Antonio Di Pietro, Il Fatto Quotidiano, mader

DI PIETRO LASCIA L’IDV E SI CANDIDA A SINDACO DI MILANO


La Festa Nazionale di Italia dei Valori che si è tenuta a Sansepolcro ha sancito il definitivo distacco con Antonio Di Pietro, uscito definitivamente dal partito.

Di Pietro augura un “buon viaggio” agli ex compagni di partito, ma è pronto a cercare nuovi e diversi soggetti a cui appoggiarsi, possibilmente che non appoggino il Partito Democratico su tematiche come “riforma costituzionale, Italicum, giustizia”, perché, “per storia personale e politica”, l’ex leader dell’Idv dice di non potere appoggiare una linea simile.

Lo ha detto a Beatrice Borromeo, in un’intervista concessa al Fatto quotidiano, in cui ha raccontato le sue nuove ambizioni.

“Mi candiderò come sindaco di Milano”, ha annunciato l’ex leader dell’Italia dei Valori, che ne approfitta per tirare definitivamente una riga sulla sua esperienza precedente, parlando di un partito che “è come un figlio”, ma un figlio che sta sbagliando, perché “certe scelte dei nuovi dirigenti non posso condividerle”.

Di Pietro è pronto. “Sto rimettendo in moto la mia rete di contatti”, dice. “Entro dicembre la squadra sarà pronta”.

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TRAVAGLIO: ASSURDO ESCLUDERE PIZZAROTTI DAL CIRCO MASSIMO


L’altro giorno, all’aeroporto, incontro un sondaggista molto in voga. Che mi domanda: “Ma secondo lei Grillo lo sa che il Movimento 5Stelle è ancora il primo partito fra gli italiani sino a 45-50, e sopra quella soglia crolla, regalando a Pd e Forza Italia tutto il resto del paese più vecchio d’Europa?”.

Giro volentieri la domanda a Grillo, a Casaleggio e ai 5Stelle tutti, con un paio di aggiunte: oltre a ripetere continuamente che siete la principale e spesso unica forza di opposizione in Parlamento e nel Paese, vi rendete conto della responsabilità che avete?

E che fate per comunicare la vostra quotidiana battaglia di opposizione in Parlamento e fuori, soprattutto a quella fascia di età che non sa niente di voi oppure sa cose false o molto parziali perché non usa la Rete e s’informa quasi soltanto dalle tv e dai giornaloni governativi, che se parlano di voi è per dipingervi come inaffidabili, litigiosi, inconcludenti, inutili? La tre giorni al Circo Massimo è un’ottima occasione per riflettere su questi temi, anzi è forse l’ultima spiaggia per rilanciare un Movimento che ha suscitato tante aspettative e solo in parte, nella realtà e soprattutto nella percezione, le ha soddisfatte.

Se invece diventerà l’ennesima seduta di autocoscienza, l’ennesimo sfogatoio di risentimenti interni, personalismi vacui e guerricciole intestine, si rivelerà un’occasione perduta e forse irripetibile. Il caso Pizzarotti è esemplare. Capitan Pizza, come lo chiama Grillo, s’è rivelato un onesto, oculato e concreto amministratore: chi prevedeva che Parma, nelle mani dei barbari “grillini”, sarebbe finita nel baratro, è rimasto deluso. Il baratro è quello che Pizzarotti ha ereditato dai suoi dissennati e spesso corrotti predecessori.

E, costretto a fare le nozze con i fichi secchi, ha tutt’altro che sfigurato. La sua veste di sindaco, obbligato a fare i conti con la realtà, gli ha alienato le simpatie dei vertici e della parte più movimentista della base, che sognavano rivoluzioni impossibili: tipo sull’inceneritore che, carte bollate alla mano, era ormai impossibile bloccare.

Quando, a giugno, un gruppo di duri e puri avviarono una raccolta di firme per sfiduciarlo, Grillo e Casaleggio ebbero il merito di fermarli, anche perché licenziare il primo sindaco di capoluogo eletto dai 5Stelle sarebbe stato un autogol clamoroso mentre il Movimento s’accingeva a espugnare la rossa Livorno.

La frattura sembrò ricomporsi, salvo riesplodere un mese fa, stavolta per colpa di Pizzarotti, che pareva incline a un accordo col Pd per le famigerate “nuove province” contro la scelta pentastellata di disertare un’istituzione che si vuole abolire per davvero (non per finta come ha fatto Renzi). Ora ci risiamo, con l’assurda decisione di escluderlo dai relatori sul palco del Circo Massimo e con l’altrettanto assurdo sms che il sindaco di Parma ha inviato ad alcuni parlamentari invitandoli a “mollare” Grillo e Casaleggio, additati come sentina di tutti i guai dei 5Stelle.

