La Stampa, Luigi di Maio, mader, Movimento 5 stelle

DI MAIO E CASALEGGIO JR, I NUOVI DIARCHI


Nel Movimento si comanda in due. È così dall’inizio, da prima ancora che quell’intuizione iniziale condivisa da Grillo e Casaleggio prendesse il nome di M5S: in fondo la soluzione ideale per una forza politica che ha il complesso del vertice. E ora che le due figure apicali, i due diarchi, sembrano destinate, per ragioni diverse, ad allontanarsi dal centro della scena, avanzano i nuovi protagonisti: Luigi Di Maio e Davide Casaleggio. 

Del vicepresidente della Camera si sa già moltissimo. Stimato nel gruppo e anche fuori, figura preminente del direttorio politico installato a Roma da Grillo che d’ora in avanti sarà proiettato sul tour internazionale, sul tentativo di esportare il format Cinque stelle fuori dal paese. Meno si sa di Casaleggio jr. Classe 1976, madre inglese, la linguista Elizabeth Birks sposata a vent’anni da Gianroberto, bocconiano, già startupper sul web nel 2001, proprietario del 30 per cento delle azioni dell’azienda di famiglia, stessa quota del padre, uomo marketing, scacchista, appassionato di sport estremi come la compagna Paola.  

Oggi è il vero all rounder della Casaleggio Associati. Era a Bruxelles per incontrare Farage insieme a Beppe Grillo all’indomani delle Europee. Era a Roma a settembre per implementare il nuovo sistema informatico. La sua ultima fatica è quel regolamento del M5S tirato fuori appena prima dello scadere, quattro giorni a ridosso dei limiti di legge. Un testo nel quale, tra le altre cose, si istituzionalizza la figura del gestore del blog: lui, appunto. 

Insieme, Di Maio e Casaleggio jr costituiscono la nuova diarchia, l’asse portante della politica del M5S per il 2015. Alcuni effetti del nuovo assetto si sono già visti quest’anno: quando sembrava in procinto di riaprirsi una sanguinosa stagione di espulsioni la mediazione del vicepresidente della Camera è stata fondamentale per cambiare strategia, mordendo il freno e ripartendo dai territori. 

Quirinale e riforme saranno i primi test per saggiare la tenuta del nuovo assetto. Sul primo punto la strategia del M5S è chiara: anticipare il più possibile la scelta del candidato e sperare che dalle contraddizioni altrui si generi uno stallo utile a portare in gioco il Movimento. La partita successiva delle riforme sarà più complessa, e il ruolo che giocheranno i Cinque stelle non sarà indipendente dal profilo del nuovo inquilino del Colle. 
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Francesco Maesano per La Stampa
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Luigi di Maio, mader, Movimento 5 stelle

IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA DI MAIO


Sicuramente nel Pantheon del giovane Luigi Di Maio, astro nascente del movimento 5Stelle e della politica italiana, c’è più Pinochet che De Gasperi. Mi dicono che sia di famiglia fascista. Beh, un po’ si vede. E però, anche durante il fascismo, un simulacro di Stato di diritto era rimasto in piedi. Magari era solo una formalità, però il processo penale era previsto e nessuno poteva essere condannato senza processo. Persino Gramsci e Pertini ebbero diritto alla difesa, anche se sostanzialmente la loro condanna era stata decisa dal duce. Di Maio non si preoccupa neppure della formalità. Dice che lui non vuole più sentire parlare di presunzione di innocenza.

Per questo penso che debba avere una simpatia spiccata, ad esempio, per Pinochet, perché frasi di questo genere, nel dibattito pubblico, in Europa non le avevo mai sentite.

L’altra sera in Tv, a ”Virus” sulla seconda rete, sembrava di ascoltare il rappresentante di qualcuna delle tante feroci dittature latinoamericane degli anni settanta.

Naturalmente voi potete dire che semplicemente l’errore è di chi ha pensato che questo Di Maio fosse un ragazzo brillante. Perché invece, forse, non ha mai letto un libro in vita sua, forse non conosce la Costituzione, né i principi degli Stati liberali, o forse è solo una fascistello con la cravatta.

