Beppe Grillo, La Stampa, mader, Matteo Renzi, Rai

LA RAI FINANZIA IL BLOG DI GRILLO


La società del servizio pubblico radiotelevisivo che paga la pubblicità al sito di un movimento politico. Tradotto: la Rai che sborsa soldi per comparire nei banner pubblicitari del blog di Beppe Grillo, lo stesso leader del Movimento 5 Stelle che, tra le sue battaglie, ha proprio la cancellazione del canone. A risollevare il caso quest’oggi è stato Renzi in persona: «Ho letto che la Rai ha dato dei denari al sito di Grillo. Immaginate cosa sarebbe successo se avessero dato soldi a noi…», ha provocato il premier dal palco della direzione nazionale del Pd. La notizia è subito rimbalzata dalle parti di viale Mazzini: «Non ne so nulla, mi informerò», dice il direttore generale della Rai, Luigi Gubitosi. Subito, e stizzita, è arrivata la replica dei Cinque Stelle: «Tutta colpa del servizio di advertising di Google, la Rai non ha comprato direttamente pubblicità nel blog».  

L’inghippo è presto spiegato. La Rai per farsi pubblicità su Internet ha usato il servizio di advertisement di Google. Il gigante di Mountain View gestisce con dei prodotti (fra cui AdSense, AdWords, Google Analytics) i banner pubblicitari che compaiono sui diversi siti del web. In pratica, come giustamente sostiene Carlo Sibilia, membro del direttorio M5S: «Beppe Grillo non ha preso soldi dalla Rai, ma si trattava di un AdSense irrisorio».  

Però, c’è un però. Un’azienda che fa pubblicità sul web può decidere in quali siti non comparire, come specifica Google. In pratica, la Rai (servizio pubblico, meglio ricordarlo) avrebbe potuto evitare di finire sul blog del leader di un partito (il Movimento 5 Stelle). «A che serve avere 300 dirigenti – ha denunciato la deputata del Partito democratico Lorenza Bonaccorsi – se poi si verificano queste leggerezze?». Rispondendo all’interrogazione della stessa Bonaccorsi, e componente della commissione di Vigilanza Rai, Viale Mazzini ha ammesso l’errore e si è impegnata «a fornire indicazioni correttive a Google per evitare che si ripetano episodi di questo tipo». Niente più banner sul blog di Grillo, dunque. Una «leggerezza», insomma. Che però potrebbe essere costata cara anche agli italiani. Quelli che il canone lo pagano ancora.  
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Davide Lessi per La Stampa
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La Stampa, Luigi di Maio, mader, Movimento 5 stelle

DI MAIO E CASALEGGIO JR, I NUOVI DIARCHI


Nel Movimento si comanda in due. È così dall’inizio, da prima ancora che quell’intuizione iniziale condivisa da Grillo e Casaleggio prendesse il nome di M5S: in fondo la soluzione ideale per una forza politica che ha il complesso del vertice. E ora che le due figure apicali, i due diarchi, sembrano destinate, per ragioni diverse, ad allontanarsi dal centro della scena, avanzano i nuovi protagonisti: Luigi Di Maio e Davide Casaleggio. 

Del vicepresidente della Camera si sa già moltissimo. Stimato nel gruppo e anche fuori, figura preminente del direttorio politico installato a Roma da Grillo che d’ora in avanti sarà proiettato sul tour internazionale, sul tentativo di esportare il format Cinque stelle fuori dal paese. Meno si sa di Casaleggio jr. Classe 1976, madre inglese, la linguista Elizabeth Birks sposata a vent’anni da Gianroberto, bocconiano, già startupper sul web nel 2001, proprietario del 30 per cento delle azioni dell’azienda di famiglia, stessa quota del padre, uomo marketing, scacchista, appassionato di sport estremi come la compagna Paola.  

Oggi è il vero all rounder della Casaleggio Associati. Era a Bruxelles per incontrare Farage insieme a Beppe Grillo all’indomani delle Europee. Era a Roma a settembre per implementare il nuovo sistema informatico. La sua ultima fatica è quel regolamento del M5S tirato fuori appena prima dello scadere, quattro giorni a ridosso dei limiti di legge. Un testo nel quale, tra le altre cose, si istituzionalizza la figura del gestore del blog: lui, appunto. 