Grillo e Casaleggio si sono inventati il movimento, che senza di loro non sarebbe esistito e non esisterebbe. È inevitabile che, a un certo punto della vita, i figli si liberino dei padri: ma quel momento per i 5Stelle non è ancora arrivato.

Ciò che serve oggi, l’abbiamo scritto e lo ripetiamo, è un portavoce o un gruppo ristretto di portavoce, eletto dai parlamentari o dagli iscritti al blog, che rappresenti la “linea” ufficiale e ogni sera vada a spiegare attività e proposte alternative a quelle del governo nei tg ed eventualmente in qualche talk show giudicato praticabile. Senza paura di dialogare con le altre opposizioni, quando si manifestano, e di sposarne le iniziative, quando sono buone: per esempio il referendum della sinistra contro il pareggio di bilancio in Costituzione o quello della Lega (sostenuto anche dalla Fiom) contro la legge Fornero.

Del resto furono proprio Grillo e Casaleggio a firmare il documento di Libertà e Giustizia contro la svolta autoritaria di Renzusconi. Le forze governative sono talmente numerose e schiaccianti che le opposizioni o si fanno sentire tutte insieme, oppure è come se non esistessero.
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Marco Travaglio per Il Fatto Quotidiano
Il Fatto Quotidiano, mader, Michele Iorio, Molise, Regione Molise

MOLISE: 28 INDAGATI SU ‘SISTEMA IORIO’, L’EX PRESIDENTE DELLA REGIONE


Al centro delle indagini diverse vicende che hanno come legame l’ex presidente della Regione: si va dal sostegno a mezzi di informazione alla gestione della Protezione Civile passando per l’Asrem, l’azienda sanitaria regionale.


Favori ad amici, un concorso con vincitori già stabiliti, stretti legami tra politica e informazione. Sono diversi gli episodi emersi all’interno della maxi inchiesta che ruota attorno all’ex governatore del Molise Michele Iorio. Le indagini andavano avanti da un paio di anni. Tra i 28 indagati figurano politici, imprenditori, giornalisti, editori e funzionari pubblici. Coinvolte anche due società. Nelle quaranta pagine dell’avviso di chiusura delle indagini sul “sistema Iorio“, oltre all’ex presidente della Regione, un ruolo centrale è giocato da Ignazio Annunziata, editore di fatto della Gazzetta del Molise. Tra i nomi dell’inchiesta personalità di primo piano della regione come l’ex capo della Protezione Civile regionale, Giuseppe Giarrusso, l’ex direttore dell’Asrem, l’azienda sanitaria regionale, Angelo Percopo, l’ex assessore regionale Gianfranco Vitagliano, il giornalista Giuseppe Saluppo, il direttore e l’editore di Telemolise, Manuela Petescia e Quintino Pallante, l’avvocato Angelo Piunno. 

Secondo la procura Annunziata e Iorio hanno portato avanti lo stesso “disegno criminoso” con il governatore che “compiva atti contrari ai doveri del suo ufficio, effettuando erogazioni economiche regionali al giornale. Decine di migliaia di euro per pubblicità e redazionali“. Sempre relativamente ad Annunziata, dall’inchiesta emerge che l’editore chiedeva denaro a diversi soggetti per evitare articoli denigratori. C’è poi la parte delle indagini sul concorso per più di duecento assunzioni alla Protezione Civile molisana. “Ci sono stati predesignati vincitori, peraltro accomunati a Iorio dalla stessa militanza politica – scrive la procura – Garantirono propaganda politica per le elezioni del 2013in cambio del compimento da parte del capo della Protezione Civile, Giuseppe Giarrusso, e in adempimento dei desiderata di Iorio, di atti contrari ai doveri d’ufficio”. Ci furono quindi, per i magistrati, “plurime violazioni di legge” nel concorso sia rispetto “all’ammissibilità dei partecipanti”, sia “nell’attribuzione dei punteggi”. “Addirittura – continua la procura – a un candidato fu anticipato il tenore delle domandedella prova orale”. Nell’inchiesta infine anche atti compiuti dai vertici dell’Asrem, Molise Acque e di Telemolise. L’accusa è che in cambio di unalinea editoriale favorevole l’ex governatore abbia favorito l’emittente “nell’elargizione di contributi”. 

Aspetta di leggere le carte per commentare Arturo Messere, legale di Iorio. “Ho fatto richiesta con urgenza della copia di tutto il fascicolo. Appena mi verrà rilasciata studierò tutta la documentazione e quindi potrò esprimere la mia opinione”, commenta Messere alla chiusura dell’inchiesta. Tra le ipotesi della procura ci sono anche corruzione, concussione, abuso d’ufficio, peculato, falsità materiale e ideologica, estorsione, violenza privata e ricettazione. Le persone coinvolte ora hanno venti giorni per presentare memorie difensive o per chiedere di essere sentite. Chiusa questa sarà valutata la presentazione delle richieste di rinvio a giudizio.
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CON SOLI 266 VOTI IN EMILIA ROMAGNA E 183 IN CALABRIA I GRILLINI SCELGONO I CANDIDATI PER LE REGIONALI


Il popolo del web ha scelto: i candidati alle elezioni regionali del prossimo novembre per il Movimento 5 Stelle sono Cono Cantelmi in Calabria, 183 preferenze, e Giulia Gibertoni per l’Emilia Romagna, 266 voti.

