Beppe Grillo, La Stampa, mader, Matteo Renzi, Rai

LA RAI FINANZIA IL BLOG DI GRILLO


La società del servizio pubblico radiotelevisivo che paga la pubblicità al sito di un movimento politico. Tradotto: la Rai che sborsa soldi per comparire nei banner pubblicitari del blog di Beppe Grillo, lo stesso leader del Movimento 5 Stelle che, tra le sue battaglie, ha proprio la cancellazione del canone. A risollevare il caso quest’oggi è stato Renzi in persona: «Ho letto che la Rai ha dato dei denari al sito di Grillo. Immaginate cosa sarebbe successo se avessero dato soldi a noi…», ha provocato il premier dal palco della direzione nazionale del Pd. La notizia è subito rimbalzata dalle parti di viale Mazzini: «Non ne so nulla, mi informerò», dice il direttore generale della Rai, Luigi Gubitosi. Subito, e stizzita, è arrivata la replica dei Cinque Stelle: «Tutta colpa del servizio di advertising di Google, la Rai non ha comprato direttamente pubblicità nel blog».  

L’inghippo è presto spiegato. La Rai per farsi pubblicità su Internet ha usato il servizio di advertisement di Google. Il gigante di Mountain View gestisce con dei prodotti (fra cui AdSense, AdWords, Google Analytics) i banner pubblicitari che compaiono sui diversi siti del web. In pratica, come giustamente sostiene Carlo Sibilia, membro del direttorio M5S: «Beppe Grillo non ha preso soldi dalla Rai, ma si trattava di un AdSense irrisorio».  

Però, c’è un però. Un’azienda che fa pubblicità sul web può decidere in quali siti non comparire, come specifica Google. In pratica, la Rai (servizio pubblico, meglio ricordarlo) avrebbe potuto evitare di finire sul blog del leader di un partito (il Movimento 5 Stelle). «A che serve avere 300 dirigenti – ha denunciato la deputata del Partito democratico Lorenza Bonaccorsi – se poi si verificano queste leggerezze?». Rispondendo all’interrogazione della stessa Bonaccorsi, e componente della commissione di Vigilanza Rai, Viale Mazzini ha ammesso l’errore e si è impegnata «a fornire indicazioni correttive a Google per evitare che si ripetano episodi di questo tipo». Niente più banner sul blog di Grillo, dunque. Una «leggerezza», insomma. Che però potrebbe essere costata cara anche agli italiani. Quelli che il canone lo pagano ancora.  
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Davide Lessi per La Stampa
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Carlo Sibilia, Facebook, la Repubblica, mader, Matteo Renzi, Movimento 5 stelle

CARLETTO SIBILIA SBUGIARDATO SUI VOLI DI STATO


Torno ancora sul volo di Stato che ha portato il Presidente del Consiglio in Val d’Aosta per le vacanze di fine anno. L’onorevole pentastellato Carlo Sibilia nel suo post su Facebook  nel denunciare l’uso di un aereo di Stato da parte di Matteo Renzi, per raggiungere con la famiglia Courmayer per le festività di capodanno, cita impropriamente e indelicatamente, il grande e indimenticabile Sandro Pertini, affermando: “Ma vi ricordate il presidente Pertini? Vi potreste anche solo immaginare Pertini che usa un volo di stato, un aereo di lusso, per portare la moglie a sciare?”.

Al solo proposito di evitargli nuove brutte figure sarebbe utile che il grillino Sibila, parlamentare della Repubblica, pagato con i soldi dei contribuenti, rifletta e si documenti prima abusare di persone che hanno fatto la Storia del Paese.