Possibilissimo. Però Di Maio Luigi, nato ad Avellino nel luglio del 1986, sebbene sia il più giovane vicepresidente della Camera di tutti i tempi è pur sempre il vicepresidente della Camera. Cioè è uno dei massimi rappresentanti del popolo. Credo che la sua sia in ordine gerarchico la quarta o la quinta carica dello Stato repubblicano. E l’atro giorno ha pronunciato esattamente questa frase, in pubblico, davanti a una telecamera: ”Non voglio più sentir parlare di presunzione di innocenza”. Cosa succederebbe se cadesse il principio di presunzione di innocenza? Naturalmente che non sarebbero più necessari i processi. Se una persona è colpevole prima del processo, come pensa Di Maio, il processo è superfluo. Oppure forse Di Maio pensa al rovesciamento dell’onere della prova: chi è sospettato da un magistrato è colpevole finché non sia in grado di dimostrare la sua innocenza…

A me non interessa polemizzare con Di Maio, che francamente non mi pare un genio. Mi interessa polemizzare con tutti coloro – a partire dallo stessa presidente della Camera , e poi gli altri vicepresidenti, e poi i capi dei gruppi parlamentari, e poi i segretari dei partiti – non hanno sentito il dovere, di fronte ad una sfida così grossolana alla democrazia, di presentare immediatamente una mozione di sfiducia verso Di Maio per rimuoverlo dal suo incarico.

Si pensò a suo tempo ad una mozione di sfiducia, mi ricordo, contro Fini, colpevole solo di essere uscito dal Pdl… In altri paesi si giura sulla Costituzione. In Italia no, e dunque Di Maio, affermando la presunzione di colpevolezza, non ha commesso spergiuro. Però certamente ha ingiuriato la Costituzione (della quale spesso il suo capo esalta le doti meravigliose). Come è possibile che questo fatto, gravissimo, non abbia suscitato nessuno scandalo, non sia stato ripreso dai giornali, non abbia prodotto interpellanze parlamentari, appelli di giuristi, grida indignate degli stessi magistrati?

E’ possibile, perché ormai in Italia si è affermato, neppure tanto silenziosamente, un senso comune che non ha niente a che fare con la democrazia e con i suoi principi. Non resterei stupito se qualche sondaggio ci dimostrasse persino che la maggioranza degli italiani è d’accordo con Di Maio.

E allora il problema è uno solo: la politica è in grado di reagire, di assolvere al proprio compito di baluardo della democrazia, o la politica ormai è ridotta al luogo dove vivacchia un piccolo esercito di codardi e basta?

Devo dire che mi ha colpito, l’altro giorno, l’intervento di Giorgio Napolitano. Questo giornale non è mai stato tenero col Presidente della Repubblica. Anzi, a noi piace molto criticarlo ogni volta che ne abbiamo l’occasione. Anche aspramente, anche con un po’ di cattiveria, perché pensiamo che sia questo il compito dei giornali. Però l’altro giorno Napolitano ha dimostrato di essere l’unico – l’unico – in tutto il campo politico nazionale ad avere ancora un po’ di coraggio. Ha frustato l’antipolitica, ha detto che è una malattia, che costituisce un pericolo mortale per la democrazia.

Potremmo commentare: beh, ha detto una banalità. E’ chiaro che è così. Il solito Napolitano che si limita a rimarcare l’ovvio. Già, ma stavolta è l’unico. Perché il paese intero ( o quasi), tutta la politica, tutta l’intellettualità, è ormai da un’altra parte, completamente ubriaco, incapace di ragionare, in grado solo di esprimere odio e vituperio per la politca, del tutto disinteressato ai principi della democrazia e della libertà e del diritto. Lui, Re Giorgio, è rimasto solo, e infatti, per quella banalissima affermazione di verità, si è preso una valanga di polemiche e di improperi.

C’è una via d’uscita? Non c’è una via d’uscita se nessun partito, nessun dirigente politico, nessun intellettuale riesce a trovare, nella sua borraccia, almeno una stilla di coraggio…
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Piero Sansonetti per Il Garantista
Beppe Grillo, Giulia Sarti, l'Espresso, Luigi di Maio, mader, Movimento 5 stelle

M5S, LE REGOLE PER LE CANDIDATURE REGIONALI NON ESCLUDONO GLI INDAGATI PER MAFIA


Il Movimento 5 Stelle, unica grande formazione politica non toccata dallo scandalo Mafia Capitale, si prepara alle elezioni regionali. Ma dal regolamento per le auto candidature scompare la richiesta di non essere indagati o condannati in primo grado. E tra gli esponenti c’è chi lancia l’allarme.