Dopo due giornate di votazioni online tra gli iscritti al Movimento di Beppe Grillo – condite dalle polemiche sulla nuova norma ‘anti inquisiti’ che di fatto ha estromesso dalla tornata elettorale l’ex favorito, il capogruppo di viale Aldo Moro Andrea Defranceschi, indagato dalla Procura di Bologna assieme a tutti i presidenti dei gruppi consiliari nell’ambito dell’inchiesta sulle spese pazze – sarà la ricercatrice originaria di Mirandola, esclusa a maggio dall’europarlamento per una manciata di voti, a concorrere alla carica di governatore della regione rossa per eccellenza, lasciata libera lo scorso luglio da Vasco Errani che, ormai alla fine del terzo mandato, si è dimesso in seguito a una condanna penale nell’ambito della vicenda Terremerse.

Trentanove anni, ricercatrice esperta in ambito culturale, docente a contratto di Semiotica alla Cattolica ed ex manager alla Maserati di Modena, Gibertoni, che ha conquistato 266 preferenze, superando Elena Cipolletta (99 voti) e Ilsa Orano (75 voti), era considerata la favorita alle ‘regionalie’ del Movimento, avviate lo scorso 10 settembre tra le polemiche sollevate dalla norma anti inquisiti, che, nell’escludere Defranceschi dalla competizione elettorale, ha aperto una faglia tra i fedelissimi a 5 Stelle e i 5 Stelle emiliani, capitanati dal sindaco di Parma Federico Pizzarotti. Il suo nome, del resto, era inserito nella lista degli eletti all’europarlamento lo scorso 25 maggio (16.534 preferenze), almeno finché un riconteggio dei voti non l’aveva esclusa in favore del friulano Marco Zullo. “Ero stata eletto a Bruxelles. Due settimane dopo mi è stato detto che il conteggio era sbagliato — raccontava su Facebook – al mio posto è andato un parlamentare europeo di Pordenone. Ero già andata a Bruxelles, avevo già il mio badge da europarlamentare, stavo valutando se ne entrare nella commissione Ambiente e Cultura”. 

Un epilogo che Gibertoni aveva accettato senza clamore, anche se poi un’attivista di Parma, Barbara Miele, aveva presentato ricorso al Tar del Lazio per chiedere l’annullamento della lista dei candidati: “È una richiesta di chiarezza – diceva Miele – doverosa e dovuta innanzitutto al M5S e agli elettori, e che nulla ha a che fare con personalismi o presunte discordie interne. Uno vale uno non significa uno vale l’altro – ha spiegato – Altrimenti non avrebbe senso esprimere una preferenza”. Tanto che, per questo, indiscrezioni tra le fila dei pentastellati emiliano romagnoli, alla vigilia delle consultazioni online per le regionali, che in tutto contano 9.704 preferenze assegnate al primo turno (quando ogni votante poteva indicare fino a cinque candidati), e 2.139 al secondo (anche se non sono stati diffusi i dati relativi agli aventi diritto), parlavano di un accordo, una “promessa di compensazione” proprio per la vicenda di Bruxelles.

Gibertoni, che secondo i dati pubblicati sul blog di Grillo è risultata la più votata anche al primo turno (191 preferenze), quindi, il 23 novembre concorrerà per la presidenza della Regione Emilia Romagna, assieme al candidato democratico che vincerà le primarie del 28 settembre prossimo, l’outsider ex sindaco di Forlì Roberto Balzani, oppure il segretario regionale del Pd Stefano Bonaccini. “Nella sfida per riconquistare il nostro territorio – spiega l’ex candidata all’europarlamento nella sua dichiarazione di intenti, pubblicata sul blog di Beppe Grillo – la Regione è campo di battaglia fondamentale, anche perché si distingue da tempo solo per consociativismo e per sconfinamento degli interessi privati nel governo dei nostri beni comuni”.

Nella lista che il Movimento 5 Stelle presenterà per l’Emilia Romagna ci sono anche, tra gli altri, Dario Pattacini (78 preferenze), conduttore televisivo della cerchia dei fedelissimi, che pure non avrebbe avuto i requisiti per candidarsi, secondo le ultime regole delle consultazioni online a 5 Stelle (si candidò nel 2009 per l’Italia dei Valori), ma che è comunque passato al secondo turno, Imerio Amedei (62 voti), attivista storico di Cesenatico, l’avvocato Giulio Cristofori di Bologna (102 preferenze) e l’insegnante Nunzio Diana (65 voti). Poi Paola Cardelli (105 voti), attivista reggiana del Movimento 5 Stelle e compagna dell’attuale capogruppo in sala del Tricolore Norberto Vaccari, e Sivlia Piccinini (142 preferenze), a sua volta candidata all’europarlamento lo scorso maggio. 