Per agevolarlo suggerisco, all’on. Sibilia, – che all’epoca non ancora compiva i due anni di età – di leggere quest’articolo del quotidiano la Repubblica. Era il primo agosto 1984, il titolo: “Pertini parte oggi in vacanza tornerà a settembre”:

“Finita la fase della “verifica” di governo con il giuramento al Quirinale dei ministri Romita (spostato dagli Affari regionali al Bilancio) e Vizzini (agli Affari regionali), il presidente della Repubblica Sandro Pertini partirà oggi per Selva di Val Gardena, dove, come ogni anno, trascorrerà le vacanze estive. Il capo dello Stato conta di rimanere in montagna fino ai primi di settembre. Pertini partirà stamattina con un Dc9 dell’ aeronautica militare alla volta di Verona. Raggiungerà Selva a bordo di un elicottero. Il presidente della Repubblica, in fatto di vacanze estive è un abitudinario e la prediletta Selva di Val Gardena lo avrà, come negli ultimi 6 anni, ospite di lusso nella locale caserma dei carabinieri dove il capo dello stato troverà gli accompagnatori di sempre che gli faranno da scorta nelle passeggiate lungo i tracciati dolomitici. VITTORIA (Ragusa) – La richiesta di sospensione del decreto prefettizio, che annullava l’ ordinanza del sindaco di Vittoria (Ragusa) relativa al divieto di transito dei mezzi adibiti al trasporto dei missili in tutte le strade di competenza comunale, è stata respinta dal Tribunale amministrativo regionale (Tar).”
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mader, Matteo Renzi, Movimento 5 stelle, Paolo Romano, Presidente del Consiglio, Renzi

LA BRUTTA FIGURA DEI GRILLINI SUL VOLO DI STATO DI RENZI


Il Movimento 5 Stelle, per bocca del deputato Paolo Romano, ha ottenuto e pubblicato i piani di volo che riguardano il viaggio del presidente del Consiglio Matteo Renzi da Tirana ad Aosta, effettuato utilizzando un volo di Stato che sarebbe stato dirottato a Firenze per caricare la famiglia del premier.

Romano ha pubblicato anche uno screenshot di una mappa radar, da cui si può notare immediatamente che qualcosa nella ricostruzione del grillino non quadra: l’aereo del premier non è infatti un Falcon 900, che ha la sigla F900, come dichiarato dal deputato a 5 stelle, bensì un Airbus 319, come si nota dalla sigla A319.

 

I piani di volo sono ancora più chiari nel dimostrare che l’onorevole Romano mente o non sa di cosa sta parlando, e sperava forse che nessuno si sarebbe preso la briga di controllare quella giungla di codici, peraltro subito dopo i bagordi di Capodanno, per giunta in un weekend lungo. Ma quella giungla di codici è in realtà molto facile da leggere, almeno nelle sue informazioni più basilari.

Ogni piano di volo indica, tra le molte altre cose, da quale aeroporto un velivolo parte e dove deve arrivare: partenza e destinazione sono indicati attraverso codici ICAO, e per la precisione LIMW indica l’Aeroporto di Aosta, LIRA quello di Roma-Ciampino, LATI quello di Tirana e infine LIRQ quello di Firenze-Peretola.

Chiarito ciò, è facile ricostruire il viaggio fatto da Renzi il 30 dicembre leggendo i sei file pubblicati: l’aereo Airbus 319, uno dei tre utilizzati per i “voli blu”, parte (tecnicamente inizia il rullaggio, l’orario è evidenziato dalla sigla EOBT) da Tirana alle 16:30 e arriva a Ciampino; alle 18:01 un Falcon 900, un velivolo più piccolo rispetto all’Airbus 319, parte da Ciampino, destinazione Aosta; alle 19:10 un F900 ritorna a Ciampino.

Altri due file mostrano un F900 che parte da Peretola e giunge ad Aosta alle 19:29 e sempre un F900 che da Aosta torna a Ciampino: si può presumere che il primo volo riguardi i familiari di Renzi, che sono sottoposti agli stessi protocolli di sicurezza del premier. Il sesto file mostra invece il viaggio di andata da Roma a Tirana.

A dispetto di quanto dichiara Romano, insomma, Renzi non ha dirottato un Airbus 319 da Tirana a Firenze, bensì è atterrato a Roma, ha cambiato aereo (più piccolo) ed è andato in vacanza. Questo stando ai piani di volo. La mappa radar, invece, mostrerebbe un Airbus 319 che parte da Firenze e va ad Aosta, ma lo stesso deputato parla di un errore nella mappa stessa. Peccato non si accorga del problemuccio: Renzi parte da Tirana con un Airbus 319 (come dicono i piani di volo), come avrebbe tale aereo a “trasformarsi” in un Falcon 900 durante il volo?