Insieme, Di Maio e Casaleggio jr costituiscono la nuova diarchia, l’asse portante della politica del M5S per il 2015. Alcuni effetti del nuovo assetto si sono già visti quest’anno: quando sembrava in procinto di riaprirsi una sanguinosa stagione di espulsioni la mediazione del vicepresidente della Camera è stata fondamentale per cambiare strategia, mordendo il freno e ripartendo dai territori. 

Quirinale e riforme saranno i primi test per saggiare la tenuta del nuovo assetto. Sul primo punto la strategia del M5S è chiara: anticipare il più possibile la scelta del candidato e sperare che dalle contraddizioni altrui si generi uno stallo utile a portare in gioco il Movimento. La partita successiva delle riforme sarà più complessa, e il ruolo che giocheranno i Cinque stelle non sarà indipendente dal profilo del nuovo inquilino del Colle. 
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Francesco Maesano per La Stampa
La Stampa, Lega Nord, mader, Matteo Salvini, Roberto Maroni

LEGA SMEMORINA, QUANDO FINANZIAVA LA COSTRUZIONE DI CAMPI NOMADI


Alemanno chiedeva, e il ministro sosteneva.

Prima dell’avvento di Matteo Salvini, prima delle copertine a torso nudo e soprattutto prima che le tensioni sociali e gli scandali colpissero il Comune di Roma, c’era una Lega che finanziava con convinzione la costruzione di nuovi campi nomadi. E non era tanto tempo fa. Maggio 2008. Appena preso il Comune di Roma, Gianni Alemanno annuncia una «rivoluzione copernicana» nel piano per i nomadi.


Un articolo di Francesco Maesanosu “La Stampa” ci rivela un interessante aspetto della vicenda dei campi nomadi della Capitale che vede coinvolta la Lega Nord, il partito più anti-nomadi che ci sia in Italia. Abbiamo già mostrato come l’ex-sindaco di Roma Gianni Alemanno stia mentendo quando dice che non gli è stato possibile risolvere “l’emergenza nomadi” a Roma perché la sinistra e le associazioni cattoliche si sono messe di traverso. La colpa, se di colpa bisogna parlare, è del Governo: il Consiglio di Stato infatti ha giudicato incostituzionale il ricorso alla legge 225 del 1992 per dichiarare lo stato d’emergenza per la “questione nomadi”. Oggi invece apprendiamo che Alemanno nel 2008 chiese e ottenne 30 milioni di euro per finanziare la costruzione di campi nomadi a Roma.

Umberto Bossi, quando era al Governo assieme a Silvio Berlusconi, amava ripetere che la sua era una Lega di lotta e di Governo “con i piedi fuori e i pugni dentro”, un modo come un altro per far dimenticare alla base che stando a Roma i duri e puri non sempre facevano “gli interessi” del Nord. nel 2008, quando Gianni Alemanno divenne sindaco di Roma, al Governo c’era Berlusconi e il ministro dell’Interno era il leghista Roberto Maroni (ora presidente della Regione Lombardia). Alemanno annuncia la sua “rivoluzione copernicana” per quanto riguarda la gestione dei campi nomadi e delle presenze dei rom nella Capitale: sgombero dei campi abusivi, “riduzione” della popolazione nomade residente da 7200 a 6000 persone. Per risolvere il problema e dare una mano ad Alemanno il Governo emana il decreto “emergenza nomadi” che dà speciali poteri al prefetto della città di Roma. Ma questo non basta al sindaco: Almemanno infatti chiede ed ottiene da Maroni un finanziamento di 30 milioni di europer poter affrontare “l’emergenza”. Secondo quanto apprendiamo dalla Stampa dieci milioni sarebbero stati destinati alla costruzione di un nuovo campo, gli altri 20 allo smantellamento e alla ristrutturazione degli altri insediamenti dei nomadi della Capitale. Nel 2001 il sindaco di Roma sarebbe tornato alla carica e per chiede al Ministro dell’Interno altri 60 milioni di euro, ma a quel punto Maroni nega il nuovo finanziamento, dicendo che quell’anno la stessa cifra era stata stanziata per fronteggiare “l’emergenza” in 5 regioni (Lazio, Campania, Lombardia, Piemonte e Veneto); di quei 60 milioni un terzo finirà in Lazio.

