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BEPPE GRILLO E LA CARICA DEI RADICAL CHIC


C’è stato un periodo in cui dire di aver votato Beppe Grillo andava perfino di moda. Pochi mesi, attorno alle elezioni politiche del 2013sotto la  neve, in cui la “x” sul simbolo del M5S provocava approvazioni e consensi.

Poi, dopo qualche mese dei vari Sibilia, Di Battista e Bernini in Parlamento, la solfa è cambiata in breve: liberi professionisti, piccoli imprenditori, commercianti, dipendenti, piccola e media borghesia hanno iniziato ad alzar le braccia e rispondere con un risentito “no” all’accusa di aver votato il comico. Come nessuno negli anni settanta votava la Dc nessuno aveva votato Beppe.

Eppure c’è una categoriache pare aver mantenuto il proprio sostegno inossidabile ai 5 Stelle: i vip. Mondo in cui, pare, dire di votare e sostenere Beppe fa ancora figo. Direttamente dal Blog di Beppe Grillo veniamo a sapere che alla manifestazione #lanottedellonestàdel 24 gennaio a Roma parteciperà tutto il gotha radical chic: dalla sempreverde Sabina Guzzanti, i cui post su Facebook sono ormai più visti dei film, all’intramontabile Dario Fo, che persa da tempo la guida spirituale della gauche nostrana trova nuovo spazio nel nuovo partito della “gente”. E poi il magistrato di Mani Pulite (ex senatore di Pci e Pds) Ferdinando Imposimato, il già supporter di Ingroia Salvatore Borsellino fratello del più noto Paolo, l’attore ed ex europarlamentare dell’occhettiano Pds Enrico Montesano e altri tre colleghi attori: Andrea Sartoretti, Claudio Santamaria e Claudio Gioè, tutti quarantenni. E ovviamente l’ormai (dato per) scontato Fedez. Se va avanti così finirà che riuscirai a dare un nome a tutti gli elettori di Grillo.

Mancherebbero giusto le note di Francesco Guccini e la penna di Antonio Pennacchi per completare l’opera della sinistra al caviale intellettuale. Ma a ben vedere per loro non ci sarebbe neppure stato spazio. Tutti i vip presenti, infatti, avranno ben altro compito che mostrare la propria arte perché – scrive il blog – «reciterannobrani tratti dalle intercettazioni di Mafia Capitale».

Ammazza che divertimento. Roba da rimpiangere le vecchie feste dell’Unità con Guccini, i panini con la salamella ed ettolitri di buon vino rosso.
mader
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IL LIBERISMO DI MATTEO SALVINI


Partiamo dalla considerazione che un politico, qualunque politico di qualsivoglia colore, punta a dire quel che porta voti. La gente pensa che le tasse siano troppo alte? Abbassiamole; l’immigrazione inizia a rappresentare un problema per molti? Riduciamola; l’Europa è vista come un ente burocratico che soffoca cittadini e imprese con tasse e regolamenti? Usciamone o controlliamola, a seconda degli orientamenti.

Lo fanno tutti da Matteo Renzi a Silvio Berlusconi fino a Beppe Grillo e Matteo Salvini ovviamente non fa eccezione. Giusto questa mattina l’amico Giancarlo Pagliarini faceva notare l’abbandono da parte della nuova Lega di alcune tematiche proprie del Carroccio dei primi tempi. Il che è lapalissiano. Dalla nostra, però, non possiamo non notare nelle dichiarazioni di Salvini un’evoluzione in senso liberalese non addirittura liberista, che non può che farci piacere.

Prendiamo i post della sua pagina Facebook delle ultime ore. «Invece di fare e disfare leggi pro o contro Berlusconi – scriveva qualche ora fa – un governo serio dovrebbe lavorare per cancellare gli STUDI DI SETTORE. In un momento di crisi come questo, sono una follia! Sono l’unico a pensarla così. Sicuramente no, anche noi la pensiamo così. «Nel 2014 sono diminuite dello 0,4% le entrate tributariestatali. Più le tasse aumentano, meno la gente lavora, e quindi non paga. Perché la Sinistra non riesce a capirlo?», ribadiva qualche ora prima citando, forse inconsciamente, la Curva di Laffer. Due giorni fa scriveva: «Flat Tax, via gli studi di settore e la legge Fornero, liberazione dall’Euro. La crisi si combatte così, le vite si salvano così: chi lo spiega a Renzi?».