C’è poi un’altra questione: si è trattato di uno spreco? Renzi poteva prendere un treno o andare in macchina fino ad Aosta? Certo, ma sarebbe costato di più, perché Renzi avrebbe dovuto muoversi con tutta la scorta per effettuare un viaggio di durata ben più lunga, utilizzando mezzi (come il treno) o infrastrutture (come le autostrade) aperte al pubblico. Peraltro, scrive Aosta Oggi, il volo è stato utilizzato per testare la sicurezza dello scalo in notturna. L’utile e il dilettevole, insomma.

Se proprio i grillini volevano polemizzare, avrebbero potuto attaccare la solita verve parolaia del premier, il quale il 18 febbraio scorso, durante le trattative per la formazione del governo, diceva che «A me la scorta non mi garba» e che voleva continuare a girare con Giulietta e bicicletta (girando costantemente senza scorta avrebbe però infranto protocolli di sicurezza, mettendo a rischio la sua incolumità e non solo, e si suppone che questo abbia convinto Renzi ad accettare la scorta).

Insomma i grillini hanno preferito fare l’ennesima brutta figura dettata dalla fretta (e dall’ignoranza), invece di fermarsi a riflettere. Ma non è finita qui: Romano osa addirittura invocare il presidente della Repubblica Sandro Pertini, il quale almeno nell’immaginario collettivo fu un buon presidente, ma usava le risorse dello Stato in modo piuttosto allegro.

Nel 1984 spedì un elicottero dei Carabinieri a prelevare a Cortina la sua amica Dianne Feinstein, sindaco di San Francisco; Giorgio Bocca, inoltre, affermava nel suo libro “Il Provinciale” (pag. 236) che Pertini gli inviò un messaggio da Roma a Milano “utilizzando” un maresciallo dei Carabinieri in motocicletta. Ma cosa sono seicento chilometri per un Carabiniere?

Forse è il caso di parlare di meno e studiare di più. Ma questo non vale solo per i grillini.

(Ah, probabilmente Paolo Romano e il controllore di volo [o comunque quello che gli ha fornito tali informazioni] hanno commesso qualche reato. Ma è un dettaglio che non fa ridere, e lo aggiungiamo solo per dovere di completezza).
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Giovanni De Mizio per International Business Times

Beppe Grillo, Grillo, Libero Quotidiano, mader, Matteo Renzi, Renzi

GRILLO, IL MIGLIOR ALLEATO DI RENZI


Il miglior alleato di Matteo Renzi non è Angelino Alfano con il suo Nuovo centrodestra. E nemmeno Silvio Berlusconi, che pure con il presidente del Consiglio ha un accordo di ferro per fare le riforme ed eleggere il capo dello Stato. Né si può dire che lo sia Massimo D’Alema, il quale a dire la verità ogni volta che parla e manifesta altezzosamente il suo disprezzo nei confronti del Rottamatore gli fa guadagnare voti.


No, il miglior alleato del premier è senza ombra di dubbio Beppe Grillo. Nessuno più dell’ex comico ha infatti versato quest’anno un tributo così elevato di parlamentari. Certo, da quando è iniziata la legislatura, tanti onorevoli hanno cambiato casacca, passando dall’opposizione alla maggioranza. Ma da quando Renzi ha fatto il suo ingresso a Palazzo Chigi gli esodi si sono verificati soprattutto fra gli esponenti del Movimento Cinque Stelle. Con l’uscita, registrata ieri, di Cristian Iannuzzi, Ivana Simeoni e Giuseppe Vacciano salgono a 26 i parlamentari grillini che hanno voltato le spalle a Grillo per accasarsi nel gruppo misto.

È vero, alcuni più che andarsene sbattendo la porta sono stati sbattuti fuori dalla porta, dopo una specie di processo sommario in Rete. Tuttavia, di chiunque sia stata la prima mossa, resta il fatto che quasi un quarto della forza eletta alla Camere con un programma di cambiamento dopo meno di due anni ha ottenuto un solo cambiamento: quello della maglietta che indossa.