I soldi dati da Maroni ad Alemanno sono stati usati per alimentare il business milionario dell’accoglienza che sta mano a mano venendo alla luce in seguito alle inchieste su Mafia Capitale. Insomma, la Lega guiddava il ministero che avrebbe consentito il finanziamento di attività illecite. Francesco Maesano cita l’esempio della “Best House Rom” un campo dove sono stati trasferiti i nomadi sgomberati dal campo La Cesarina e la cui gestione costa più di due milioni di euro all’anno. Soldi che vanno anche alle cooperative che hanno vinto l’appalto per la gestione delle attività all’interno del campo.

Nel frattempo Matteo Salvini tuona contro gli sprechi e il malaffare che sta venendo a galla a Roma, annunciando anche che in caso di nuove elezioni amministrative la Lega presenterà un suo candidato sindaco. Ora però la prima cosa da fare è chiudere i campi nomadi.

Perché c’è stato un tempo in cui la Lega denunciava che c’era chi si arricchiva sui campi rom. E come facevano a saperlo? Glieli davano loro. Insomma, quando la Lega dava i soldi ad Alemanno per i campi nomadi stava solo raccogliendo materiale per una denunzia.
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Giovanni Drogo per Next Quotidiano
Beppe Grillo, La Stampa, mader, Movimento 5 stelle

IL CONFLITTO DI INTERESSI DEL SENATORE M5S CIAMPOLILLO


Il grillino Ciampolillo fa parte della commissione Comunicazioni che della Vigilanza dei servizi radiotelevisivi. Appena eletto senatore ha ceduto le quote del suo network di emittenti, ma alla madre.

Capita così che sul senatore Alfonso Ciampolillo piova il sospetto di un conflitto d’interessi in stile berlusconiano. M5S della primissima ora, candidato sindaco a Bari nel lontano 2009, quando le percentuali erano davvero da prefisso telefonico (0,4%), era proprietario fino allo scorso anno di un network di tre radio locali pugliesi. Radio Alta, Bari Radio Uno, Radio Terlizzi Stereo. Musica e impegno: il consiglio comunale di Rutigliano gli affida il bando per la trasmissione delle dirette del consiglio comunale.

Appena entrato a Palazzo Madama, Ciampolillo diventa membro sia della commissione Trasporti e Comunicazioni che commissario in Vigilanza dei servizi radiotelevisivi e allora decide di disfarsi delle quote. Ne cede il 95 per cento. A sua madre. Conflitto d’interessi? «Assolutamente no, io sono un dipendente Telecom, quello delle radio è solo un hobby», replica lui. È così, lavora nel colosso delle telecomunicazione dal 1999 e lì svolge l’attività sindacale nell’Ugl, incarico che lascerà all’inizio del 2013 prima di entrare in Parlamento. I sindacati. Quelli «vecchi e dunque da eliminare». Parola di Grillo. 

Inoltre le tre radio di Ciampolillo accedono agli odiatissimi finanziamenti pubblici e pagano l’energia elettrica a un prezzo basso. Lui risponde serafico: «Lo so che nel M5S siamo per eliminarli, ma o li togliamo tutti o, se uno li prende, allora anche gli altri li devono prendere. Altrimenti non lavoreremmo a condizioni di mercato».  

«Stiamo tra la gente, basta tv», diceva ieri Luigi Di Maio, affacciandosi al Tg3 per esercitarsi sulla fune: «Vale la linea che sarà votata in assemblea», spiegava, come se la linea in questi mesi non l’avesse tracciata l’asse Genova-Milano. «Dobbiamo stare al fianco dei cittadini. Cercare di risolvere le ingiustizie», proseguiva, dicendo in pratica che hanno ragione tutti, da quelli che «il Parlamento è una fogna», ai «facciamo autocritica». 
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Francesco Maesano per La Stampa
Beppe Grillo, Carlo Sibilia, Grillo, La Stampa, Luigi di Maio, mader, Movimento 5 stelle, Roberto Fico

