La Zanzara, Lega, Lega Nord, mader, Matteo Salvini, Radio24, Roberto Calderoli, Roberto Maroni

QUANDO I LEGHISTI GIUSTIFICAVANO I TERRORISTI


Oggi Matteo Salvini e la Lega Nord sono in prima fila a sciacallare sulla strage di Charlie Hebdo: “L’Islam è pericoloso: nel nome dell’Islam ci sono milioni di persone in giro per il mondo e anche sui pianerottoli di casa nostra pronti a sgozzare e a uccidere.”

E il governatore leghista della Lombardia Roberto Maroni ha persino chiesto di chiudere Schenghen (lui ha scritto Shenghen) per fermare l’orda terroristica.

Una bella figuraccia, visto che i due sospettati dell’attentato sono nati a Parigi.

Ma oggi che la Lega sta lì a sentenziare, in pochi ricordano chi ebbe il coraggio di giustificare un atto di terrorismo come quello di Breivik a Oslo: sì, proprio lui, l’onorevole Mario Borghezio.    Durante   la   trasmissione
La Zanzara di Radio24, nel luglio del 2011, a proposito dell’assassino terrorista norvegese: “E’ una vicenda esemplare che fa capire che le strade del buonismo portano all’inferno, quello vero”, afferma il leghista. Secondo Borghezio, questa tragedia “se l’è cercata una parte dei norvegesi, come i socialisti”, verso i quali il magnanimo europarlamentare ammette di dover esprimere “un minimo di umanità”. E continua: “L’ideologia della società aperta crea mostri. Il killer Breivik è il risultato di questa società aperta, multirazziale, direi orwelliana. Questo tipo di società è criminogeno. Certe situazioni di disagio e di insofferenza è inevitabile che sfocino in tragedia. Quando una popolazione si sente invasa, poi nascono dei fenomeni di reazione, anche se gli eccessi sono da condannare. Quando si diceva prima che la Norvegia e la Svezia accoglievano decine di migliaia di tunisini, bisognava tener conto dell’impatto che un afflusso di questo genere poteva generare. La società aperta e multirazziale non è quel paradiso terrestre che ci voglion far credere coloro che comandano l’informazione. La società aperta e multirazziale fa schifo”.


Borghezio, inoltre, ribadisce le dichiarazioni già ribattute nel pomeriggio dall’agenzia di stampa AgenParl: “”Il “no” alla società multirazziale, la critica dura alla viltà di un’Europa che pare rassegnata all’invasione islamica e financo la necessità di una risposta identitaria e cristiana di tipo templare al dilagare delle ideologie mondialiste, sono ormai patrimonio comune degli europei, fra cui il sottoscritto”. Ricordiamo che Brevik aveva messo all’indice tutti i partiti italiani nel suo “Manifesto”, tranne la Lega.

Dopo la fregnaccia di Borghezio, Calderoli dovette scusarsi con la Norvegia (e prima ancora cercare sull’Atlante dove fosse).
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IL LIBERISMO DI MATTEO SALVINI


Partiamo dalla considerazione che un politico, qualunque politico di qualsivoglia colore, punta a dire quel che porta voti. La gente pensa che le tasse siano troppo alte? Abbassiamole; l’immigrazione inizia a rappresentare un problema per molti? Riduciamola; l’Europa è vista come un ente burocratico che soffoca cittadini e imprese con tasse e regolamenti? Usciamone o controlliamola, a seconda degli orientamenti.

Lo fanno tutti da Matteo Renzi a Silvio Berlusconi fino a Beppe Grillo e Matteo Salvini ovviamente non fa eccezione. Giusto questa mattina l’amico Giancarlo Pagliarini faceva notare l’abbandono da parte della nuova Lega di alcune tematiche proprie del Carroccio dei primi tempi. Il che è lapalissiano. Dalla nostra, però, non possiamo non notare nelle dichiarazioni di Salvini un’evoluzione in senso liberalese non addirittura liberista, che non può che farci piacere.