Sarà per colpa dell’assenza di una regia e di una linea definita, sarà per via delle decisioni calate dall’alto da un direttorio assai misterioso di cui fanno parte il capo e il suo consigliere, sarà per il taglio secco agli emolumenti che costringe gli onorevoli a rinunciare a buona parte del proprio stipendio, sarà perché il Movimento Cinque Stelle fin dal suo esordio parlamentare ha scelto la strada di non collaborare con nessuno dei partiti presenti sulla scena politica, sta di fatto che giorno dopo giorno Grillo perde i pezzi e li regala a Matteo Renzi.

Volenti o nolenti, più l’ex comico e i suoi pretoriani alzano la voce e rifiutano ogni contaminazione con le forze di maggioranza e più si infoltisce la pattuglia di coloro i quali abbandonano il movimento per correre in soccorso del vincitore. Paradossalmente, senza fare sforzi e soprattutto senza fare concessioni, il presidente del Consiglio vede ampliarsi l’area della sua maggioranza.

Anche se i fuoriusciti fanno di tutto per non dichiararsi ufficialmente a favore del governo, temendo di essere etichettati una volta per sempre traditori, è evidente che la maggioranza a favore del premier è in definitiva il loro punto di approdo. Del resto non potrebbe che essere così. Se vogliono avere un ruolo, se intendono avere un futuro politico, i dissidenti non hanno altra strada che cercarne una che porti al Pd.

Magari lo sbocco non prevedrà un ingresso ufficiale nel partito, ma diciamo che una lenta marcia di avvicinamento è in atto e prima della fine della legislatura potremmo avere delle novità. Se al gruppo che arriva dal Movimento Cinque Stelle si aggiunge la squadretta che proviene da Sinistra ecologia e libertà dopo aver mollato Nichi Vendola al proprio destino di ex governatore, si capisce che per il futuro Matteo Renzi non ha davvero motivo di preoccuparsi.

L’economia potrà andare male, il Pil salire e il numero di occupati scendere, ma al presidente del Consiglio non verranno a mancare i voti per restare a galla. Anche se una parte del Pd, quella più radicale, decidesse di rompere con il segretario per dar vita a una nuova formazione politica (ipotesi di cui molto si parla sui giornali ma poco riscontro ha nella pratica), il capo del governo non incontrerebbe molti problemi, perché i contestatori verrebbero rimpiazzati facilmente con un nuovo gruppetto di sostenitori.

Ventisei onorevoli pronti a soccorrere il governo non sono pochi, ma se Beppe Grillo si applica ancora un po’ e non riesce a tenere unite le sue truppe, la diaspora potrebbe proseguire. Non a caso c’è chi parla di altri dieci parlamentari già sulla rampa di lancio, pronti ad atterrare nei territori della maggioranza.

Una fuga che in questo momento pare inarrestabile, tanto inarrestabile da farci concludere che di questo passo Grillo diventerà per il presidente del Consiglio il principale donatore di sangue. Senza il suo apporto, nei prossimi mesi Renzi avrebbe potuto incontrare qualche difficoltà e perfino essere costretto ad andare alle elezioni, ma con i nuovi rinforzi può guardare più sereno al proseguimento della legislatura. Al diavolo Pippo Civati e perfino Stefano Fassina: fuori c’è la fila di chi vuol prendere il loro posto.
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Maurizio Belpietro per Libero Quotidiano
L'Intraprendente, mader, Matteo Renzi, Matteo Salvini

IL TRIPLO CARPIATO DI SALVINI SULLA MERKEL


Quando diciamo che Matteo Salvini è lo speculare perfetto di Matteo Renzi, ci pare una ricognizione sulla realtà, prima ancora che un giudizio politico. Il “Matteo giusto”, così come l’ “altro Matteo” (è il consueto linguaggio padano ritagliato sul culto del Capo, anzi del Capitano) è anzitutto un sublime cazzeggiatore, un ospite postmoderno da talk show, prima che un politico, che ha un rapporto coerentemente precario con la verità.