Per la Calabria, invece, il candidato alla presidenza della Regione è Cono Cantelmi, avvocato di 41 anni, che alle selezioni online ha sconfitto Fabio Gambino per 183 preferenze contro 131. Docente di diritto dell’informatica e delle nuove tecnologie alla Scuola di Specializzazione alle professioni forensi dell’Università di Catanzaro, è tra i fondatori di Hacklab Catanzaro, un centro per la ricerca e la diffusione della cultura open source, e tra i redattori della proposta di legge regionale sul pluralismo informatico (software libero) presso la Regione Calabria.
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M5S IN LISTA CON PD, FI E LEGA PER LA PROVINCIA DI FERRARA


Il primo cittadino grillino di Comacchio Marco Fabbri: “E’ una lista fatta di persone che tutti i giorni lavorano sul territorio: è questo lo spirito. Questo lavoro lo faremo non solo gratis, ma pagando di tasca nostra”.


Ci sarà anche un sindaco Cinque Stelle nel nuovo consiglio provinciale di Ferrara. Nella cittadina emiliana è già da tempo pronto un listone onnicomprensivo, che spazia per l’intero arco costituzionale, con la sola eccezione di Fratelli d’Italia che, scornata dall’impossibilità di avere un seggio nella grande spartizione, correrà da sola assieme a una civica di destra. La lista pigliatutto, che si chiamerà “Provincia Insieme” ed è capitanata dal sindaco Pd di Ferrara Tagliani, verrà votata il 29 settembre. E assieme a primi cittadini di marca Pd, Lega, Forza Italia avrà anche una presenza grillina.

Marco Fabbri, fascia tricolore a Comacchio, ha già spiegato più volte la decisione. “Questa è la lista degli amministratori, fatta di persone che tutti i giorni lavorano nel territorio per i propri cittadini: questo è lo spirito con cui sono entrato in questa lista”. Questa la sua ‘difesa d’ufficio’, cui si aggiunge “una spinta in tal senso anche da parte degli operatori turistici, ad esempio riguardo al ruolo della Provincia all’interno dell’Ente Parco (il Delta del Po, ndr), che dopo una paralisi di un anno e mezzo non può permettersi di essere ulteriormente ingessato. Questo lavoro in Provincia non soltanto verrà fatto gratuitamente, ma ci rimetteremo anche di tasca nostra, visto che non ci saranno rimborsi per gli spostamenti. Lo spirito da parte mia è di massima collaborazione”.

Dichiarazioni però che oggi, alla luce delle indicazioni via blog di Beppe Grillo, rischiano di spaccare l’elettorato pentastellato. Tant’è che i 5 consiglieri eletti a Ferrara hanno già fatto sapere di non voler essere della partita. “La nostra linea è quella ufficiale del M5S e non ci abbiamo nemmeno lontanamente pensato di entrare nel listone”, fa sapere Ilaria Morghen la capogruppo che, così come i 4 colleghi in consiglio non andrà nemmeno a votare. “Io non voglio condannare nessuno – aggiunge – ma Comacchio dovrà spiegare questa decisione ai suoi elettori”. In soccorso del primo cittadino lagunare arriva il suo omonimo, Alan Fabbri di Bondeno, del Carroccio. Che rifiuta a priori le accuse di “inciuci” e spiega che “avere la propria provenienza politica è un valore aggiunto per amministrare, anche se qualche movimento non l’ha capito. Probabilmente non hanno capito di cosa sono espressione le istituzioni”. Lo stesso Tagliani si spende per precisare che “nessuno è a caccia di poltrone o privilegi. Per il lavoro in consiglio regionale non saranno previsti rimborsi e compensi, anzi sarà una responsabilità molto pesante soprattutto per i sindaci dei Comuni molto lontani (come Comacchio, ndr), ma è chiaro che i cittadini si aspettano che attraverso la costituzione di questo consiglio continuiamo ad assicurare i servizi che competono alla Provincia, come la viabilità, l’agricoltura, la pesca, il turismo o la formazione professionale”.

Dal canto suo Fabbri non si scompone di fronte alle indicazioni che arrivano da Genova, ricordando che “è la legge che ci impone di essere presenti, se non in consiglio in assemblea” e che “la Provincia che si è delineata è qualcosa di diverso dall’ente che chiedevamo di abolire e questo consiglio fa parte di una fase, speriamo, transitoria”. Chissà se Grillo, dopo questa notizia, chiamerà il sindaco “ribelle”. Sarebbe la seconda volta in due anni e mezzo. “La prima e unica volta – confida a ilfattoquotidiano.it il diretto interessato – è stata una telefonata di cortesia”.