Il programma, letto superficialmente, appare quasi perfetto. Il problema sta nel fatto che, a fronte dei giusti tagli si imposte, non si prevede una sola riduzione di spesa. Riprendiamo l’ultimo post: Flat Tax e abolizione degli studi di settore riducono i fondi al fisco, l’abolizione della legge Fornero non riduce le uscite. La Fornero andrebbe abolita, per carità, tagliandoperò le pensioni di chi riceve un assegno benpiù pingue di quanto ha versato durante la vita. Ovvero si dovrebbero ricalcolare tutti gli assegni con sistema contributivo. Se non lo si fa l’abolizione della Fornero non farebbe che gravare, ancor di più, le precarie casse dell’Inps; un debito che ricadrebbe sulle future generazioni che già vedono la pensione col binocolo.  E non parliamo solo del post in questione. Nelle 35 pagine del pamphlet Basta Euro, Claudio Borghi Aquilini non sostiene la necessità di alcun taglio di spesa pubblica. Anzi in un’intervista a Liberodel giugno scorso Borghi ha dichiarato: «Intendiamo sposare la filosofia opposta a quella di Mario Monti, che ha aumentato le tasse diminuendo la spesa. Vogliamo fare il contrario». Aumentare la spesa e tagliare le tasse.

Ma è possibile. Sì, direbbe il maître à penser della Lega, perché grazie alla lira uno Stato «se è in difficoltà può spendere di più per sostenere la propria economia» (da Basta Euro). Eppure dovrebbe spiegarci un paio di cose. Come mai in occasione della grande svalutazione della lira del 1992 l’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato fu “costretto” (avrebbe potuto tagliare la spesa) a prelevare il sei per mille dai nostri conti e introdurre l’Ici sugli immobili? Perché mai alzare le tassequando si può creare moneta virtuale sfruttando la sovranità monetaria?

La storia dell’aumento dell’Iva dovrebbe farci riflettere: era al 12% nel 1973 (prima non esisteva) poi fu portata al 14% nel 1977, al 15% nel 1980, al 18% nel 1982, al 19% nel 1988, al 20% nel 1997. Con la lira è aumentata dell’otto per cento in 24 anni, con l’euro del due per cento in dodici, esattamente la metà. Come mai? La risposta è semplice: le tasse si alzano quando si alza la spesa, indipendentemente dalla valuta adottata.

Ecco l’unica piccola grande fallacia nel pensiero di Salvini.
mader

2014, L’ANNO DELLE 5 STELLE CADENTI


Dovevano aprire il Parlamento come una scatola di tonno, ma devono aver dimenticato l’apriscatole. E così ora si ritrovano digiuni, molto dimagriti, non famelici divoratori di pesci grossi, ma pappati dagli squali di Camera e Senato. È la triste parabola del Movimento Cinque Stelle, e soprattutto del suo leader Beppe Grillo, in quest’annus horribilis, anno di disgrazia (per loro, s’intende) 2014, iniziato col ricordo glorioso del leader natante sulle acque dello Stretto, capace di congiungere a suon di bracciate e pinnate in un sol colpo Scilla e Cariddi, e finito con i parlamentari grillini fatti fuori da quel polposo mostro acquatico in Transatlantico chiamato vecchia classe politica.

Il 2014, per il Movimento, non è stato altro che questo: anno di eclissi di tutte le sue cinque stelle, su cui aveva costruito i suoi progetti e il suo fulgido sogno di avvenire. Ai pentastellati, insomma, è capitato l’inverso della famosa massima di Kant: si è spento il cielo stellato sopra di loro, e pure la luce morale dentro di loro. La prima stella polare del loro impegno in politica doveva essere la necessità di cambiare la classe dirigente. I numeri c’erano, all’inizio, poi però qualcosa si è rotto, e soprattutto qualcuno, più di qualcuno in realtà, se n’è andato: gli ultimi tre sono stati Cristian Iannuzzi, sua madre Ivana Simeoni e Giuseppe Vacciano, dimessisi ieri da parlamentari. Anziché spazzare via i vecchi partiti e convincere i pochi rimasti a convertirsi a loro, i grillini hanno così subìto l’effetto opposto: si sono smembrati, assistendo a fughe e tradimenti. La seconda stella di riferimento del Movimento era il mito del procedere da soli, duri e puri, senza compromessi e accordi con gli altri partiti. 
Questa tattica, spesso autolesionista ai confini del tafazzismo, è durata fin quando proprio i transfughi hanno cominciato a flirtare col nemico. Il Movimento è diventato allora una gabbia, dalla quale occorreva uscire, e al più presto, per poter accordarsi con i marpioni di Pd o Forza Italia. I 26 che se ne sono andati – cacciati o autosospesi – già si preparano a diventare la stampella di emergenza del governo Renzi. Nascere grillini e morire renziani: che tristezza (entrambe le cose, naturalmente). Il fuggi fuggi dalle file del Movimento è stato favorito dal tramonto di una terza stella (in un senso molto meno glorioso di quello pucciniano del «Tramontate stelle»), ossia l’utopia della Rete come mezzo di partecipazione, selezione e democrazia. La Rete ha fallito in tutti e tre i sensi: la partecipazione sul blog è inconsistente rispetto all’effettiva platea degli elettori dei Cinque Stelle; la selezione avviene spesso al contrario, favorendo l’elezione non dei migliori, ma di persone inadeguate; il blog non promuove la democrazia, al contrario sollecita meccanismi para-dittatoriali, o comunque autoritari, per cui basta un diktat del Capo o del Direttorio, per fare fuori i dissidenti: strumento di epurazione, la Rete, altroché di trasparenza e condivisione. La quarta stella a cadere è stato il fallimento delle promesse elettorali del Movimento. I grillini sono arrivati in Parlamento con un’idea folle, a suo modo originale: il reddito di cittadinanza. Ossia, garantire a tutti un reddito minimo per tre anni per il semplice fatto di essere cittadini italiani. Il proponimento è stato però sconfessato, prima ancora che dal mancato sostegno di altre forze, dall’infattibilità pratica della proposta: occorrevano fantamiliardi per coprire quella spesa enorme, miliardi che esistevano solo nella testa di Grillo e – ahilui – non certo nelle casse dello Stato.