Prendasi dichiarazione odierna a favore di Frau Merkel. Un triplo carpiato del pensiero impraticabile per un novellino del circo mediatico, ma Salvini lo fa sembrare ovvio. “La Merkel ha ragione quando dice che il governo Renzi non ha fatto un accidente. Il semestre europeo di presidenza italiana si chiude con il nulla”. A parte che Salvini contesta la Merkel anche quando sciorina tautologie, del tipo il sole sorge, l’acqua è bagnata, il debito pubblico italiano è un tantino fuori controllo. Un po’ inverosimile, che abbia ragione l’unica volta che fa comodo al Capitano. A parte che sul semestre europeo il segretario della Lega si è sempre fatto, giustamente, delle grasse risate, giudicandolo per quello che è: un rito acefalo da Politburo eurocratico. A parte l’improvviso venir meno dell’ “interesse nazionale” (che il leader di quello che fu un partito indipendentista e federalista sbandiera in ogni dove) di fronte al nemico teutonico (che è tale, ma non coi connotati metafisici e autoassolutori che assume nell’attuale narrativa del Carroccio).

A parte tutto questo, mi rendo conto di essere noioso, è molto più divertente e appagante parlare di effetto Salvini su Facebook, però qui c’è una lievissima contorsione politica, una insignificante violazione del principio di non contraddizione, che sarà démodé, ma rimane l’unico gancio a cui appendere discorsi sensati. Merkel ha ragione nel suo rimbrotto a Renzi, dice il Capitano. Cosa rimprovera Merkel a Renzi? Sostanzialmente, le riforme non fatte, che per uscire dall’ipocrisia generalista di rito eurocratico sono: abbattimento palpabile del debito, intervento drastico sulla Spesa, dimagrimento delle mangiatoie statali e para-statali. Rimessa non dico in sesto totale, ma almeno parzialmente in piedi dell’azienda-Italia. Che poi la Cancelliera articoli il discorso sopra la consueta miopia, ovvero in nome dell’austerità contabile e non in quello della ripartenza di individui, famiglie e imprese, è altra cosa nota: a lei interessa il risultato di bilancio, se la scorciatoia per raggiungerlo nell’irriformabile sistema italico son nuove tasse, si faccia. È per questo che a noi non piace, perché è una dirigista del rigore e non una liberatoria rivoluzionaria thatcheriana, ma il punto qui sta altrove, ed è un problema tutto del Matteo giusto. Perché se la Merkel ha ragione contro Renzi, come dice Salvini, vuol dire che l’Italia ha bisogno delle riforme chieste dalla Merkel, al contrario di quel che dice Salvini. Se oggi bisogna applaudire alla Cancelliera, come dice Salvini, vuol dire che lei può permettersi di intervenire sulle faccende italiane, che va ascoltata e che a volte lo pseudo-riformismo germanico è meglio dello sbraco italiota in nome della “sovranità“, al contrario di quel che dice Salvini. O forse, banalmente, dopo aver copiato da altri, leggi Flavio Tosi, l’idea di nazionalizzare la Lega e gettare un’Opa sull’intero centrodestra, oggi il Matteo giusto travasa dal sindaco di Verona anche l’agenda di politica estera, per cui se ci commissariano, spesso, è colpa nostra, che non facciamo le riforme liberiste del caso. Sarebbe un’ottima notizia, però poi a Casa Pound lo spiega lui.
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Giorgio Napolitano, mader, Matteo Renzi, Movimento 5 stelle, Romano Prodi

ANDREA COLLETTI, M5S: “HO DENUNCIATO ALLA PROCURA IL PATTO DEL NAZARENO”

“Ho depositato un esposto-denuncia alla Procura di Roma per accertare esistenza e contenuto del patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi”. Lo ha annunciato il deputato del M5S, Andrea Colletti.

“L’accordo”, ha spiegato, “conterrebbe anche linee guida per la nomina del futuro presidente della Repubblica o comunque indicazioni di un vero e proprio veto sulla candidatura di Romano Prodi alla successione a Giorgio Napolitano che è tornata al centro della discussione e potrebbe secondo alcuni concretizzarsi entro luglio 2015″.
Quindi, al termine dell’esposto di 31 pagine, l’esponente pentastellato ha chiesto “di accertare se i fatti descritti in premessa siano corrispondenti al vero e, in caso affermativo, se siano stati integrati dei reati penali e a chi sia imputabile la responsabilità degli stessi”.