Prendiamo i post della sua pagina Facebook delle ultime ore. «Invece di fare e disfare leggi pro o contro Berlusconi – scriveva qualche ora fa – un governo serio dovrebbe lavorare per cancellare gli STUDI DI SETTORE. In un momento di crisi come questo, sono una follia! Sono l’unico a pensarla così. Sicuramente no, anche noi la pensiamo così. «Nel 2014 sono diminuite dello 0,4% le entrate tributariestatali. Più le tasse aumentano, meno la gente lavora, e quindi non paga. Perché la Sinistra non riesce a capirlo?», ribadiva qualche ora prima citando, forse inconsciamente, la Curva di Laffer. Due giorni fa scriveva: «Flat Tax, via gli studi di settore e la legge Fornero, liberazione dall’Euro. La crisi si combatte così, le vite si salvano così: chi lo spiega a Renzi?».

Il programma, letto superficialmente, appare quasi perfetto. Il problema sta nel fatto che, a fronte dei giusti tagli si imposte, non si prevede una sola riduzione di spesa. Riprendiamo l’ultimo post: Flat Tax e abolizione degli studi di settore riducono i fondi al fisco, l’abolizione della legge Fornero non riduce le uscite. La Fornero andrebbe abolita, per carità, tagliandoperò le pensioni di chi riceve un assegno benpiù pingue di quanto ha versato durante la vita. Ovvero si dovrebbero ricalcolare tutti gli assegni con sistema contributivo. Se non lo si fa l’abolizione della Fornero non farebbe che gravare, ancor di più, le precarie casse dell’Inps; un debito che ricadrebbe sulle future generazioni che già vedono la pensione col binocolo.  E non parliamo solo del post in questione. Nelle 35 pagine del pamphlet Basta Euro, Claudio Borghi Aquilini non sostiene la necessità di alcun taglio di spesa pubblica. Anzi in un’intervista a Liberodel giugno scorso Borghi ha dichiarato: «Intendiamo sposare la filosofia opposta a quella di Mario Monti, che ha aumentato le tasse diminuendo la spesa. Vogliamo fare il contrario». Aumentare la spesa e tagliare le tasse.

Ma è possibile. Sì, direbbe il maître à penser della Lega, perché grazie alla lira uno Stato «se è in difficoltà può spendere di più per sostenere la propria economia» (da Basta Euro). Eppure dovrebbe spiegarci un paio di cose. Come mai in occasione della grande svalutazione della lira del 1992 l’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato fu “costretto” (avrebbe potuto tagliare la spesa) a prelevare il sei per mille dai nostri conti e introdurre l’Ici sugli immobili? Perché mai alzare le tassequando si può creare moneta virtuale sfruttando la sovranità monetaria?

La storia dell’aumento dell’Iva dovrebbe farci riflettere: era al 12% nel 1973 (prima non esisteva) poi fu portata al 14% nel 1977, al 15% nel 1980, al 18% nel 1982, al 19% nel 1988, al 20% nel 1997. Con la lira è aumentata dell’otto per cento in 24 anni, con l’euro del due per cento in dodici, esattamente la metà. Come mai? La risposta è semplice: le tasse si alzano quando si alza la spesa, indipendentemente dalla valuta adottata.

Ecco l’unica piccola grande fallacia nel pensiero di Salvini.
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Lega, Lega Nord, mader, Matteo Salvini

SALVINI: "IO E MAURIZIO LANDINI POTREMMO SCAMBIARCI LE FELPE"


Matteo Salvini e Maurizio Landini che si scambiano la felpa, loro che, da parti contrapposte, hanno fatto della felpa personalizzata un marchio di lotta politica. Eppure succede anche questo a Legnano, dove Salvini e Landini si ritrovano uniti nella comune lotta per salvare i posti di lavoro della Franco Tosi, storica azienda metalmeccanica.

E’ lo stesso Salvini, leader della Lega, a dire che da tempo “studia” Landini, segretario della “rossa” Fiom.

“E’ da tempo che dialogo con la Fiom – spiega all’Huffington Post Salvini – per il rilancio di una delle più celebri aziende italiane come peraltro sul referendum per abrogare la legge Fornero. Il governo Renzi, come i predecessori, mancano deliberatamente di una seria politica industriale. E se con la Fiom dialoghiamo non mi sembra nulla di incredibile”.