Ma la stella più luminosa è cadere è stata la credibilità politica degli uomini che compongono il movimento. Dietro la facciata di gente intraprendente e non contaminata con i giochi di potere, si è svelato il volto di personaggi che flirtano con i violenti dei No-Tav, di esponenti come Di Battista che capiscono le ragioni dei terroristi dell’Isis e di Boko Haram, o di mentecatti come Andrea Cecconi che addirittura teorizzano che sparare a un politico potrebbe non essere deprecabile. Si tratta di ingenui, ma proprio per questo le loro parole sono molto pericolose. Ora che è tempo di festa, Babbo Natale Beppe Grillo (con quel barbone bianco e quella stazza, sarebbe perfetto per il ruolo) si illude di inseguire ancora la Stella cometa della rinascita, a bordo di una slitta sempre più malandata. Ma è costretto a vedere attorno a sé solo stelle cadenti. Forse farebbe meglio a ritirarsi a vita privata, appartandosi nel suo buen retiro in Lapponia o a Marina di Bibbona. Farebbe perdere di sé ogni traccia e gli italiani finirebbero per convincersi che no, Babbo Natale Beppe Grillo, in realtà non è mai esistito. E non ha mai portato doni.
mader

I GRILLINI SCOPRONO LA RAPINA FISCALE ALLA LOMBARDIA


Già a sentire che i grillini si scopronoautonomisti e federalisti si rimane (parecchio) basiti. A constatare, poi, che si son pure presi a cuore il problema del residuo fiscale lombardo si viene presi da un moto di commozione spontanea.

 

Forse che, tra un libro (pardon, e-book ormai la carta è “morta, finita”) di Casaleggio e uno di Di Battista, si siano imbattuti in qualche buona lettura di Carlo Cattaneo o Gianfranco Miglio sul federalismo, magari su consiglio del collega d’aula Stefano Bruno Galli? A vedere il pezzo pubblicato oggi in apertura del Blog di Beppe Grillo “Per una Lombardia di sana e robusta Costituzione” (titolo peraltro scopiazzato da un libro di Don Gallo) parrebbe proprio che le letture grilline, oltre ai due pensatori pentastellati, si siano fermate a un testo ancor più pesante: la Costituzione. «Restituiamo le chiavi dei territoriai legittimi proprietari: i cittadini. Nessuna secessione, rispettiamo la Costituzione! Risorse al territorio!», si legge al termine dell’articolo che, visto il tema, immaginiamo essere stato scritto dal gruppo consiliare del M5S al Pirellone.

E difatti tutto il testo dell’articolessa precedente – 6.500 battute, più del doppio di quelli che leggete abitualmente su L’Intraprendente– tanto tecnica, noiosa e pedante che pare essere scritta da un giurista («Rodotà», «Rodotà», «Rodotà») punta a spiegarci perché, per trattenere le risorse qui, non serva fare la secessione o chiedere l’istituzione di una regione a statuto speciale. Basterebbe, a loro giudizio, rispolverare l’articolo 119 della Costituzione che afferma che le Regioni «godono dell’autonomia finanziaria di entrata e di spesa, hanno un proprio patrimonio e possono fare investimenti» e il 116 che stabilisce il principio della «territorialità delle imposte».