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LIBERA: GIARRUSSO (M5S) HA TOPPATO


L’Ufficio di presidenza di Libera:

In merito all’intervista rilasciata dal senatore Mario Giarrusso pubblicata sul Fatto Quotidiano venerdì 29 agosto, riteniamo che i giudizi espressi nei confronti di Libera e di don Luigi Ciotti siano privi di fondamento, offensivi, dettati da ragioni di polemica politica nei confronti del Pd e del governo Renzi legittime ma che non ci riguardano minimamente.


 Libera, come può essere facilmente verificato leggendo i nostri comunicati e le nostre proposte sulla riforma del 416 ter, non ha mai fatto sconti a nessuno, non ha mai accompagnato nessun partito e non è rappresentata da alcun esponente politico. In merito al testo approvato, Libera si è sempre espressa in modo equilibrato e senza mai usare toni trionfalistici, ribadendo in tutte le sue note ufficiali che l’approvazione della modifica del 416ter conteneva una buona notizia e almeno un errore da correggere.

La buona notizia era l’inserimento, dopo un iter tormentato e con votazioni difformi tra i due rami del Parlamento e tra i gruppi parlamentari degli stessi partiti, delle due parole “altra utilità”, come da noi sempre richiesto, che colpiscono al cuore il voto di scambio politico mafioso, limitato all’erogazione di denaro. È unico dato positivo, sottolineato anche nella recente sentenza della Sesta sezione della Corte di Cassazione.

L’errore, su cui Libera ha espresso fin da subito le sue forti perplessità ben prima del voto finale, era quello della riduzione delle pene, che vanno inserite, invece, in un più generale inasprimento di tutti i reati di mafia, a partire dal 416 bis. Richiesta che ribadiamo anche oggi. Non ricordiamo altre sottolineature critiche fatte allora, in nessuna sede, che avremmo seguito con la massima attenzione. Né altri errori denunciati allora e da correggere.

Oggi, alla luce dell’interpretazione della norma, contenuta nella citata sentenza di Cassazione, non l’unica peraltro in materia, sarà compito di governo e Parlamento monitorare l’applicazione della nuova versione del 416 ter e introdurre i correttivi del caso.

Ciò detto,fosse stato per Libera, lo ribadiamo, nel vecchio testo del 416 ter sarebbero state inserite solo due parole; “altre utilità”, senza rischi interpretativi, come hanno chiesto insieme a noi le centinaia di migliaia di cittadini che hanno aderito alla campagna “Riparte il futuro”. Il testo finale è il frutto di un lungo e contraddittorio iter parlamentare che abbiamo seguito e commentato, come sempre, nella nostra più totale autonomia.

L’approvazione del nuovo 416 ter e le sue eventuali modifiche rappresentano, comunque, solo un primo passo verso un doveroso atto politico di trasparenza e bonifica delle istituzioni democratiche. Reati diffusi al punto da diventare costume, come il voto di scambio, richiedono non solo leggi all’altezza ma l’impegno di tutti per cambiare scelte e  comportamenti quotidiani.

 
È necessario, insomma, fare un ulteriore scatto e arrivare prima possibile a una più generale legge sulla corruzione, come richiesto anche dal Movimento 5 Stelle, dotata di quelle misure (confisca dei beni ai corrotti; pene adeguate per “reati civetta” come il falso in bilancio, l’autoriciclaggio, l’evasione fiscale; revisione dei meccanismi previsti per la prescrizione) indispensabili per contrastare davvero mafosi e politici collusi.

mader                                                                                                                            Libera


 


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L’ASTIO DI GRILLO VERSO I GIORNALISTI


Il rapporto tra Beppe Grillo e l’informazioneè simile a quello di un guidatore che cerca la sintonizzazione giusta di una stazione radio: la cerca e ricerca, ma non la trova. Se non a tratti. E’ un rapporto conflittuale, che procede a strappi. L’umoralità dipende anche dal personaggio, che alterna fasi di disponibilità a periodi in cui risulta inavvicinabile. 

Dichiaratamente rancoroso, non gradisce le criticheanche e soprattutto se arrivano da chi ritiene non antipatizzante a priori: basta pensare ai recenti strali contro questo giornale, “reo” di avere attaccato l’alleanza con Farage. E’ sempre stato così.

Per anni, quando Grillo si impegnava in una opera meritoria di controinformazione nei palazzetti, quasi tutti i giornalisti lo dimenticarono. Se nel 2005 proponevi all’Espresso un’intervista a Grillo, ed era l’anno in cui aveva varato il blog, la risposta del caporedattore alla cultura suonava più o meno così: “Perché, Grillo fa ancora qualcosa?”. Il comico genovese si vendica ancora della sottovalutazione che ha subito nel decennio 1995-2005, peraltro il suo vertice artistico. Ci sono poi altri aspetti. Grillo ha sempre bastonato i giornalisti, dedicandogli invettive spietate e il secondo V-Day (2008), che si proponeva anche di cancellare il finanziamento pubblico all’editoria: poiché non si è mai visto un tacchino festeggiare il Natale, è ovvio che larga parte dei media ha reagito bastonando i 5 Stelle, con una disinformazione senza precedenti che ha peggiorato un rapporto già problematico.

