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NICOLA MORRA, IL M5S IN CALABRIA: UNO DEI TANTI, VECCHI PARTITI


Il vero, indiscusso, vincitore di queste elezioni è il partito dell’astensionismo. Questo significa che chi ha scelto di contrastare i partiti è tornato a farlo attraverso l’astensione, anziché votare M5S come nel recente passato, associandosi ai tanti che non votano da sempre o da tanto senza una robusta consapevolezza di ciò che questa rinuncia comporta.

 

Pertanto dobbiamo riconoscere che il M5S in Calabria è stato percepito come un partito, uno dei tanti, vecchi, collettori di voti che in Italia si chiamano appunto “partiti”. Non è stato percepito come un Movimento!
Se è così, significa che si è andati fuori strada, che si deve ridiscutere tanto in Calabria, ammettere l’errore e ricominciare da zero.

Beppe a Bologna ha parlato di infiltrazioni nei meetup calabresi, io credo che possiamo parlare nello specifico di contaminazioni di “mentalità da VECCHIA politica”.

Questo i cittadini lo hanno percepito.
Lo hanno percepito dall’atteggiamento di chi è entrato nel M5S per tentare una carriera politica, comportandosi esattamente come i più classici politici che cerchiamo di mandare a casa, senza che noi si riuscisse a far filtro in maniera drastica.

Da cittadini normali che vogliono semplicemente il rispetto delle norme, non siamo stati credibili, quando si è cercato ad esempio di raccogliere voti per i candidati perorando la causa dell’appartenenza e non della competenza, dell’amicizia e non dell’onestà, et similia!

Così come non si può promuovere credibilmente la politica fatta da cittadini, disinteressata, non come mestiere, se quando non si superano le regionarie (primarie online) poi si scompare e si abbandona la campagna solo perché non si è stati candidati.

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Nicola Morra Portavoce M5S Senato Italia in Crisi
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MOVIMENTO IN CRISI CINQUESTELLE SMARRITI


Tutto potrebbe finire da dove è iniziato. O forse, come cercano di illudersi alcuni grillini della prima ora, «è solo una prova di maturità». Beppe Grillo, per queste Regionali, non ha fatto campagna elettorale. Né in Calabria né, fatto ancora più sintomatico, in Emilia Romagna, dove per la prima volta il suo Movimento aveva abbandonato la rete e si era materializzato nel «mondo reale». Un atteggiamento completamente opposto a quello degli ultimi anni, quando l’ex comico trascinava il Movimento 5 Stelle verso percentuali da partito di governo, sfruttando quasi esclusivamente la forza dei suoi comizi-show.

Ora, invece, proprio nella regione dove è arrivato per la prima volta il radicamento sul territorio e sono stati eletti i primi consiglieri e i primi sindaci, ecco la decisione non detta di alzare bandiera bianca e lasciare il passo perfino alla Lega “nazionale” di Salvini. «In questa regione molti hanno identificato Beppe Grillo come un problema – prova a spiegare Max Bugani, facendo riferimento alle prime espulsioni ed ai dissidi col sindaco di Parma, Federico Pizzarotti -. Il M5S però non può prescindere da lui. Però dobbiamo crescere, imparare dagli errori e presentarci pronti per governare tra cinque anni».

Il voto di oggi e domani è ormai diventato un referendum sulla linea politica: si sfidano la fazione legata allo staff di Gianroberto Casaleggio e quella che si riconosce nella linea più dialogante del sindaco di Parma secondo uno schema che si replica specularmente in Parlamento a Roma. La linea di Casaleggio finora ha avuto la meglio: la vigilia del voto ha visto il progressivo isolamento di Pizzarotti e l’allontanamento di militanti storici come il capogruppo in Regione Andrea De Franceschi, quest’ultimo vicino proprio al sindaco. Allo stesso tempo sono cresciute le quotazioni dell’ultra-ortodosso consigliere comunale di Bologna Matteo Bugani, avversario politico di Pizzarotti e promosso speaker M5S durante la Festa Cinquestelle al Circo Massimo a Roma.

Se in Emilia sono arrivati i primi successi, a Bologna si sono consumate anche le prime faide interne con le prime espulsioni eccellenti nella breve storia politica pentastellata: da quella del consigliere regionale Giovanni Favia nel 2012 a quella inaspettata di De Franceschi lo scorso mese. Giulia Gibertoni è la candidata 5S alla presidenza dell’Emilia-Romagna ma si trova ad avere un compito particolarmente difficile: provare a tenere insieme tutte le fazioni del partito.

La realtà è che il Movimento è in grave crisi, di consenso e soprattutto di idee. L’apice della loro avventura politica, Grillo e i grillini l’avevano raggiunto alle elezioni Europee di quest’anno, quando avevano lanciato la sfida al Pd di Renzi, relegando Berlusconi e il centrodestra, dopo 20 anni, nel ruolo di comprimari. Ma la “spallata” non spalancò le porte del governo, bensì portò solo a fratture ed emorragie interne. Grillo, che al contrario delle letture semplicistiche aveva cominciato con linee e battaglie ben precise lontane dall’antipolitica, ha iniziato a rincorrere i potenziali elettori percorrendo come una scheggia impazzita tutto l’arco costituzionale, disorientando i suoi stessi simpatizzanti e militanti.

Immigrazione, ambiente, temi etici, economia, grandi opere. Oggi i consigli comunali di mezza Italia sono pieni di paciosi consiglieri ambientalisti che hanno assistito in tv alla stretta di mano fra il loro mentore e l’ultraconservatore inglese Nigel Farage. Proprio loro, che avevano tirato le fila del referendum 2011 sull’acqua pubblica. Le espulsioni, la delegittimazione della rete (il reato di clandestinità ne è l’esempio) e le promesse mai mantenute sulla democrazia digitale, hanno fatto il resto. Grillo è un uomo (politicamente) confuso e solo, scavalcato a destra dalla “nuova” Lega di Matteo Salvini, e diseredato da quella sinistra, radicale e ambientalista, che lo aveva accolto a braccia aperte sin dal 2007 e che ora lo considera alla stregua di Casapound. L’apice, quella brutta frase pronunciata al Circo Massimo: «Renzi, sbrigati a far fallire l’Italia, così andiamo a governare noi». L’Italia, pur incerottata, c’è ancora. Il fallimento ora lo rischia qualcun altro.
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Vincenzo Bisbiglia per Il Tempo
Beppe Grillo, Grillo, la Repubblica, mader, Movimento 5 stelle, PD

LA PAPESSA


Il Movimento 5  Stelle ha scelto i suoi candidati per le cariche di governatore dell’Emilia Romagna e della Calabria. Come sempre ha deciso la Rete. Democraticamente. Velocemente. Inequivocabilmente.

In Emilia Romagna, la vincitrice ha preso più del doppio dei voti della seconda. Ben 266 voti. Che sono tantissimi, per me, ma inferiori di un milione 197 mila 523 voti a quelli ottenuti dall’ultimo governatore, Vasco Errani.

Anche in Calabria ha trionfato un candidato con 183 voti, cifra con la quale in un consiglio di quartiere si finisce tra i trombati.

Ricordando i feroci sfottò di Grillo a Renzi, votato alle primarie PD da due milioni di elettori, il miglior commento mi è parso un tweet di TaniuzzaCalabra: “Alle primarie del PD io presi 2700 voti. Con le percentuali del M5S a quest’ora ero Papessa”.

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BONSAI di Sebastiano Messina per la Repubblica