“Fuori la mafia dalle istituzioni”: è questo il motto a cinque stelle degli ultimi giorni. Eppure la mafia rischiano, loro malgrado, di farla entrare dalla finestra e proprio all’interno del Movimento, unica grande formazione politica che non è stata coinvolta nello scandalo Mafia Capitale.

Il blog di Beppe Grillo ha pubblicato infatti i criteri per le candidature ai consigli regionali e, a sorpresa, ha lasciato aperto il varco ai condannati in primo grado per reati gravi, così come agli inquisiti per mafia. Sono stati infatti esclusi solo coloro che hanno “condanne penali definitive” o che sono “inquisiti per reati contro la pubblica amministrazione”.

Come funzionano le regionalie.Le auto candidature alle “regionalie” per Campania, Marche, Liguria, Toscana, Puglia e Umbria si sono aperte ufficialmente il 9 dicembre: nonostante i dissapori fra le due anime del Movimento 5 Stelle, l’attività di reclutamento in vista della prossima tornata elettorale non si ferma.

La votazione sarà a doppio turno – la prima su base provinciale per la selezione dei consiglieri, a seguire la scelta del candidato alla presidenza della Regione – e rigorosamente riservata agli iscritti alla piattaforma della Casaleggio Associati. Lo annuncia proprio sul suo blog Beppe Grillo, che precisa i requisiti: “Le autocandidature di residenti in queste regioni iscritti al MoVimento 5 Stelle entro il 30 giugno 2014” che dovranno pervenire entro mezzogiorno del 12 dicembre, varranno esclusivamente per coloro “che non si siano dimessi da un incarico da eletto o abbiano già eseguito due mandati, senza condanne penali definitive, non inquisiti per reati contro la pubblica amministrazione, e che non abbiano corso contro una lista del MoVimento 5 Stelle. Tutti i candidati dovranno presentare il proprio CV online per poter essere valutati e votati entro domenica 14 dicembre”.

Fin qui tutto normale: necessaria appartenenza certificata al Movimento e poche ma precise regole decise dal blog, tra cui la fedina penale limpida. O quasi: a guardar meglio, ci si accorge che proprio questo caposaldo grillino sembra venire meno. Le maglie larghe dei criteri di selezione, infatti, aprono il varco a chiunque sia “inquisito” (termine generico probabilmente da intendersi come indagato) o addirittura condannato in primo grado per qualsivoglia reato purché esuli da illeciti commessi contro la pubblica amministrazione. Quindi, stando a quanto riportato sul blog , anche chi fosse indagato o addirittura condannato in primo grado per associazione mafiosa avrebbe la possibilità di candidarsi e passare le selezioni.

Una leggerezza che potrebbe costare molto all’immacolato pedigree dei 5 stelle, soprattutto in un momento in cui a Roma, a seguito dell’inchiesta Mafia Capitale, impazza uno degli attacchi più feroci dei grillini contro la corruzione all’interno di partiti e istituzioni.

I criteri ricalcano quelli già utilizzati (per la prima volta) in Veneto, ma non in Calabria o in Emilia-Romagna, né in Europa. Criteri che a questo punto sembrerebbero variare di volta in volta. Tanto che l’aggiunta del requisito di “non inquisito” durante le ultime regionalie aveva letteralmente spaccato il Movimento emiliano-romagnolo, a causa dell’esclusione dalle candidature del consigliere regionale Andrea Defranceschi . Sostenuto dal territorio e dalla maggior parte degli eletti, risultava però indagato in quanto capogruppo nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Bologna sulle spese dei gruppi consiliari. A causa di criteri “calati dall’alto” e “non condivisi con una votazione dalla rete”, alcuni dei parlamentari e consiglieri comunali della regione annunciarono perfino l’astensione dalla campagna elettorale.

Tra questi, la deputata riminese Giulia Sarti, che infatti oggi torna sul punto: “Il problema vero è che non si possono scrivere regole in maniera così frettolosa e approssimativa, anche se l’esclusione dei condannati per reati gravi sicuramente è sottintesa”.