Grillo e ancor più Casaleggio credono poi che la diversità del Movimento vada rimarcata rifiutando i canali di comunicazione tradizionali. Da qui l’isolamento durato fino alle elezioni politiche: Grillo non andava nei talkshow, ma costringeva i talkshow a parlare di lui. Il massimo. Fino a quel momento le interviste erano poche e mirate, rilasciate sempre per lanciare la volata a eventi particolari, ad esempio il primo Vaffa Day (splendida un’intervista di Gian Antonio Stella nel 2007, durante la quale Grillo accettò anche di parlare del famoso incidente stradale del 7 dicembre 1981).

Dopo il boom alle politiche, il problema del rapporto con i media è diventato decisivo: la tivù sarà anche “morta”, ma è tuttora in grado di veicolare milioni di voti, soprattutto quelli dei non nativi digitali. Per un po’ i 5 Stelle hanno insistito con la tattica morettiana del “mi si nota più se vengo o non vengo?”, lasciando che i parlamentari partecipassero alle trasmissioni politiche protetti da una sorta di “parentesi” (in collegamento o comunque interagendo solo con il conduttore). Il risultato è stato talora surreale, per esempio il Vito Crimi che si rifiutò di rispondere alle domande di Dario Vergassola a In Onda. Dopo l’individuazione di alcuni parlamentari mediaticamente spendibili, la linea Maginot è via via caduta fino allo sdoganamento del talkshow, ad esempio Otto e mezzo e Servizio Pubblico; restano invece inaccettabili Matrix, Quinta colonna e Piazzapulita, dopo un’intervista di Formigli a Nicola Morra reputata scorretta.

Anche Grillo e Casaleggio si sono parallelamente “concessi”: un comportamento per certi versi bipolare, considerando che nel frattempo era nata la rubrica-gogna “giornalista del giorno” (e spin-off vari). Negli ultimi giorni, a conferma di come Grillo non sia poi così refrattario ai consigli esterni, il blog ha varato lo spazio “Giornalista del giorno” (con la “G” maiuscola), a voler sottolineare come persino il M5S non ignori che non tutti i giornalisti siano “servi” e “pennivendoli”. A ridosso delle Europee, quando Grillo credeva nel sorpasso, ha avuto luogo l’invasione televisiva: i parlamentari erano ovunque, da mattina a sera. Il risultato deludente delle elezioni è figlio di molti aspetti e non dell’overdose televisiva (anche se Grillo a Porta a porta si è rivelato un autogol), ma è stata questa la diagnosi di Casaleggio, che per scampare alla “omologazione” ha esortato a un nuovo Aventino catodico. Un errore, sia perché Di Battista a Bersaglio mobile portava voti e sia perché, se i Di Maio non vanno in tivù, al loro posto ci va qualcun altro. Per esempio Mario Giarrusso, misteriosamente convinto di essere efficace sul piccolo schermo (lo è, ma per il Pd), o peggio ancora gli sfollatori di consenso come Becchie Martinelli, che ovviamente vengono invitati apposta dai conduttori: per far sembrare che tutti i “grillini” siano invotabili come quelli lì.

Grillo e la maggioranza dei parlamentari 5 Stelle credono che la strategia giusta sia una curiosa alternanza tra passato e futuro: il passato è la riscoperta dell’agorà, il futuro è la Rete. Legittimo. Solo che, dalle Europee in poi, una tattica simile – che verrà in parte ripensata da settembre – ha lasciato campo aperto alle supercazzole dei renziani, liberi di sproloquiare in ogni salotto televisivo possibile. Sicuri che sia questa la strada maestra? Nel frattempo Grillo continua a cercare quella sintonia. Senza mai trovarla appieno.
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CASALEGGIO, COSA CI FA NEL M5S?


Apprezzo Grillo come comico dai tempi della Rai, come politico è sicuramente interessante. Un giorno mi piacerebbe sedermi con lui e fare due chiacchere, specialmente per parlare di politica estera, tema su cui, a mio avviso, i cittadini del M5s han qualche lacuna (salvo Di Battista e Di Maio, non ho colto finora una posizione sulle politiche estere del partito). Ad ogni modo è un movimento giovane che ha ancora molta strada da fare, molti errori da compiere (si sa sbagliando si impara) e molte scelte importanti da ponderare.

Tuttavia più osservo questo gruppo politico più sono preoccupato dalla sua eminenza grigia, il cardinale Richelieu della situazione, nonché, per ammissione dello stesso Grillo, l’anima tecnologica del gruppo: il signor Casaleggio.

