parlamentari si erano rifiutati di pubblicare le prove sul sito Tirendiconto.it, creato dalla Casaleggio Associati, dalla gestione ancora poco chiara, almeno a detta dei grillini.
Le chiavi del portale, così come quelle del blog, sono saldamente nelle mani di Gianroberto Casaleggio e dei suoi collaboratori, e ogni cosa che non passa da loro non è riconosciuto dal M5s.
STAFF MISTERIOSO. Eppure, non tutto funziona come dovrebbe, se più di un deputato, anche tra i ‘talebani’, si è lamentato per la scarsa trasparenza: ogni volta che qualcuno di loro ha provato ad avere informazioni, a rispondere era sempre un fantomatico ‘staff’, senza un nome e un cognome o una faccia.

5. Il Direttorio è considerato una provocazione dai dissidenti

Chi la faccia ce l’ha messa, sono invece i cinque ‘prescelti’ per dare vita al Direttorio che farà da collante tra il vertice e i parlamentari.
Mentre infuriavano le polemiche per il flop alle Regionali e le nuove epurazioni, Grillo ha affidato le chiavi del M5s ai suoi fedelissimi Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Carla Ruocco, Carlo Sibilia e Roberto Fico. Questi nomi, per essere chiari, stanno bene ai vertici e a una metà della truppa parlamentare, ma sta decisamente sulle scatole a tutto il resto dei cittadini-portavoce.
NUOVI ADDII. Per questo motivo i contrari hanno preso le nomine come una provocazione nei loro confronti, un tentativo di surriscaldare gli animi per accelerare una scissione. Per ora non si preannunciano uscite di massa ma sono almeno 30 i parlamentari con le lettere di dimissioni pronte e chiuse nei cassetti delle loro scrivanie, da tirare fuori se la situazione dovesse precipitare.
Gli addii della pattuglia di Latina, del deputato Cristian Iannuzzi e di sua madre, la senatrice Ivana Simeoni e dell’altro membro dell’assemblea di Palazzo Madama, Giuseppe Vacciano, sono una prova inconfutabile.

6. Il nodo del dialogo con la maggioranza osteggiato dal leader

Con tutte queste grane, e nonostante le rassicurazioni dei diretti interessati che «gli equilibri interni non cambieranno», si preannuncia dunque in salita il cammino per il nuovo Direttorio.
Una parte di movimento chiede che i toni cambino immediatamente, magari iniziando anche un dialogo con la maggioranza, come accaduto proficuamente con la recente l’elezione del membro laico al Consiglio superiore della magistratura. Altri invece non cambierebbero una virgola del tipo di opposizione condotto finora.
INCOGNITA DEL VOTO. Interessante capire, a questo punto, chi la spunterà. Anche da questo dipenderà, infatti, il destino del M5s: continuare il «costruzionismo» mentre altri portano a casa risultati finora non ha giovato al non-partito grillino, che rischia di arrivare in debito di ossigeno e di consensi alle prossime regionali di marzo. E forse alle Politiche, se il quadro a livello nazionale dovesse improvvisamente cambiare.

7. Il dietrofront sui talk show e l’apertura del movimento

Se così fosse, servirebbe anche un cambio di rotta nella comunicazione. La scelta di evitare i talk show o le trasmissioni politiche in generale (divieto non valido per i cinque del Direttorio), non va giù a molti cittadini-eletti, così come a una buona fetta di attivisti e frequentatori del blog.
Fino a quando non c’era una classe dirigente nel M5s, le teorie di Grillo sono andate anche bene, ma ora che qualche volto è diventato di dominio pubblico, rinunciare al piccolo schermo appare un suicidio inspiegabile.
SOLO TIVÙ LOCALI. Eppure lo stesso ex comico ha scritto, nero su bianco, che «il blog non basta più», ma per ora la Rete ha deciso di accettare gli inviti provenienti solo dalle tivù locali, snobbando le trasmissioni a diffusione nazionale.
Sarà questa la scelta vincente? Solo il tempo potrà dare la risposta. Sempreché a furia di espulsioni e diktat, nel M5s non ne resti solo uno. Che sempre più spesso non vale uno…
mader

CLAMOROSO. DI PIETRO ASSOLVE CRAXI


«Bettino Craxi si assunse le sue responsabilità e denunciò in eguale misura quelle degli altri, aiutando così la nostra inchiesta. E questo Craxi lo sapeva, non lo fece insomma a sua insaputa, non era un ingenuo. Denunciò il sistema di Tangentopoli nell’aula della Camera e davanti ai giudici del tribunale di Milano. Gli altri invece hanno fatto gli ipocriti e hanno continuato a farsi i ca… loro. Mafia capitale ha fatto emergere con forza il ruolo delle cooperative che anche per conto della sinistra, ex Pci-Pds-Ds, ha messo in piedi un sistema tangentizio molto sofisticato, con modalità innovative e di tipo ingegneristico. Ma quel sistema emergeva già dalla nostra inchiesta».