5 LEADER PER GAFFE A 5 STELLE


Beppe Grillo se ne è reso conto: così non funziona. Affidare la vita del partito a intermittenti consultazioni on line, a eventuali assemblee di parlamentari, a interpretazioni del regolamento o all’umore del giorno rischia di consegnare l’immagine di un movimento rapsodico, non sempre razionale, prossimo della bizzarria. Per scongiurare il pericolo, Grillo ha avanzato la proposta di un direttorio composto da cinque eletti, e ne suggerisce i nomi: Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco, Carlo Sibilia. Vediamo i profili dei giovani incaricati di irrobustire il lato pensante dei cinque stelle. 

Partire da Sibilia non è atto da maramaldi. Anzi. Sibilia (avellinese, 28 anni) è uno che prima di entrare alla Camera si offrì al dibattito politico con una proposta di legge che, oltre ai matrimoni gay, consentisse di «sposarsi in più di due persone» e «anche tra specie diverse purché consenzienti». Il mistero che ancora avvolge quest’ultima affermazione è stato dimenticato grazie alla maturazione politica che ha condotto Sibilia ad affrontare vari temi di grande rilievo. 

Il giorno del 45° anniversario della sbarco sulla Luna, Sibilia si è chiesto, nella sua personalissima contabilità, come mai «dopo 43 anni ancora nessuno se la sente di dire che era una farsa». L’uomo non andò mai sulla Luna, sostiene Sibilia, che insiste sulla politica estera quando, lo scorso ottobre, c’è una sparatoria nel Parlamento canadese: «Opera di un pazzo o di qualcuno che ha ritrovato la ragione?». A chi «attribuire le colpe», si chiede arguto Sibilia non prima di avere offerto «solidarietà a chi ha perso la vita», disgraziatamente non più in grado apprezzare il gentile pensiero. Ecco, partire da qui potrebbe sembrare un pò da farabutti. Ma l’idea è di andare in crescendo.

Infatti ha ben altra caratura Di Battista (romano, 36 anni), detto Dibba, forse il più osannato dei grillini. Dibba è uno che ha l’aria di quello cui non la si dà a bere. «Diamo fastidio», dice, e sa i rischi che corrono rivoluzionari della sua stoffa: «Prevedo attacchi sempre più mirati, magari a qualcuno di noi un po’ più in vista. Ti mandano qualche ragazza consenziente che poi ti denuncia per stupro, ti nascondono una dose di cocaina nella giacca…». E chi? «Pezzi di Stato deviati. Il sistema fa questo». Lui ha girato il mondo, è stato in Guatemala, in Congo, nel Nepal, conosce i narcos e sa che le decapitazioni dell’Isis sono figlie di Guantanamo come Guantanamo fu figlia dell’11 settembre e così via, fino ad Annibale. È stato sorpreso in aula mentre guardava una partita in streaming ma la sua passione non si discute: celebre il tentativo (poi si trattenne) di entrare in una Commissione abbattendone la porta col busto marmoreo di Giovanni Giolitti. 

Roberto Fico (napoletano, 40 anni), poi, è uomo titolato, è il presidente della Commissione di vigilanza Rai, ruolo interpretato in forme innovative: partecipa all’occupazione della Rai con Grillo, non ha niente da dire quando il suo capo dice di evadere il canone, fa interrogazioni sul direttore di Rainews che è andato al Bilderberg, propone la chiusura di Porta a Porta. Per Fico, Grillo è «patrimonio mondiale dell’umanità come le Dolomiti e la Costiera Amalfitana». Come è evidente, il calibro del direttorio si dilata.

Dinfatti Carla Ruocco (napoletana, 41 anni) è madre e donna moderata, ogni tanto si alza in aula e dice che Renato Brunetta è il gran capo del malaffare – ma è il minimo per restare nei Cinque stelle. Appena entrata a Montecitorio disse che suo desiderio era di favorire un’adeguata «redistribuzione della ricchezza», e come non essere d’accordo? Già meno solida, ma interessante, l’affermazione secondo cui «le Borse calano e lo spread cresce per colpa della legge elettorale».