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Il Giornale, mader, Matteo Renzi, Movimento 5 stelle, PD, Renzi

I 5 STELLE SI ALLEANO COL NEMICO

Mercoledì i grillini auguravano un tumore ai figli dei democratici. Tutto dimenticato.

Ieri Pd e M5S si sono usati la cortesia di eleggersi vicendevolmente i candidati alla Corte Costituzionale e al Csm, in vista di una più vasta alleanza sulla futura legge elettorale.

È questa la materia di cui è fatta la politica. Ma certo ci vuole un fisico bestiale e/o la memoria molto labile per mandar giù così anni di contumelie grilline. Ancora mercoledì sera qualche senatore dem raccontava a Repubblica che i colleghi pentastellati avrebbero augurato un tumore ai loro figli secondo uno stile un filino sopra le righe che è proprio del duo G&C e dei loro followers . Ma almeno Grillo ravviva il tutto con l’ironia acida del mestierante. Per lui Renzi è stato, ancor prima di diventare premier, «ebetino» (si trova traccia di questo appellativo sin dal 2009), il «pollo che si crede un’aquila», il «fantasma di un ex sindaco» che si aggira «in una Firenze strangolata dei debiti». Grillo gli ha diagnosticato addirittura l’«invidia penis» per il programma elettorale del MoVimento 5 Stelle. Sublime la poetica dadaista di questa immagine: «Hanno bussato alla porta e non c’era nessuno. Era Matteo Renzi». E quando Renzi si presentò dalla De Filippi disinvolto con il suo giubbotto di pelle, aggiungere una «e» alla fine del cognome fu un attimo. Era nato «Renzie».

Naturalmente l’ascesa dell’ex sindaco di Firenze è andata di pari passo con un’ escalation dell’offesa un tanto al chilo. Grillo preparò il confronto in streaming dello scorso febbraio durante il trasloco di Renzi a Palazzo Chigi definendo questi il «vuoto assoluto», un «cartone animato», uno «mandato al governo dalle banche», un «Arlecchino con due padroni: De Benedetti e Berlusconi». Poi, durante il confronto, un nuovo assalto verbale: «Qualsiasi cosa dici non sei credibile», «fai il giovane ma non lo sei», «sei una persona buona che rappresenta un potere marcio».

Una palette di contumelie che fa sembrare scarno il pur ricco campionario di insulti riservato al predecessore di Renzi, quel Pierluigi Bersani così antropologicamente diverso eppur ugualmente preso di mira attingendo al repertorio pop dei fumetti («Gargamella»), dell’horror alla Romero («è quasi un morto», con l’ upgrade «morto che parla») e del più rassicurante cinepanettone («ha la faccia come il culo»). Ma Grillo ha trovato tempo e modo per prendersela anche con Romano Prodi («Alzheimer»), con Walter Veltroni («Topo Gigio»), con Giorgio Napolitano («Morfeo») e Piero Fassino («a furia di frequentare salme si diventa salma»), mentre c’è da dire che è stato insolitamente lieve con quel Bot della risata per due generazioni di umoristi a corto di talento che è Rosy Bindi: «Problemi di convivenza con il vero amore probabilmente non ne ha mai avuti», è tutto quel che la senatrice Pd ha ispirato al genio di Grillo. Deludente, no?

Purtroppo il M5S è pieno di cattivi imitatori di Grillo, come dimostra il caso del cittadino deputato Massimo De Rosa, che qualche tempo fa, nella gazzarra seguita all’occupazione della commissione Giustizia da parte dei suoi, così zippò il curriculum vitae delle parlamentari Pd: «Sono arrivate qui soltanto perché capaci di fare i p… ni». E pensare che le malcapitate non stavano nemmeno mangiando un gelato.
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LA LEOPOLDA E LA SUSANNA


di Mauro del Bue

Oggi si incrociano due mondi. Quello del governo e quello dell’opposizione? Quello del futuro e quello del passato? Quello delle riforme e quello della conservazione? Quello dello spettacolo e del web e quello del lavoro vero? Un po’ tutto questo. Da un lato la Leopolda, quinta rassegna di Renzilandia, dall’altro la Susanna, con Landini e il regno di Piazza San Giovanni.