Ora a parte che se la Lombardia trattenesse tutto o parte delle risorse che oggi vanno alle altre regioni i grillini dovrebbero spiegare ai propri colleghi meridionalitipo Luigi Di Maio come si potrebbero mantenerequelle regioni che prendono invece che dare. Così come dovrebbero spiegare chi pagherebbe l’oneroso reddito di cittadinanza. Ma lasciamo perdere. La cosa più contraddittoria è un’altra. I grillini infatti non spiegano come si potrebbe tenere qui le nostre risorsefacendo appello alla “carta più bella del mondo”. A leggere il pezzo sembrerebbe che per loro basterebbe che Roberto Maroni andasse a Roma da Renzi, declamasse gli articoli 116 e 119 della “carta più bella del mondo”, e tornasse indietro con 40 miliardi? Siamo seri. Anche perché, ricordano gli stessi grillini, «per diverse ragioni, non si è data attuazione a quanto previsto dalla riforma del titolo V» che prevede che le regioni «dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibili al loro territorio».

Quindi che fare, in concreto? No perché se non ce lo spiegano siamo legittimati a pensare che i grillini, in fondo, non si comportino diversamente dagli altri partiti che fanno solo propaganda elettorale. Loro sono i cittadini onesti e tutti di un pezzo, vero?
mader

IL TRIPLO CARPIATO DI SALVINI SULLA MERKEL


Quando diciamo che Matteo Salvini è lo speculare perfetto di Matteo Renzi, ci pare una ricognizione sulla realtà, prima ancora che un giudizio politico. Il “Matteo giusto”, così come l’ “altro Matteo” (è il consueto linguaggio padano ritagliato sul culto del Capo, anzi del Capitano) è anzitutto un sublime cazzeggiatore, un ospite postmoderno da talk show, prima che un politico, che ha un rapporto coerentemente precario con la verità.

Prendasi dichiarazione odierna a favore di Frau Merkel. Un triplo carpiato del pensiero impraticabile per un novellino del circo mediatico, ma Salvini lo fa sembrare ovvio. “La Merkel ha ragione quando dice che il governo Renzi non ha fatto un accidente. Il semestre europeo di presidenza italiana si chiude con il nulla”. A parte che Salvini contesta la Merkel anche quando sciorina tautologie, del tipo il sole sorge, l’acqua è bagnata, il debito pubblico italiano è un tantino fuori controllo. Un po’ inverosimile, che abbia ragione l’unica volta che fa comodo al Capitano. A parte che sul semestre europeo il segretario della Lega si è sempre fatto, giustamente, delle grasse risate, giudicandolo per quello che è: un rito acefalo da Politburo eurocratico. A parte l’improvviso venir meno dell’ “interesse nazionale” (che il leader di quello che fu un partito indipendentista e federalista sbandiera in ogni dove) di fronte al nemico teutonico (che è tale, ma non coi connotati metafisici e autoassolutori che assume nell’attuale narrativa del Carroccio).

A parte tutto questo, mi rendo conto di essere noioso, è molto più divertente e appagante parlare di effetto Salvini su Facebook, però qui c’è una lievissima contorsione politica, una insignificante violazione del principio di non contraddizione, che sarà démodé, ma rimane l’unico gancio a cui appendere discorsi sensati. Merkel ha ragione nel suo rimbrotto a Renzi, dice il Capitano. Cosa rimprovera Merkel a Renzi? Sostanzialmente, le riforme non fatte, che per uscire dall’ipocrisia generalista di rito eurocratico sono: abbattimento palpabile del debito, intervento drastico sulla Spesa, dimagrimento delle mangiatoie statali e para-statali. Rimessa non dico in sesto totale, ma almeno parzialmente in piedi dell’azienda-Italia. Che poi la Cancelliera articoli il discorso sopra la consueta miopia, ovvero in nome dell’austerità contabile e non in quello della ripartenza di individui, famiglie e imprese, è altra cosa nota: a lei interessa il risultato di bilancio, se la scorciatoia per raggiungerlo nell’irriformabile sistema italico son nuove tasse, si faccia. È per questo che a noi non piace, perché è una dirigista del rigore e non una liberatoria rivoluzionaria thatcheriana, ma il punto qui sta altrove, ed è un problema tutto del Matteo giusto. Perché se la Merkel ha ragione contro Renzi, come dice Salvini, vuol dire che l’Italia ha bisogno delle riforme chieste dalla Merkel, al contrario di quel che dice Salvini. Se oggi bisogna applaudire alla Cancelliera, come dice Salvini, vuol dire che lei può permettersi di intervenire sulle faccende italiane, che va ascoltata e che a volte lo pseudo-riformismo germanico è meglio dello sbraco italiota in nome della “sovranità“, al contrario di quel che dice Salvini. O forse, banalmente, dopo aver copiato da altri, leggi Flavio Tosi, l’idea di nazionalizzare la Lega e gettare un’Opa sull’intero centrodestra, oggi il Matteo giusto travasa dal sindaco di Verona anche l’agenda di politica estera, per cui se ci commissariano, spesso, è colpa nostra, che non facciamo le riforme liberiste del caso. Sarebbe un’ottima notizia, però poi a Casa Pound lo spiega lui.
mader