E così, piano piano, siamo arrivati sino a Luigi Di Maio (avellinese, 28 anni), vicepresidente della Camera, di gran lunga il più elegante dei cinque stelle, e uno che spicca perché, quando si sbilancia, dice: «Adesso vediamo». E qui siamo a livelli di saggezza quasi democristiana.
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Mattia Feltri per La Stampa
Beppe Grillo, Grillo, La Stampa, mader, Movimento 5 stelle

GRILLO SCOMUNICA RIZZETTO. LA REPLICA: #IONONMOLLO E TU?


«Il M5S non ritorna nei talk show». È categorico Beppe Grillo sul suo blog, dove “bacchetta” il deputato M5S Walter Rizzetto, “reo” di aver preso parte, questa mattina, alla puntata di Omnibus su La7. «I talk show – scrive Grillo – stanno morendo di asfissia di ascolti. Accompagnano in questo, in modo naturale e parallelo, il percorso della disaffezione al voto alla politica».

«Il M5S ha partecipato in passato a trasmissioni televisive nelle quali poteva esprimere la propria opinione su temi specifici e lo farà in futuro soprattutto a livello di emittenti locali dove si trattano aspetti vicini ai cittadini come quello dell’ambiente o a confronti elettorali come è avvenuto con Giulia Gibertoni su Sky. La partecipazione di Rizzetto al talk “Omnibus” è stata a titolo del tutto personale: Rizzetto non rappresenta la posizione del M5S, nè qualcuno gli ha dato questa responsabilità. Libero di dire la sua opinione e di partecipare ai talk, ma non a nome del M5S», conclude Grillo.  

Immediata la replica del deputato pentastellato: «Caro Beppe Grillo, vorrei capire innanzitutto chi scrive i post sul blog e come mai non si firma, quasi mai. Dai feedback ricevuti mi pare evidente che il problema ora sia più tuo che mio… Fare sana autocritica è sintomo di maturità, non solo politica, e non sono l’unico a pensarlo. Se ritieni che “Rizzetto parla a nome suo e non rappresenta il MoVimento” è altrettanto evidente che io e te abbiamo un problema (#houston ndr)», ha scritto sul suo blog Rizzetto. «Ti dico una cosa – aggiunge Rizzetto – io a questa “maglia” ci tengo e non ho detto nulla di sconveniente e non in linea con il M5S, anzi. Se uno vale uno, ciò lo é anche nell’esprimere le opinioni. Rinnovo: a 39 anni, in gran parte lavorati e grazie a Dio lavorati bene, non chiedo il permesso ai tuoi cortigiani per parlare del lavoro che stiamo facendo e comunicarlo a più gente possibile. Il dato elettorale dovrebbe far riflettere te, in primis. #iononmollo e tu?», conclude il deputato pentastellato.  

In molti hanno preso le difese del deputato M5S. Tra questi Tancredi Turco, che trova «incomprensibile» la “scomunica” di Beppe Grillo. Turco lancia poi la proposta di un referendum online tra la base che decida sulla partecipazione o meno dei pentastellati in tv. «Trovo incomprensibile il post – sostiene Turco, tra le voci critiche nel Movimento – Rizzetto è un deputato del M5S e lo rappresenta egregiamente. Tra l’altro, ha detto cose totalmente condivisibili». Quindi il deputato M5S propone che sia il web a decidere: «Il fatto se andare o non andare in tv deve essere una decisione presa con una consultazione sul blog, in modo da dare a tutti gli attivisti la possibilità di esprimersi».  

Molti inoltre i deputati, spesso considerati voci critiche nel Movimento, che non si nascondono dietro l’anominato e invadono i social per difendere il collega. La deputata 5 stelle Gessica Rostellato twitta: «#siamotutticonRizzetto #anchenoisiamomovimento» e posta la foto di Rizzetto ospite in studio a Omnibus su La 7. La collega Eleonora Bechis aggiunge: «Ancora una volta ci si rinchiude nel blog invece di ascoltare #siamotuttirizzetto». 
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Beppe Grillo, Cinque Stelle, Genova, Grillo, La Stampa, mader, Movimento 5 stelle

GRILLO E IL FANGO NELLA TESTA


Tu, il rabdomante della rabbia, per anni hai intercettato l’umore dei disperati. Poi succede che Genova, la tua città, venga sommersa dall’alluvione. La notizia ti sorprende a una kermesse romana del tuo movimento. L’istinto fin qui infallibile dovrebbe indurti a fare la cosa giusta: tornare subito a casa per metterti a spalare in silenzio, intestandoti una campagna finalmente positiva. Invece resti al caldo di Roma a grilleggiare contro tutti, senza accorgerti che sei sempre meno efficace. Non esalti né spaventi più.