Però il problema resta e la Sarti, facente parte della commissione giustizia e antimafia, ha ben presente la delicatezza della questione. C’è il rischio che vi ritroviate candidati condannati per mafia, onorevole?
“Il rischio c’è – ammette – perché le regole sono state scritte male. Sicuramente non è intenzionale: si tratta semplicemente di leggerezza, e sono certa che in ogni caso nessuno dei nostri gruppi locali ne’ lo staff di Milano permetterebbe mai a un condannato in primo grado per reati gravi di potersi candidare – ci tiene a sottolineare – ma ci sarà bisogno di un controllo stringente e auspico che questa lacuna venga colmata il prima possibile”.

Il fatto è, prosegue, che “dobbiamo renderci conto che non siamo più un Movimento di poche persone, stiamo crescendo sempre di più e i nostri territori hanno bisogno di certezze, non di approssimazione”.
In sostanza, ormai i cittadini a 5 stelle non si conoscono più fra loro e i principi condivisi non bastano più a dettar legge – come per altro sembrerebbe confermare l’inasprimento del controllo da parte dei vertici.

Esclude tuttavia senza ombra di dubbio la possibilità di infiltrazioni Jacopo Berti, candidato governatore M5s per la regione Veneto, che spiega: “mi sono occupato io di raccogliere casellario giudiziale e certificato dei carichi pendenti di ciascun candidato. Per quanto ci riguarda, il buon senso viene prima del blog”. Fra i candidati consiglieri già passati dalle griglie delle regionalie venete del mese scorso quindi, nessun dubbio: “al di là di quello che è scritto o non scritto, l’importante è che sei pulito, sennò: cartellino rosso”. E come si spiega allora quella specifica? “Non so dirlo…io non me ne ero nemmeno accorto – ammette – Sarà un refuso”.

Invece è un paradosso: una specifica – “in via definitiva” – che anziché raffinare ancor più la selezione, apre il varco a una macro contraddizione. Non è un problema da poco. Anche perché apre la strada a possibili ricorsi.

“Ci si è preoccupati di escludere gli indagati per reati contro la pubblica amministrazione – conclude Giulia Sarti – lasciando invece campo aperto a condannati in primo grado per qualsiasi reato, anche grave. Queste sono leggerezze che non possiamo permetterci”.

E per il campano Luigi Di Maiotutto a posto? Ormai leader investito del M5s alla testa del direttorio, Di Maio interpellato dall’Espresso sui fatti soprattutto in quanto proveniente da una delle regioni interessate, ha preferito non rispondere.

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Ilaria Giupponi per l’Espresso
Casaleggio, Gianroberto Casaleggio, Luigi di Maio, mader, Movimento 5 stelle

BLITZ DI CASALEGGIO A ROMA E DÀ L’OK AL RITORNO IN TV


Un M5S light, con una struttura leggera. Non un partito, sia chiaro. L’assenza di soldi, grazie al rifiuto dei finanziamenti pubblici, riesce a tenere a bada il timore più grande: che il Movimento cambi pelle e si trasformi in partito. Si allenta, inoltre, il divieto di andare in tv. I 5 Stelle hanno bisogno anche del piccolo schermo per arrivare alla massa e fare breccia. A quanto si apprende, Gianroberto Casaleggio, nel vertice di oggi a Montecitorio, avrebbe spiegato ai suoi la svolta in corso. Una strategia illustrata non solo ai 5 membri del ‘direttorio’, ma anche ai vari parlamentari che lo hanno incontrato nello studio del vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio.

Per ora l’abbozzo della struttura che ha in mente Casaleggio parte proprio dal direttorio: cinque persone fidatissime -Di Maio, Di Battista, Fico, Sibilia e Ruocco, da molti già battezzati i ‘power rangers’ – che Casaleggio e Grillo hanno voluto indicare senza passare dalla Rete e dall’assemblea. Ma non è da escludere che la squadra si allarghi, mettendo dentro anche qualche senatore.