Gli uni sostengono che l’Italia va male per colpa di quelli che li hanno preceduti e che loro la stanno cambiando, gli altri sostengono che l’Italia va male anche per colpa di quelli che governano da un anno e non hanno trovato nulla di meglio che modificare ancora l’articolo 18, già modificato dalla Fornero.

Io che non sono leopoldista, per età, per formazione culturale e politica. Che non sono mai salito su un palco con un pallone anche se sono appassionato di calcio, che apprezzo le belle donne, ma divido tra bellezza e capacità politica, che non capisco come si riesca a discutere in cento tavoli incollati con migliaia di persone che urlano, non sarò a Piazza San Giovanni e sconsiglio i socialisti di recarsi in quella piazza che in tante occasioni ci siamo ritrovati contro. La piazza dei no e dei giù le mani. Giù le mani della scala mobile, giù le mani dall’articolo 18, giù le mani dalla Costituzione. E via giù le mani proclamando. La piazze dei veti e dei pullman organizzati e pagati dal sindacato, con pranzo annesso. Sono ormai troppo esperto per non sapere come si fa a riempire le piazze. Saranno due milioni, tre, quattro, cinquecentomila? I dati della Questura diranno meno. La solita storia…

Io andrei volentieri invece ad una manifestazione dei disoccupati e dei giovani, non degli iscritti al sindacato che un lavoro ce l’hanno o ce l’avevano. Perché questi sì, hanno ragione. E ci aggiungo anche i precari. E tutti quelli che non protestano per l’articolo 18, ma perché non hanno un lavoro per campare e per costruirsi un futuro. Per loro qualcosa questo governo sta finalmente facendo e bisogna pure prenderne atto. Vedremo alla fine del braccio di ferro con l’Europa come sarà la nostra legge di stabilità. Però se resteranno i diciotto miliardi di detassazione, il miliardo e mezzo per gli ammortizzatori sociali, da estendere anche a quelli che non hanno mai avuto nulla, se verrà agganciato Il treno degli investimenti pubblici grazie anche alle promesse di Junker, perché dovremmo contestare? Lo vogliamo fare per la delocalizzazione di talune aziende? Su questo il governo deve agire subito, ma siamo nella globalizzazione e se non costruiamo le condizioni per le quali investire in Italia sia conveniente è inutile strombazzare.

Più che alla Leopolda e alla Susanna andrei ad una grande manifestazione per il lavoro. Magari da svolgere in una città del Sud dove i giovani disoccupati sono la maggioranza. E chiederei al governo un impegno ancora maggiore per combattere questo grave male. Direi che va bene la detassazione per i nuovi occupati, ma direi anche che serve un piano per il lavoro fondato soprattutto sul rilancio degli investimenti pubblici, come ha fatto Hollande, magari tirando anche di più il filo che ci tiene ancora avvinti ai soliti burocrati europei, che giustamente Renzi ha inteso sfidare. Perché senza lavoro anche la detassazione rischia, come gli ottanta euro, di non farci progredire. Ma oggi sarà il giorno degli slogan. Da un lato il grido del cambiamento in atto, dall’altro quello della protesta per il cambiamento sbagliato. 
È la prima volta che il sindacato della sinistra sfida apertamente un governo a guida di sinistra, socialista europeo, diciamo. In questa originalità sta forse l’elemento più genuino della sfida tra Leopolda e Susanna. Quello sui contenuti. Io sono, pur con tutte le riserve, più convinto di quelli del governo.
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Mauro Del Bue per Avanti!
Elsa Fornero, Esodati, mader, Matteo Renzi, Renzi

I VOTI DELLA FORNERO CHE NON RICORDA GLI ESODATI


All’Università di Torino dove insegna Economia Politica, è stato chiesto all’ex ministro del Welfare Elsa Fornero cosa ne pensa del Jobs act e che voto darebbe a Matteo Renzi

L’accademica non si è tirata indietro: “Se fossi in università, a Renzidarei 18 sulla fiducia perché si vede ancora molto poco. Quanto all’articolo 18, nonostante ci sia tanta ideologia la questione non è un falso problema. L’articolo 18 è una salvaguardia”.