IL "TRATTATO SCONOSCIUTO” ALLA FACCIA DI GRILLINI E COMPLOTTISTI


Sentito così il termine dice poco o nulla. Sembra uno di quegli acronomi vuoti e inutili che corredano le scartoffiedi burocrati che non propongono niente di nuovo. Eppure il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, conosciuto come Ttip, rischia di essere, almeno negli intenti, la vera rivoluzione copernicanadel commercio mondialedel XXI secolo. O almeno di quello occidentale che più di altri soffre la crisi e che ha bisogno di trovare la quadra in sé stesso. E guarda caso i grillini se ne lamentano.

L’idea, che si sta cercando di portare a termine con difficile negoziati internazionali, di creare la più grande area di libero scambio della storia del mondo. Un’area che vanta la bellezza di quasi 900 milioni di persone e che, insieme, fa il 54% del Pil globale: la somma dei 28 Paesi dell’Unione europea, con Stati Uniti, Canada, Svizzera, Norvegia e Islanda. Un sistema per abbattere(o comunque ridurre) le barriere doganali fra Paesi così come la burocrazia. Un esempio? Se si sposta un auto dagli Usa in Europa o viceversa, ad esempio, è serve una nuova omologazione, che col Ttip in vigore non sarà più necessaria. Non solo: secondo quanto afferma la setssa commissione europea tra i contenuti del trattato ci sarà ci sarà l’introduzione di un arbitratointernazionale (denominato Isds, Investor-state dispute settlement) che permetterà alle imprese di intentare cause per «perdita di profitto» contro i governi dei paesi europei.

Secondo diverse ricerche indipendenti il Ttip sarà in grado di accrescere l’economia europea di ben 120 miliardi di euro, quella americana di 90 e quella del resto del globo di altri cento. Una buona iniziativa, insomma, che dovrebbe controbilanciare le tendenze alla normalizzazione fiscale dell’Unione europea. E che controbilancia di certo la decisione di Putin di bloccare il gasdotto Southstream per «riorientare il gas verso altri consumatori», come la Turchia, Paese dal quale lo zar ha dichiarato il cambio di marcia sull’energia.

Peccato che ci sia qualcuno che la criticain maniera feroce. Gli (ex?) fan di Beppe che ieri mattina mattina hanno organizzato a Roma un incontroper «far luce» su un presunto «trattato sconosciuto». A vedere gli ospiti non viene certo da pensare a un’informazione imparziale: oltre a tre parlamentari del M5S, la vicepresidente del comitato Stop/Ttip Monica Di Sisto, Stefano Lenzi del Wwf e il giornalista Fulvio Grimaldi, una carriera fra Paese Sera (fondato dal vecchio Pci), Lotta Continua e Liberazione. I commenti sul blog di Beppe Grillo sono infatti tutt’altro che imparziali: «Diventerà l’ennesimo ostacoloalla sovranitàpolitica, commerciale ed alimentare del nostro Paese», c’è «rischio di debilitare il nostro Made in Italy in favore di una massificazione produttiva, tipica degli Stati Uniti è dietro l’angolo», e giù il solito panegirico sull’acqua pubblica («le aziende americane entrerebbero in diretta concorrenza nella gestione dei beni comuni») e le cattivissime colture Ogm. Il tutto riassunto anche in un video talmente patetico da diventare quasi ironico.

I fan della decrescita (in)felice, insomma, non si smentiscono mai…
mader

DA COMICO A PIAGNONE


Giuseppe Piero Grillo, in arte Beppe, è nato a Genova nel quartiere di San Fruttuoso. Ma dai ragionamenti che fa potrebbe essere nato benissimo a Scampia, Catanzaro o Caltanissetta.

Basti guardare l’ultimo post del suo blog, firmato dal gruppo M5S alla Camera, per vedere chiaramente come l’atteggiamento del movimento di cui è padre padrone assoluto (su non prendiamoci in giro con la questione democrazia diretta: puoi dissentire, è vero, ma a patto di far le valigie) sia degno del meridionalismo più autentico. Quello peggiore ovviamente visto che, non dobbiamo dimenticarlo, meridionali sono anche autori e attori geniali come Pirandello, Sciascia e De Filippo, o imprese all’avanguardia come quella piccola impresa siracusana che vuol costruire Lavinia, la supercar elettrica più potente al mondo. Quello di cui parliamo è il Sud piagnone, assistito e assistenzialista, che chiede, pretende e domanda sussidi e spesa pubblica, a danno delle altre regioni. Quello che grida “lo Stato ci ha abbandonato”, salvo poi lamentarsi ogni volta che lo stesso Stato cerca di imporre qualche regola.