La vera estensione delle attività di Casaleggio (e della sua azienda) all’interno del gruppo mi sono poco chiare. “Il sistema di votazioni dirette orchestrato dal Blog di Grillo oggi non garantisce trasparenza né certezza di scelta, il voto finisce in una piattaforma dove i controlli sono impossibili e soltanto un manipolo di persone dipendenti di Casaleggio amministrano i numeri e quindi i metodi di scelta dei candidati. Perché, e soprattutto come vince un cittadino piuttosto che un altro? Chi viene votato nella piattaforma telematica del Movimento come può controllare le sue preferenze? Troppe contraddizioni e influenze possono rendere nullo il metodo 5 stelle della votazione on line?

Mi spiega Leonardo Metalli, non è un M5S qualunque, ma l’autore del famoso Urlo della rete, che M5S ha adottato per le ultime elezioni. Un altro tema che sembra infiammare in queste ore la rete è la diatribe tra M5S e la Rai. “Mi domando l’utilità di questa ennesima protesta verso la Rai che non risolverà i problemi dell’informazione e della comunicazione del movimento. Tutto resterà immobile, anzi le vittime sono quelli che subiscono l’attacco alla libertà di espressione. Non so chi consiglia Casaleggio (quelle 10 persone del cerchio magico che gestiscono tutto) ma la strategia è totalmente sbagliata perché genera odio e violenza verbale. Altri voti buttati e antipatie distruttive. Soluzione.  Altra strada è quella di chiedere appositi spazi Rai finora garantiti dalla legge Gasparri, una rete, un Tg e programmi di approfondimento gestiti da opinionisti, giornalisti, uomini di cultura e professionisti che aderiscono all’area movimentista dalla parte del cittadino, quella M5S. Un’area culturale da 9 milioni di voti deve essere rappresentata dalla Rai. Questo snobismo mediatico nasconde altri interessi di Casaleggio, sospettiamo una scalata aziendale modello Mediaset nell’universo web”. Continua Metalli.

In effetti la violenza che Casaleggio e Grillo hanno avuto contro la tv è una prova lampante di questo sistema, andare in televisione significa bypassare il controllo centrale del blog che diffonde le informazioni secondo un preciso schema aziendale. Le strategie di Casaleggio sembrano essere ben strutturate. L’anno scorso la sua partecipazione al Forum Ambrosetti di Cernobbio, uno dei più importanti eventi di network dove rappresentanti di politica, finanza, tecnologia si incontrano e dialogano ha incuriosito molti. Il signor Casaleggio si era presentato con l’intenzione, come si legge nel quotidiano web Linkiesta, di spiegare agli ospiti cosa sia la vera politica digitale. Un discorso interessante, ma tuttavia viene da domandarsi perché tenerlo proprio al forum Ambrosetti.

L’evento nasce come luogo di dialogo privato tra decisori nazionali e internazionali. Nessuno giornalista italiano; le regole imposte ai media sono di riportare solo quello che viene autorizzato. Il resto delle discussioni rimangono escluse al grande pubblico. Viene da domandarsi perché il signor Casaleggio abbia deciso di partecipare ad un evento del genere. Forse era in cerca di nuove alleanze o nuovi client? Altro aspetto curioso la sua decisione di spostarsi a Roma per, a quanto pare, coordinare meglio il movimento. Forse sarà di ausilio ai due deputati in commissione esteri Di Maio e Di Battista, leader carismatici del gruppo? Sarebbe opportuno, a mio modesto parere, che vi fosse un chiarimento definitivo sulle attività che il signor Casaleggio & figlio svolgono all’interno del Movimento 5 stelle, a beneficio della trasparenza che è marchio di fabbrica di questo giovane partito.
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Enrico Verga per Il Fatto Quotidiano
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TZETZE, IL “PENSIONE” DI DI BATTISTA SULLA NUOVA DITTATURA


L’ormai intellettuale Alessandro Di Battista oggi, su “Il Fatto Quotidiano”, ci regala un’altra perla del suo profondo pensiero, pardon “pensione”.

Uno dei siti web della ditta, “TzeTze”, lo riporta così:


“In questo fine agosto quasi autunnale, con la politica ancora in vacanza, risuonano le parole del deputato 5 Stelle Alessandro Di Battista.

Sul Fatto Quotidiano di oggi, edizione cartacea, viene dato spazio al pensione del pentastellato in merito all’attuale situazione politica. Di Battista sottolinea come in Italia sia nata una pericolosa dittatura che sta portando avanti riforme inutili e dannoseper il Paese, schiacciato da una crisi economica di difficile soluzione. Riportiamo di seguito il pensione del deputato 5 Stelle:
 
Sono mesi che denunciamo la nascita di una pericolosa “dittatura governativo-partitocratica” in Italia e sono contento che sempre più la pubblica opinione se ne stia rendendo conto. Le riforme costituzionali made in Verdini-Renzi-Berlusconi sono pericolosissime perché privano il popolo italiano di una serie di diritti politici (strumenti per l’opposizione, scelta dei rappresentanti, elettività del Senato).
 