Semplicemente annoi. Al quinto giorno ti degni di farti vedere a Genova. Arrivi in centro con una scorta arrogante, da mandarino della nuova Casta, e ti becchi la contestazione di ragazzi che probabilmente ti hanno pure votato. Il distacco tra te e loro è emblematico: quelli fanno e tu parli, quelli ricostruiscono e tu continui a distruggere. Perché persino lì, in mezzo al dolore, non trovi di meglio che indicare bersagli contro cui sfogare il rancore.

Agli Angeli del Fango che ti danno del pagliaccio come a un Mastella qualunque, additi il solito capro espiatorio, la stampa, accusandola di avere taciuto le vere cause della tragedia. Ma quando fai l’elenco di quelle cause si scopre che sono le stesse che ingombrano le prime pagine dei giornali. Sei fuori forma, incoerente, confuso. Dopo averli umiliati, ti offri ai cronisti per un’intervista in cambio di duemila euro da versare a un tuo fondo per gli alluvionati. Tu, di grazia, quanti ne hai messi? Dici ai ragazzi che non hai problemi a spalare il fango con loro, però poi non lo fai e ti dilegui con la tua scorta. Hai perso il tocco, Beppe Grillo. Che peccato, sei già ieri.
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Massimo Gramellini per la Stampa
Beppe Grillo, Europarlamento, Grillo, La Stampa, mader, Movimento 5 stelle, Nigel Farage

GRILLO CONTRO FARAGE


Ukip presenta un demenziale emendamento al bilancio e il M5S gli vota contro. Volevano azzerare tutte le poste che non danno diretto beneficio ai britannici.


Nuova crepa nelle nozze potenzialmente tumultuose fra Beppe Grillo e Nigel Farage. Gli eurodeputati del Movimento Cinque Stelle hanno bocciato questa mattina un emendamento demenziale presentato dall’Ukip, il partito euroscettico inglese con cui gli italiani hanno scelto di condividere il percorso al parlamento europeo, formando un eterogeneo gruppo chiamato Efdd, Europa delle libertà e della democrazia diretta.  

  

Si stava votando in commissione affari regionali a Bruxelles il progetto generale di bilancio Ue per il 2015, dossier spinoso poiché i governi nazionali hanno chiesto pesanti tagli che gli eurodeputati di tutti i colori faticano a capire e accettare.  

  

L’Ukip ha presentano una modifica al testo in discussione. Davvero bizzarra. In parole semplici chiedeva l’azzeramento di tutte le fonti di spesa che non portano beneficio diretto ai cittadini britannici. 

  

 “I contribuenti britannici non desiderano di vedere il loro denaro redistribuito in questo modo”, recitava la proposta. Dunque niente soldi all’Italia, ad esempio, se non aiutano anche il Regno Unito.  

  

Secondo quanto risulta a “La Stampa”, la coordinatrice di casa M5S, Rosa D’Amato, ha cercato di far ritirare l’emendamento, chiaramente contrario al buon senso di chi ha un minimo di fede europeista. Inutile. L’Ukip è andato avanti. Il testo è stato così bocciato da tutti, grillini compresi.  

  

Presto per dire se questo avrà conseguenze, ma certo i rapporti fra gli italiani e britannici non sono idilliaci come il grande capo a Genova aveva previsto. Ukip vuole avere la titolarità dell’azione comunicativa, e basta uno sguardo al sito web dell’Efdd per capire chi vuole avere la visibilità in primo luogo. 

  

La compagine grillina lavora sodo. La scorsa settimana li si è visti intervenire in tutti i dibattiti, anche quelli in cui l’emiciclo era drammaticamente vuoto, come nel caso di Ebola. Lo hanno fatto con messaggi coerenti con le promesse all’elettorato, molto spesso con toni e contenuti che poco sembrano avere a che fare con il Farage-pensiero. Certo che fra le due squadre c’è intesa sulla libertà di pensiero e autonomia di voto, ma quanto può durare? 