Lo stesso che il M5S chiede di rafforzare. «Lo Stato italiano – scrivono i senatori grillini – avrebbe il compito morale e costituzionale di favorire lo sviluppo delle aree geografiche in ritardo o depresse, ma invischiato nei trattati europei e nei vincoli assurdi della moneta unica deve dimagrire il bilancio e tagliare le spese, a costo di farlo senza nessuna idea guida. I famosi tagli lineari inaugurati da Monti sono ora riproposti da Renzi, che aveva gridato la sua ostilità all’Europa dell’austerità in campagna elettorale ma ora ne rispetta fedelmente ogni virgola. Intanto il Sud deperisce. Ogni giorno in queste condizioni è un ostacolo in più sulla strada di una possibile ripresa futura del Mezzogiorno».

Come se la Sicilia non avesse alcuno spreco da tagliare, nessun privilegio da abolire, nessun parassitismo da eradicare. La regione che, forse memore della sua prima colonizzazione, paga le imprese alle calende greche ma stipendia puntualmente e profumatamente i suoi “parlamentari”, quella che con 28mila forestali, numero pari al Canada, non riesce a domare gli incendi. È forse normale che a Pioppo, frazione di Monreale, ci siano ben 383 persone su duemila assunte come forestali? È normale che in un paesino solo ce ne siano quasi quanto l’intero Piemonte (404) che ha la stessa identica estensione della Trinacria?

Per i grillini pare proprio di sì. Tanto che, invece che lamentarsi degli sprechi, dicono: «Bisogna uscire dall’euro, riprendersi la sovranità economica e monetaria e saldare Sud e Nord Italia con misure urgenti di solidarietà e di sviluppo economico». Insomma più sussidi a pioggia.

Quelli che, in 150 anni, non hanno aiutato il Mezzogiorno, terra ricchissima ma poco valorizzata proprio a causa di un assistenzialismo becero e controproducente.
mader

LA LOTTERIA DELLA DEMOCRAZIA GRILLINA


Un giorno sì e l’altro pure i grillini si vantanodi essere l’unico partito – pardon, MoVimento – in grado di rispettare la volontà popolare. Quasi fossero loro gli unici portatori di quella Volontà generale che, secondo il filosofo Jean-Jacques Rousseau, è insita in ogni uomo indipendentemente dal fatto che egli la percepisca o meno.

Eppure, se guardiamo gli esisti di certe votazioni, verrebbe da dire che questa volontà, in campo grillino, è quantomeno sopita. Accade così che Grillo, tramite il fido guru maximo dell’informatica Gianroberto Casaleggio, mette a disposizione del suo Popolo uno strumento innovativo per votare i candidati, ed il grillino medio se ne frega. Oppure, al contrario, cerca di candidarsi anche senza avere alcun titolo forse – a pensar male si fa peccato, ma spesso ci s’azzecca, diceva qualcuno – solo per accaparrarsi un bel posto al sole in qualche ente pubblico.

Ed ecco che, in questo modo, la candidata presidente alla regione Emilia Romagna Giulia Gibertoni, regione in cui il M5S ha ottenuto un buon 24,6% alle politiche del 2013 e un decente 19,2%, venga scelta con appena 266 voti della base grillina. Un risultato solo di poco migliore del collega cittadino Cono Cantelmi che, “forte” di 183 voti, sarà candidato governatore della Calabria. A far compagnia ci sarà una nutrita squadra di candidati che, a stento, hanno raccolto un centinaio di voti. Basti pensare che in Emilia la Gilbertoni ha superato Elena Cipolletta (99 voti) ed Ilsa Orano (75); e ancora Dario Pattacini (78), conduttore televisivo della cerchia dei fedelissimi di Beppe, Imerio Amedei (62), Giulio Cristofori (102), Nunzio Diana (65). E ancora Paola Cardelli (105 voti), attivista reggiana del Movimento 5 Stelle e compagna dell’attuale capogruppo in sala del Tricolore Norberto Vaccari, e Silvia Piccinini (142).