La perdita di diritti politici coincide sempre con una perdita di diritti economici. Questo è il concetto che dobbiamo far passare. Più nominati in Parlamento significa più tasse. (Alessandro Di Battista, deputato 5 Stelle, Il Fatto Quotidiano, 26 agosto2014)


Due domande a TzeTze, perchè il “profondo messaggio” di DiBa non ha bisogno di commenti 
   
  Perchè usa il termine “pensione” al posto di “pensiero” per due volte. Non crede a Di Battista?

     
   I parlamentari grillini non sono più cittadini ma deputati o senatori.Sono come tutti gli altri?

mader
Il Fatto Quotidiano, mader, Movimento 5 stelle

DI BATTISTA IN STREAMING CON IL FEROCE SALADINO


Alessandro Di Battista: Caro cittadino Feroce Saladino, sono qui tra voi, giunto dal perfido e vizioso Occidente consumista, per portare al popolo ingiustamente bombardato dall’imperialismo delle multinazionali la solidarietà di chi, pur lontano da qui, lotta al servizio dei vostri stessi obiettivi: la pace e l’autodeterminazione dei popoli. Perché “siamo in guerra!”.


Feroce Saladino: Pace? Autodeterminazione dei popoli? Ma che kensington dici, cane infedele? Qui il popolo deve solo prepararsi a diventare santo attraverso il martirio e la jihad; secondo gli insegnamenti della nostra guida, il califfo dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante Abu Bakr al-Baghdadi, che Allah il misericordioso lo protegga sempre.

ADB: Appunto, misericordia. Non credete anche voi che la non-violenza resta la giusta via per i non allineati, dal tempo della conferenza di Bandung e dei grandi concerti di popolo con Vasco Rossi e gli U2? Perché uno vale uno e il resto è supercazzola, come ci hanno insegnato i profeti del dialogo Gandhi e don Milani, Beppe Grillo e GianRoberto Casaleggio. Dei veri guru, mica dei falsoni.

FS: Bada come parli, miscredente. Quelli sono solo mentitori cristiani e indù, che prima o poi elimineremo anche loro, qui o a Piccadilly Circus. Dal sangue impuro dei Grandi Satana faremo sgorgare il regno annunciato del dodicesimo iman; il successore rimasto nascosto per secoli, dopo il martirio di Muhammad al-Mahdi.

ADB: Ma io vi sono davvero amico. Anch’io odio il Grande Satana con la bandiera stelle-e-strisce (difatti, a differenza di quegli scialacquatori mangia hamburger e bevi Coca Cola, noi del M5Sdi stelle ne sbandieriamo frugalmente soltanto cinque: pizza e bianchetto). Per questo sono pronto, unendomi a voi, a innalzare ancora una volta il classico grido di “Hanoi shirt” Jane Fonda: “Usa go home”.

FS: Infame provocatore, ma cosa dici? Con i crociati che parlano inglese si fanno ottimi affari. Meglio che restino in zona. Anche perché sono eccellenti istruttori in materia di esplosivi e tattiche terroristiche. Difatti sono stati proprio loro che rilasciarono il nostro grande Al Baghdati dal campo-prigione di Bucca, dove era stato internato al tempo della caduta del Piccolo Satana Saddam Hussein. Alla faccia di chi credeva che quelli fossero a Baghdad per fare dell’altro.

ADB: E dai! Siamo in diretta streaming. Non lo volete dare un segno di buona volontà intavolando il dialogo con me? Se no farete la figura di un Matteo Renzi che si chiude a riccio di fronte a Luigi di Maio. Lo dico per voi. In caso contrario, con quelle tute nere da Diabolik che avete indosso, potrebbero scambiarvi per dei criminali, invece che dei portavoce della lotta di liberazione…

FS: Oh sciocco, ma certo che siamo dei criminali, nel nome benedetto del Sommo Profeta! E tu hai cominciato a esserci di troppo come un homeless in Holland Park. Vedi di toglierti di mezzo alla svelta oppure ti mozzeremo tutto quello che ti pende. E non farti più vedere. Altrimenti possiamo sempre venirti a prendere, a Roma o a Civita Castellana; da solo o in compagnia di quel Marco Pannella che andava a rompere gli zebedei agli “acien mujahidin” algerini, i combattenti di liberazione contro l’Oas francese, già cinquant’anni fa. Perché noi con i terzomondismi del vostro calibro ci facciamo il cous-cous e lo shish kebab.

ADB: In nome della e-democracy… di Gaia… della decrescita felice…

FS: Via!
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