  

Pochi scommettono che il matrimonio anglo italiano fra Bruxelles e Strasburgo possa essere duraturo. Il voto di stamane dà ragione a chi non ci crede. E siamo solo al secondo mese di attività.  
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GRILLO, #DISCARICATOUR SENZA SPETTATORI


Appena un’ottantina di sostenitori. Troppo pochi. È una reazione piccata quella di Beppe Grillo quando scopre che per il suo arrivo in Riviera per il «no alla discarica» la risposta è stata poca cosa. Anzi, Grillo è stato deluso dalla scarsa mobilitazione e si è lasciato addirittura sfuggire un commento inelegante nei confronti di chi nonostante la giornata lavorativa, si era presentato all’appuntamento con il leader del Movimento. 

Al suo fianco i parlamentari impegnati sul fronte delle tematiche ambientali, i consiglieri comunali di Sanremo Paola Arrigoni e Giuseppe Riello, quello di Bordighera David Maria Marani. Ma non si sono visti quelli di Ventimiglia e Imperia e i volti più conosciuti e attivi dei Meetup. Con la folla, sorvegliata da un servizio d’ordine molto rilassato, Grillo si è soffermato appena pochi istanti per poi dedicarsi alla visita in discarica. E appena la sua ecologica «Prius» è apparsa sul piazzale si è confrontato con i lavoratori di «Idroedil» e con i loro cartelli di protesta a tutela del posto, dello stipendio. Una protesta annunciata, senza rabbia, pacata al punto di essere poco convincente visto che a tenere testa alle domande di Grillo non c’è stato nessuno. Lui ha parlato del «reddito di cittadinanza» del lavoro come un diritto e di un lavoro migliore rispetto a quello in discarica. Ma non c’è stato dialogo, confronto.  

Poi Grillo ha infilato il caschetto e il gilet fosforescente ed è salito sul pullman di «Idroedil» per la visita alla discarica. L’attenzione si è concentrata sul Lotto 5, sulla lavorazione dei rifiuti, sulla produzione di biogas, sulla lavorazione del «biodigestore». Intorno alle 16 il bus è ricomparso sul piazzale e Grillo dopo qualche altra battuta è ripartito senza neppure andare a salutare i militanti che avevano atteso in strada speranzosi di incontrarlo (intrattenuti dai parlamentari).  

A parlare dell’incontro con Grillo è stato il direttore tecnico di Idroedil Sergio Tommasini: «”Abbiamo riscontrato un punto di condivisione per la gestione del rifiuto a monte, apprezzando alcune idee che il Movimento sta portando avanti in sede parlamentare. Confermo che siamo disponibili ad ulteriori confronti». L’amministratore di «Idroedil», Massimo Ghilardi ha spiegato: «Confido nel lavoro della magistratura per una risoluzione delle indagini in tempi brevi per evitare l’emergenza rifiuti. La Provincia ha fatto pervenire a tutti una lettera dove richiede misure alternative e noi cercheremo di fare la nostra parte con grande senso di responsabilità”.  
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Giulio Gavino per La Stampa
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CASALEGGIO INSIEME AI “BANCHIERI MASSONI”, RENZI NO


Che un giovane Presidente del Consiglio partito lancia in resta contro i «salotti buoni» decida di disertare il tradizionale appuntamento di Cernobbio – vero e proprio attico con terrazza della finanza italiana – può far storcere il naso ma, come si dice, ci sta. Ci sta forse meno il fatto che – per il secondo anno consecutivo – ormeggi sulle sponde del lago di Como Gianroberto Casaleggio, mente informatica di un movimento il cui leader non fa mistero di considerare i banchieri dei volgari truffatori (epiche le sue battaglie contro i vertici di Mps) e il mondo dell’economia e della finanza, più in generale, un’accozzaglia di massoni, con tanto di cappuccio e grembiulino.


Ma in fondo, se lo si assume come ennesimo cortocircuito di certi populismi nostrani, può starci anche questo. 