Altra necessità evidente, avrebbe spiegato Casaleggio ai suoi, dare più visibilità al lavoro svolto sul territorio: l’idea è creare una rete, un sistema di comunicazione che consenta a sindaci M5S e consiglieri di condividere delibere e lavoro svolto sul campo. Inoltre, sarebbero state definite le deleghe di Di Maio e degli altri: stasera verranno comunicate e condivise in assemblea. Una riunione a cui Casaleggio non prenderà parte: dopo una giornata fitta di incontri, il guru del Movimento ha deciso di fare ritorno a Milano.
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Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio, Grillo, Il Messaggero, Luigi di Maio, mader, Movimento 5 stelle

CASALEGGIO ROTTAMA GRILLO


Un Grillo troppo invadente fino a poche settimane fa. E adesso, un po “stanchino”. Tanto da avviare la sua successione con un “direttorio” di cinque membri. Ma la nascita del M5S 2.0 non si limiterà a questo. Secondo quanto scrive oggi il quotidiano Il Messaggero, Gianroberto Casaleggio e il figlio Davide starebbero lavorando a importanti novità che nei fatti significherebbero la rottamazione di Beppe Grillo e la definitiva “spersonalizzazione” del movimento.

Il primo di questi interventi, al quale soprattutto Davide Casaleggio starebbe lavorando, è la creazione di un nuovo sito “istituzionale” del Movimento che sostituirebbe via via come voce ufficiale dei 5 Stelle il blog di grillo, che non verrà cancellato ma resterebbe come sito del garante.

La seconda mossa, sarebbe quella di levare dal simbolo del partito, che verrebbe in gran parte ridisegnato pur mantenendo il giallo come colore predominante, lo stesso nome di Grillo. Al suo posto dovrebbe esserci il nuovo indirizzo web del movimento. Beppe, così, da padre padrone del Movimento, ne diventerebbe solo un testimonial. E Casaleggio e i suoi avrebbero pure giù pronto il nome del candidato premier alle prossime elezioni politiche: Luigi Di Maio.
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Luigi di Maio, mader, Movimento 5 stelle

QUANDO DI MAIO DICEVA: “NEL MOVIMENTO PER NON ESSERE IN POCHI A DECIDERE PER TANTI”


“Ciao a tutti. Sono Luigi Di Maio, ho 23 anni e studio Giurisprudenza alla Federico II. Mi candido nel Movimento Pomigliano 5 Stelle, perchè sono convinto che comunque andranno queste elezioni, farò parte di un gruppo, un network, in cuitutti decideranno egualmente rispetto alle iniziative da mettere in cantiere“.

Era l’8 marzo del 2010, quando l’attuale rappresentante del direttorio imposto da Grillo, pubblica su Youtube un video in cui motiva la sua decisione di candidarsi al Consiglio Comunale di Pomigliano d’Arco.


“Sono sempre stato appassionato dall’impegno politico, all’Università, al liceo e nell’associazionismo”, scriveva Di Maio nella presentazione. “Ho sempre voluto metterci la faccia. Sono stato presidente del Consiglio alla Facoltà di Giurisprudenza. Nei licei, sul territorio, abbiamo organizzato varie iniziative, ma poi mi sono fermato perchè mi sono accorto che mi sentivo solo. Il meccanismo secondo il quale il rappresentato delegava al rappresentante, faceva in modo che eravamo sempre in pochi a decidere per tanti.


Quando abbiamo avviato l’esperienza del meetup, si è respirata subito un’altra aria. Non c’erano delegati, non c’erano rappresentanti, non c’erano capibastone, non c’erano segretari. C’erano solo le iniziative e tante persone che decidevano in egual modo intorno a quelle“.
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Beppe Grillo, Carlo Sibilia, Grillo, La Stampa, Luigi di Maio, mader, Movimento 5 stelle, Roberto Fico

5 LEADER PER GAFFE A 5 STELLE


Beppe Grillo se ne è reso conto: così non funziona. Affidare la vita del partito a intermittenti consultazioni on line, a eventuali assemblee di parlamentari, a interpretazioni del regolamento o all’umore del giorno rischia di consegnare l’immagine di un movimento rapsodico, non sempre razionale, prossimo della bizzarria. Per scongiurare il pericolo, Grillo ha avanzato la proposta di un direttorio composto da cinque eletti, e ne suggerisce i nomi: Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco, Carlo Sibilia. Vediamo i profili dei giovani incaricati di irrobustire il lato pensante dei cinque stelle. 