La stessa cosa accaduta, grosso modo, alle scorse europee dove – accennavamo prima – si son presentati ben cinquemila candidati, desiderosi di ottenere un posto al sole. Ed ecco che, a guardare ai 75 candidati selezionati, si può notare come non ce ne sia uno in grado di superare i duemila voti e pochi anche ad andare oltre i mille. La maggior parte (bada bene, parliamo di un’elezione nazionale) son stati scelti con numeri compresi fra i centoe gli ottocento voti. Ed in particolare spicca per difetto il nome di Manuel Voluaz, selezionato in Val d’Aosta con appena 33 voti. Probabilmente il suo condominio. E poi Pasquale Casmirro (58 voti in Molise), Laura Agea (132 in Umbria) e Laura Ferrara (133 in Calabria). Le ultime due sono state elette, va detto con decine di migliaia di voti popolari.

Quel che lascia un po’ dubbiosi è dunque il metodo per selezionare i candidati. Non solo per i pochi voti richiesti per entrare ma anche per certe procedure poco chiare. Ad esempio, per le regionali emiliane, non è uscita nessuna lista dei candidati selezionati, con a fianco il numero dei voti ricevuti: la mattina gli iscritti si sono trovati di fronte al secondo turno delle votazioni per eleggere il candidato presidente.

Se questa è trasparenza…
mader

PER I GRILLINI ESISTE ANCORA L’UNIONE SOVIETICA


Lo storico (?) Aldo Giannuli sul blog di Grillo difende i deliri di Di Battista, e scrive che per risolvere i conflitti mondiali servirebbe una “conferenza di pace” delle grandi potenze, tra cui -letterale- “l’Unione Sovietica”. E vogliamo escludere l’Impero Ottomano?


Chissà dove è stato lo storico Aldo Giannuli negli ultimi ventitré anni. Forse è rimasto rinchiuso nella cella di una prigione sovietica, della quale hanno buttato via le chiavi. O forse ha subìto un tremendo crollo nervoso dopo il crollo del Muro, dal quale non si è ancora ripreso. Fatto sta che Giannuli, ricercatore di Scienze politiche all’Università di Milano e firma del blog di Grillo, è convinto che l’Urss esista ancora. In un post pubblicato sul blog del M5S lo scorso 19 agosto, scrive infatti che, al fine di risolvere la situazione in Medioriente, occorrerebbe organizzare «una conferenza di pace che metta al tavolo delle trattative Usa, Lega Islamica, Alba (non è chiaro se si riferisca ad Alba Dorata o ad Alba Parietti, ndr) e Urss».

L’Urss, capite? Sì, proprio quello Stato con bandiera rossa e falce e martello, che si è disgregato nel 1991, sancendo la morte politica del comunismo realizzato. Ma Giannuli e i grillininon devono essersene accorti. E per questo auspicano che l’Unione Sovietica, da troppo tempo in silenzio, possa contare ancora qualcosa nello scacchiere mondiale. Resta ora da stabilire chi, a nome dell’Urss, dovrà condurre il dialogo di pace sul Medioriente. Se ne dovrà incaricare l’ancora vivo Michail Gorbaciov? Oppure bisognerà riesumare le salme di Leonid Breznev e Nikita Kruscev? Qualcuno suggerisce piuttosto che, al fine di aprire un confronto con una persona moderata e democratica come il Califfo al-Baghdadi, sarebbe opportuno interpellare un capo di Stato altrettanto umano e poco sanguinario come Iosif Stalin. Sarebbe un incontro bilaterale perfetto: il Barbuto da una parte, il Baffone dall’altra; Califfo nero contro Dittatore Rosso.

Bisognerebbe poi definire con attenzione il luogo della conferenza di pace. L’ideale, nell’ottica grillina, sarebbe organizzarla a Yalta, in Crimea, come 70 anni fa, quando c’erano siano Usa che Urss (mancava però Alba, quella volta). Prima naturalmente occorrerebbe spiegare a Giannuli e al Movimento Cinque Stelle che, per uno strano fenomeno chiamato evoluzione storica, la Crimea oggi non fa più parte dell’Urss e nemmeno dell’Ucraina, ma è tornata a far parte della Russia. Aggiungendo tuttavia, per non farli confondere troppo, che la Crimea non ha cambiato posto ma si trova ancora lì, affacciata sul Mar Nero, il quale curiosamente ha mantenuto intatto sia il nome che il colore.

Fatti questi chiarimenti preliminari, bisognerebbe stabilire l’argomento della conferenza di pace, suggerendo a Giannuli e ai pentastellati che invocare ancora la dittatura del proletariato come soluzione potrebbe suonare un po’ retrò, visti i tempi cambiati; e avvisarli, a fil di voce, che la Guerra Fredda è finita da un pezzo e che in Medioriente non si minacciano a suon di testate nucleari come facevano russi e americani, ma si ammazzano per davvero; e poi fargli un cenno per dirgli che il Terrore non sta più oltre la cortina di ferro, ma in una rete ramificata e spesso invisibile che si chiama fondamentalismo islamico; e quindi comunicar loro che il grande nemico dell’Occidente oggi non usa più bandiere rosse, ma verdi e, anziché l’alfabeto cirillico, adotta lettere arabe.