E’ vero che Matteo Renzi non è più lo scapestrato sindaco di Firenze e che polverose regole di galateo politico avrebbero consigliato una sua presenza a Cernobbio: ma almeno due circostanze rendono invece coerente la sua discussa scelta.  

La prima – forse meno rilevante – la potremmo definire di carattere storico-personale: Renzi sul lago non c’è mai andato, non ha mai frequentato i cosiddetti «salotti buoni» e quei salotti non lo hanno mai apprezzato, in ragione del suo modo spiccio di far politica . «Ci considerano dei barbari», ha confessato al tempo della scalata avviata col suo piccolo esercito di «rottamatori». 

Certo ha qualche simpatia e qualche amicizia personale in quel mondo, ma si tratta – naturalmente – di rapporti «scandalosi» e criticati: le cene con Davide Serra, i pranzi con Flavio Briatore, allo stadio con quell’altro panzer di Diego Della Valle. Poca roba, però: e insufficiente a ridurre le distanze da un universo che non ama e dal quale non è stato mai amato. Questa prima circostanza, è un’ottima premessa – diciamo così – per introdurre la seconda spiegazione ad un’assenza altrimenti incomprensibile. 

I «salotti buoni» e le «élite» economiche-culturali del Paese (da certi industriali ai «professoroni», per capirci) sono diventati, da un po’ di tempo, il nuovo nemico di Matteo Renzi, un leader che fin dai tempi dell’assalto alla Provincia di Firenze ha sempre nutrito la sua politica e il suo «populismo democratico» con l’assalto ad un nemico: in origine i Ds «arroganti», poi i vertici («bolliti») del Pd, quindi la «casta» da rottamare e, rottamata quella, ecco i gufi, i rosiconi e gli animatori dei «salotti buoni». 

Un nemico sempre e comunque, insomma: per dare un credo alle truppe, sostanziare una causa e magari parlar d’altro, in una finora efficacissima opera di distrazione di massa. E i nemici, naturalmente, sono sempre populisticamente impopolari: quanti cittadini elettori, infatti, possono considerare le élite economico-finanziarie del Paese incolpevoli per la situazione in cui versiamo? 

Detto questo, sarebbe però un errore non vedere un altro aspetto del modo di far politica di Renzi, che l’assenza da Cernobbio conferma in maniera evidente: una certa allergia ad esser «sponsorizzato» e la riproposizione di quel che un tempo (con qualche approssimazione) veniva definito il «primato della politica». L’unica chiamata estiva alla quale il premier ha risposto è stata quella dei boy scout a San Rossorre: niente Cernobbio oggi, e niente Meeting di Cl, ieri. «Non mi lascio né intimidire né condizionare», ama ripetere Renzi: a maggior ragione da quelli che uno stesso dirigente Pd (non renziano) definisce «luoghi della politica morta»… 

Più difficile dire, invece, che idea abbia del Forum Ambrosetti Gianroberto Casaleggio, detto il guru, che l’anno passato intrattenne la platea con una contrastata lezione sulle sorti magnifiche e progressive di Internet. Ci torna per la seconda volta: e non per lanciare pietre, come suggeriva l’anno scorso qualche militante grillino in rete. Partecipa nelle vesti di presidente della «Casaleggio Associati» o di numero due del Movimento? Poiché scindere le due parti in commedia è difficile, anche la risposta è complicata. 

Comunque, nella gara ingaggiata con Renzi a chi è più antisistema, stavolta i Cinque Stelle perdono per distacco. Eppure per il Movimento – e per lo stesso sistema politico – potrebbe non essere un male. Infatti, se la tanto invocata «costituzionalizzazione» dei Cinquestelle avesse come passaggio obbligato la presenza del guru a Cernobbio (tra massoni e truffatori…) anche i più scettici applaudirebbero convinti. Ma è poi così? Nel pendolo responsabili-irresponsabili di un Movimento disposto a dialogare con Farage, i jiadisti e ora i «banchieri massoni», ma non col governo italiano, il dubbio è lecito: tocca a loro, a Grillo e Casaleggio, dimostrare che la lezione del voto europeo non è arrivata invano. 

mader
Federico Geremicca per La Stampa