Partire da Sibilia non è atto da maramaldi. Anzi. Sibilia (avellinese, 28 anni) è uno che prima di entrare alla Camera si offrì al dibattito politico con una proposta di legge che, oltre ai matrimoni gay, consentisse di «sposarsi in più di due persone» e «anche tra specie diverse purché consenzienti». Il mistero che ancora avvolge quest’ultima affermazione è stato dimenticato grazie alla maturazione politica che ha condotto Sibilia ad affrontare vari temi di grande rilievo. 

Il giorno del 45° anniversario della sbarco sulla Luna, Sibilia si è chiesto, nella sua personalissima contabilità, come mai «dopo 43 anni ancora nessuno se la sente di dire che era una farsa». L’uomo non andò mai sulla Luna, sostiene Sibilia, che insiste sulla politica estera quando, lo scorso ottobre, c’è una sparatoria nel Parlamento canadese: «Opera di un pazzo o di qualcuno che ha ritrovato la ragione?». A chi «attribuire le colpe», si chiede arguto Sibilia non prima di avere offerto «solidarietà a chi ha perso la vita», disgraziatamente non più in grado apprezzare il gentile pensiero. Ecco, partire da qui potrebbe sembrare un pò da farabutti. Ma l’idea è di andare in crescendo.

Infatti ha ben altra caratura Di Battista (romano, 36 anni), detto Dibba, forse il più osannato dei grillini. Dibba è uno che ha l’aria di quello cui non la si dà a bere. «Diamo fastidio», dice, e sa i rischi che corrono rivoluzionari della sua stoffa: «Prevedo attacchi sempre più mirati, magari a qualcuno di noi un po’ più in vista. Ti mandano qualche ragazza consenziente che poi ti denuncia per stupro, ti nascondono una dose di cocaina nella giacca…». E chi? «Pezzi di Stato deviati. Il sistema fa questo». Lui ha girato il mondo, è stato in Guatemala, in Congo, nel Nepal, conosce i narcos e sa che le decapitazioni dell’Isis sono figlie di Guantanamo come Guantanamo fu figlia dell’11 settembre e così via, fino ad Annibale. È stato sorpreso in aula mentre guardava una partita in streaming ma la sua passione non si discute: celebre il tentativo (poi si trattenne) di entrare in una Commissione abbattendone la porta col busto marmoreo di Giovanni Giolitti. 

Roberto Fico (napoletano, 40 anni), poi, è uomo titolato, è il presidente della Commissione di vigilanza Rai, ruolo interpretato in forme innovative: partecipa all’occupazione della Rai con Grillo, non ha niente da dire quando il suo capo dice di evadere il canone, fa interrogazioni sul direttore di Rainews che è andato al Bilderberg, propone la chiusura di Porta a Porta. Per Fico, Grillo è «patrimonio mondiale dell’umanità come le Dolomiti e la Costiera Amalfitana». Come è evidente, il calibro del direttorio si dilata.

Dinfatti Carla Ruocco (napoletana, 41 anni) è madre e donna moderata, ogni tanto si alza in aula e dice che Renato Brunetta è il gran capo del malaffare – ma è il minimo per restare nei Cinque stelle. Appena entrata a Montecitorio disse che suo desiderio era di favorire un’adeguata «redistribuzione della ricchezza», e come non essere d’accordo? Già meno solida, ma interessante, l’affermazione secondo cui «le Borse calano e lo spread cresce per colpa della legge elettorale».

E così, piano piano, siamo arrivati sino a Luigi Di Maio (avellinese, 28 anni), vicepresidente della Camera, di gran lunga il più elegante dei cinque stelle, e uno che spicca perché, quando si sbilancia, dice: «Adesso vediamo». E qui siamo a livelli di saggezza quasi democristiana.
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Mattia Feltri per La Stampa
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ANCHE LA RIVOLUZIONE FRANCESE FINI CON UN DIRETTORIO DI 5 PERSONE


Finite le votazioni on-line sul direttorio imposto da Grillo. Hanno partecipato alla votazione 37.127 iscritti. Ha votato SI il 91,7%, pari a 34.050 voti. Ha votato NO l’8,3%, pari a 3.077 voti: Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco e Carlo Sibilia sono i componenti che gli iscritti al M5S sono stati costretti a votare.