A Giorgio Gandola, direttore de L’Eco di Bergamo, deve essere sembrato davvero troppo, considerando qualche non trascurabile dimenticanza della sua riforma del lavoro. Come non ricordare, a proposito di pensioni, il dramma dei 390mila esodati?

Del governo Monti ricordiamo tre punti fermi: la spremitura intensiva degli italiani, il loden ed Elsa Fornero, nota a sua volta per i foulard, la furtiva lacrima e la cattiva memoria.
 
Da ministro del Lavoro si dimenticò di pensionare 390.000 italiani che rimasero nel limbo scomodissimo di chi non ha ancora l’assegno di quiescenza e non più uno stipendio da lavoro dipendente dopo aver versato regolarmente per anni i sacrosanti contributi.

Li chiamarono «esodati», fecero tremare il governo, poi al ministero risolsero il problema caricando i costi del pasticcio sulla previdenza futura. Ancora oggi ci sono persone che non sono riuscite a sfuggire a quella maldestra legge.

Per questo risulta curiosa la sicurezza con cui Elsa Fornero oggi giudica i provvedimenti del governo Renzi, che sarà anche affetto da annuncite, ma non è ancora riuscito nell’impresa di mettere in mezzo (letteralmente in mezzo) a una strada un certo numero di cittadini.

Chiamata in causa sul Jobs act, la docente di Economia politica all’Università di Torino ha così risposto: «Se fossi in università, a Renzi darei 18 sulla fiducia perché si vede ancora molto poco. Quanto all’articolo 18, nonostante ci sia tanta ideologia la questione non è un falso problema. L’articolo 18 è una salvaguardia».

Certamente una salvaguardia più concreta di quella che lei ha saputo offrire agli esodati. Il che dimostra che si può creare disoccupazione anche con l’articolo 18 in vigore. Oggi in Italia il problema non sono le prediche, sono i pulpiti. (Giorgio Gandola, L’Eco di Bergamo)
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GRILLO, L’INCOERENTE


Beppe Grillo è disposto a una ‘tregua’ con la minoranza del Pd pur di “mandare a casa” il governo Renzi.

“Renzi sta riuscendo dove non sono riusciti Monti e Berlusconi, sta trattando la Cgil come uno straccio per la polvere: compagni del Pd cosa aspettate ad occupare le sedi e far sentire la vostra voce?”. E’ quanto sottolinea un post sul blog di Grillo: la battaglia per l’art. 18 è “l’occasione per mandare a casa Renzi”.

“Lo scontro che si sta profilando” sul Jobs Act, si legge nel post firmato dall’ideologo del M5S, Aldo Giannulli, “impone che abbiamo tutti molta generosità, mettendo da parte recriminazioni pur giuste, per realizzare la massima efficacia dell’azione da cui non ci attendiamo solo il ritiro di questa infame “riforma”, quanto l’occasione per mandare definitivamente a casa Renzi: con l’azione parlamentare e con l’azione di piazza, con gli scioperi, spingendo la minoranza Pd a trarre le dovute conseguenze di quanto accade”. 
Anche perché, si spiega nel post intitolato ‘La battaglia per l’art.18’, ora “quello che conta di più è il senso politico generale dell’operazione” del governo, “avviare una nuova offensiva di ampia portata contro il lavoro e le sue garanzie. Dopo verrà l’attacco all’illicenziabilità della Pa, l’ulteriore taglio dei salari, l’ulteriore dequalificazione della forza lavoro e la definitiva espulsione del sindacato alle aziende. Tappe che vedremo succedersi rapidamente, una volta ottenuta la legittimazione di una vittoria sulla questione dell’art. 18: quello che conta qui, più che la questione in sé, è la sua valenza simbolica”.
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