Rassicurato su questi punti, si potrebbe consigliare a Giannuli di farsi un giretto a Mosca (specificando che non è un insetto, ma una capitale, proprio come Grillo, che non è un solo insetto, ma – strano a dirsi – anche un politico). E poi proporgli di invitare alla famosaconferenza di pace anche l’Impero Ottomano, lo Stato Pontificio, il Regno delle Due Sicilie, l’Impero dei Maya e le città-stato di Atene e Sparta, giusto per non escludere nessuno.

mader

DI BATTISTA FA IL MULTICULTI CON LE GOLE DEGLI ALTRI


Insistiamo. Perché insistono loro, i Vauro, i Massimo Fini, i Di Battista. E non ci stiamo più, già sotto attacco dalle belve islamiche (perché è in gioco il nostro destino, nel deserto iracheno, questo ormai è agli atti) a prendere lezioni di anti-occidentalismo da chi passa ogni sua giornata al sicuro dei privilegi occidentali, e ci sputa sopra.Vale meno di chi si arruola nel jihad, questa teppaglia intellettuale, perché non ha nemmeno il coraggio perverso del fanatismo. 

Ha solo la mollezza compiaciuta di chi contraddice le proprie parole con le proprie azioni. Ipocrisia a tonnellate. E incapacità di maneggiare l’oggetto umano per eccellenza, quello della Storia, anche a livello di un sussidiario di quinta elementare. 
Prendete Di Battista, che non ha nemmeno quel minimo rispetto di sé da chiudersi nel silenzio, dopo che i galantuomini in nero che lui vuole “erigere a interlocutori” hanno sgozzato in diretta tivùun reporter americano.
No, il professorino mancato ribadisce, puntualizza, delira ancora via web, come fossimo di fronte a questo, un dibattito orizzontale nei social network, e non una scelta abissale tra la vita e la morte. “Non c’è mai stata una guerra che ha messo fine alla guerre”. Non vuol dire niente, è un nonsense acefalo appena infiocchettato di correttezza formale, è il linguaggio che parla questa gente, è l’astrazione che, da sempre, fa il gioco del totalitarismo. Non c’è mai stata una guerra che metta fine al fenomeno umano, tremendo e deteriore, e proprio per questo troppo umano, delle guerre? È una tautologia, non avevamo bisogno di Di Battista, per questo. 
Ci sono state invece “guerre giuste”, altroché, caro allievo del Capocomico in fregola di sorpassare il maestro, e non è affatto un concetto introdotto “dopo l’11 settembre”, lo ha teorizzato ben prima un guru del pensiero liberal come Michael Walzer, non uno sporco “imperialista“, per non scomodar la Scolastica medievale e il giunaturalismo seicentesco, informati, leggi, studia, oppure taci. Ci sono state guerre che hanno messo fine all’oppressione, alla schiavitù e perfino a quell’evento che secondo alcuni (filosofi, non cittadini del Movimento Cinque Stelle) ha reso per sempre impossibile nominare Dio, l’Olocausto. 
La guerra contro la Germania nazista era una guerra giusta, vien la noia a ripetere ovvietà a uno scolaretto che non ha mai fatto i compiti, e l’hanno fatta gli Angloamericani (quello con l’Urss era puro scontro tra due versioni dell’Orrore), quelli a cui Di Battista attribuisce le colpe di qualunque sconvolgimento mondiale, e che hanno la sola, sublime colpa di aver dato anche a lui la libertà di proporre al mondo le proprie stronzate (il giornalismo a volte vive di termini tecnici, e questo è il caso). Vada a Colleville sur Mer e ci parli ancora di “imperialismo nordamericano”, il pensatore a Cinque Stelle.

Ma è inutile parlare di Storia con questa gente, non stanno nemmeno all’altezza della piccola attualità che hanno generato loro, non hanno neppure la consapevolezza delle proprie parole, giocano agli eroi del multiculti e del terzomondismo, ma con le gole degli altri. Quella di James Foley, quella di qualunque ostaggio sia in mano dei cani dellIsis. 
Qui non c’è nessun “conflitto” da risolvere, esimio Di Battista, dai grillini più volte sbandierato candidato premier. Qui c’è solo una scelta da fare. O col mondo del diritto, dell’individuo come categoria giuridica ed esistenziale, della coltivazione dei mille e più sentieri alla “ricerca della felicità”, come recita la carta fondante del Paese più libero del mondo, gli Stati Uniti d’America. O con l’Isis. 
La scelta di Di Battista è chiara. La nostra anche.

mader

Giovanni Sallusti per L’Intraprendente