In questa intervista esclusiva a Lettera43.it, Antonio Di Pietro ribadisce più volte di non aver nulla da rimproverarsi su Bettino Craxi. Ma, sull’onda dello megascandalo di Roma capitale, ammette per la prima volta, la differenza di comportamento tra l’ex premier e leader socialista e quello degli altri partiti «che finora hanno fatto finta di non vedere e non sentire e che ora fanno ipocritamente gli scandalizzati, come se cadessero dalle nuvole» a cominciare dalla sinistra.

DOMANDA. Ma perché allora il Pool di Mani pulite non indagò a sufficienza sulla sinistra e alla fine invece fu Craxi a pagarla per tutti?
RISPOSTA. Non è vero che non indagammo. Intanto, per quanto riguarda i rubli che potevano essere arrivati al Pci, non fu possibile far nulla perché nell’89 ci fu l’amnistia e non fu possibile svolgere alcun accertamento su eventuali reati di finanziamento illecito fino ad allora commessi. E poi nel mirino della nostra inchiesta finirono anche diversi esponenti di primo piano della sinistra milanese, specie quella che all’epoca veniva definita «area migliorista» di cui l’allora parlamentare Giorgio Napolitano era il loro riferimento politico e culturale.
 
D. Ma perché non avete colpito le responsabilità del sistema delle cooperative, venuto prepotentemente alla ribalta con Salvatore Buzzi, capo della ormai famosa Coop ’29 giugno’?
R. Perché allora come ora il rapporto tra il sistema delle cooperative e la sinistra politica italiana è spesso stata di stretta collaborazione e di ingegnosi meccanismi di «sbianchettamento» delle loro relazioni, onde evitare di incorrere in possibili responsabilità penali.
 
D. Intende dire che era sofisticato?
R. Esattamente. Esemplifico quel che avemmo modo di accertare all’epoca dell’inchiesta Mani Pulite: vi era un sistema delle imprese che rispondeva economicamente e periodicamente – ciascuna di esse –  a questo o quel partito (Dc, Psi partiti laici minori), suddividendosi fra loro la quota di tangente da pagare in cambio dell’appalto da loro ricevuto come associazione temporanea d’impresa (Ati) che avevano nel frattempo costituito appositamente per realizzare l’appalto in questione senza mettersi in concorrenza reale fra loro. In tali Ati molto spesso veniva inserita questa o quella Cooperativa, la quale, però non pagava direttamente una quota di tangente al proprio partito di riferimento ma si assumeva l’onere di far fronte alle spese di gestione ed alle campagne elettorali del partito stesso, senza alcun specifico riferimento all’appalto a cui avevano partecipato, eliminando così furbescamente il rischio di poter essere incriminati per corruzione.
Un sistema, insomma, ingegneristico già allora ma che – alla luce di quel che si sta scoprendo ora a Roma – si è ulteriormente ingegnerizzato, addirittura interloquendo con organizzazioni criminali in grado di far valere le loro richieste anche con la forza e la violenza.
 
D. Renzi a proposito della foto che ritrae Salvatore Buzzi a tavola con il ministro Giuliano Poletti ha minimizzato dicendo che non basta un selfie a far diventare tangentaro qualcuno.
R. Renzi è di un’impreparazione e di una superficialità in materia di giustizia che indigna e offende e, sia chiaro, non per la difesa d’ufficio che ha fatto su Poletti ma per tutte le altre castronerie e vanterie a vuoto che finora ha pronuniciato.
 
D. Ha qualcosa da rimproverarsi su Craxi?
R. No, perché tutto quel che ho fatto l’ho fatto in buona fede.
 
D. Lei non era più nel pool della procura di Milano, ma cosa pensa del fatto che gli fu impedito di venirsi a curare in Italia?
R. È vero io non facevo più parte del pool ma non mi risulta che gli fu impedito.
 
D. Sì, ma gli mettevano alle costole i carabinieri…
R. Doveva essere prelevato dai carabinieri all’aeroporto, perché era formalmente un latitante.
 
D. Come faceva ad esserlo se partì con regolare passaporto e tutti sapevano dov’era?
R. Era un ricercato, ma la sua fu una scelta dignitosa che io rispetto.
 
D. Si è pentito di aver detto che era affetto da un foruncolone, quando aveva invece le dita dei piedi tagliate?
R. Quella di Craxi è una storia che dovrà essere ancora scritta e non voglio fare polemiche.
mader