Anche la rivoluzione francese finì con un direttorio di 5 persone. Con l’esecuzione di Robespierre e dei suoi seguaci si concluse l’esperienza giacobina e iniziò quella repubblicano-moderata. Il potere passò nelle mani della convenzione, nei suoi esponenti borghesi, moderati e repubblicani. Vennero chiusi i club giacobini e messa fuori legge tutta la fazione giacobina. Al terrore di Robespierre si sostituì il terrore bianco, che colpì coloro che erano stati direttamente coinvolti nel potere giacobino.
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Beppe Grillo, Carlo Sibilia, Grillo, Luigi di Maio, mader, Movimento 5 stelle, Roberto Fico

GRILLO SI ARRENDE: “SONO STANCHINO”. 5 NOMI PER I 5 STELLE


“Sono un po’ stanchino”, scrive sul suo blog aprendo la votazione. Le reazioni all’apertura però sono contrastanti e le critiche sono molte. L’unità del Movimento in crisi. E le defezioni aumentano.

Dopo le epurazioni, le proteste della base, la marcia verso Marina di Bibbona dei non allineati, Beppe Grillo batte un colpo di resa. “Il M5s ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia di quella attuale. Questo è un dato di fatto. Io, il camper e il blog non bastiamo più. Sono un po’ stanchino, come direbbe Forrest Gump”, scrive sul suo blog. Da leader unico – col fido Casaleggio – a leader assistito, aiutato, supportato da un “direttorio” scelto ad hoc. E il tutto da decidere, come sempre sul web.

Il problema è che l’abdicazione del re del voto web, l’apertura alla democratizzazione dell’azione politica a 5 stelle, avviene ancora una volta dall’alto, come un diktat: “Ho deciso di proporre cinque persone, tra le molte valide, che grazie alle loro diverse storie e competenze opereranno come riferimento più ampio del M5s in particolare sul territorio e in Parlamento”. Agli internauti rimane la scelta se dire sì o no alla rosa dei 5 fedelissimi di Grillo. O loro o niente, in sostanza. Apertura a metà che non è piaciuta a gran parte del cosiddetto popolo del web. Sul blog le voci contrarie sono molte, le critiche crescono come le disaffezioni via internet.

Quindi pur rimanendo nel ruolo di garante del M5Sho deciso di proporre cinque persone, tra le molte valide, che grazie alle loro diverse storie e competenze opereranno come riferimento più ampio del M5S in particolare sul territorio e in Parlamento. Oggi le propongo in questo ruolo per un voto agli iscritti, in ordine alfabetico:


– Alessandro Di Battista
– Luigi Di Maio
– Roberto Fico
– Carla Ruocco
– Carlo Sibilia

Le votazioni saranno attive fino alle 19.
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Beppe Grillo, Federico Pizzarotti, Grillo, Luigi di Maio, mader, Movimento 5 stelle

IL FIASCO DEL M5S AL CIRCO MASSIMO


Doveva essere la festa dell’unità 2.0 del Movimento e non partito di Beppe Grillo, l’occasione per ribadire nuovamente la forza di chi ne fa parte e lo alimenta. Sarebbe meglio dire che avrebbe dovuto essere molte cose, anche un successo, e invece sembra che nella realtà le cose non siano andate proprio così.

La parola che ricorreva alle soglie del giorno inaugurale della festa al Circo Massimo era “polemiche”. Prima per i permessi, chiesti a luglio e diventati uno stillicidio fino al 12 settembre. Poi il valzer delle sedie dello staff del settore comunicazione a Bruxelles con il benservito inflitto a Claudio Messora.

Per non parlare delle uscite poco simpatiche del sindaco di Parma Pizzarotti: “Quando c’è da scegliere tra cittadino e politica scelgo il cittadino, e penso sia condivisibile da tutti. Il momento in cui ci troviamo predispone all’astio, se non sei con me sei contro di me” così ha dichiarato alla trasmissione di Rai Tre Agorà.

Poi il peso sempre più rilevante di Di Maio nel Movimento. E l’atmosfera di transizione che si respira. C’è chi parla di un bivio, di un punto di ri partenza che dovrebbe accendersi ora dopo l’insuccesso alle europee.

L’entusiasmo poi tanto sbandierato scoppia come una bolla di sapone non appena Grillo esce di scena dopo la sua prima apparizione: la piazza del Circo Massimo riduce i suoi partecipanti nonostante la chiusura della serata fosse prevista per le ore 23.
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