Un dialogo che potrebbe sfociare in uno storico scambio di felpe. Continua Salvini:

“Le felpe sono in effetti un must mio e di Landini. Magari oggi coi rappresentanti della Fiom potremmo scambiarcele. Lo scandalo non è questo come a sinistra qualcuno vorrebbe far credere. La vergogna è che il lavoro sia stato dimenticato come priorità. A sinistra come a destra.”
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Carroccio, Lega, Lega Nord, mader, Matteo Salvini, Roberto Maroni

SALVINI: “LA LOMBARDIA E IL NORD L’EURO SE LO POSSONO PERMETTERE, IL SUD NO”


“La Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta”, lo ha detto il segretario del Carroccio Matteo Salvini.

I meridionali? “L’euro non se lo meritano”. “La Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta. L’euro non se lo può permettere”.
Queste le parole pronunciate dall’allora segretario lombardo della Lega Nord, Matteo Salvini, due anni fa, era l’ottobre del 2012.  La proposta era stata già anticipata dal segretario leghista Roberto Maroni, facendo anche riferimento a un articolo del Financial Times che aveva ipotizzato lo scenario del Vecchio Continente diviso in due aree con monete diverse.
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Grillo, la Repubblica, Lega, Lega Nord, mader, Matteo Salvini

SALVINI IL PADRE DELLA PATRIA


L’abilità di Matteo Salvini, e la ragione del suo successo personale destinato a crescere divorando Forza Italia e rosicchiando via via pezzi della sempre più confusa Armata Brancaleone grillista, stanno nell’avere colto l’occasione per strappare la Lega al ridotto alpino e al ghetto padano dove Bossi l’aveva rinchiusa con le puttanate dell’acqua santa del Po, i carri armati di cartone, la scuola in dialetto e i giuramenti con le salamelle e le corna celtiche.

Ne sta facendo un movimento nazionale cavalcando con molta più decisione delle fumisterie referendarie di Grillo. Munge il rancore contro l’Europa.

Prende a prestito teorie di professorini di economia delle quali non capisce nulla e che sono tutte da dimostrare, ma coltivano l’illusione che fuori dall’Euro ci sia la Terra Promessa del latte e del miele.

Grazie all’ antieuropeismo, Salvini ha buttato i logori stracci e gli orpelli secessionisti e antimeridionalisti dei fondatori per riscoprire, appunto in chiave anti Europa, il nazionalismo. Il paradosso tragicomico del momento è che l’unico partito italiano dichiaratamente nazionalista è la Lega.
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Vittorio Zucconi per la Repubblica
Il Giornale, Lega, mader, Matteo Salvini, Nicola Morra

IL GRILLINO MORRA ALLA CORTE (SEGRETA) DELL’ESTREMA DESTRA


Viaggio nel Foro 753, centro sociale di estrema destra, dove si sono recati il senatore grillino e il leader della Lega Nord (prima delle Europee).

Uncentro sociale? Un movimento politico o una palestra? Il Foro 753 è tutto questo ma anche molto di più. Nasce originariamente nel 2003 in via Capo d’Africa, vicino al Colosseo, con l’occupazione di un ex casa del popolo di cinque piani, abbandonata dagli anni ’50.

Un po’ un paradosso che un edificio che nel Dopoguerra ha ospitato compagni e partigiani, nel ventunesimo secolo sia stato riqualificato da un gruppo di militanti di estrema destra.

Il nome del centro sociale, infatti, richiama l’anno di fondazione di Roma e il concetto di foro romano come luogo di incontro e scambio di idee e posizioni differenti. L’esperienza di via Capo d’Africa dura però solo due anni, come spiega Giacomo Mondini, uno dei responsabili del Foro: “L’edificio era di proprietà della Regione ma Storace non ebbe difficoltà a chiederci di andarcene e anche la sinistra con alcuni suoi esponenti, risultati poi indagati nell’indagine di Mafia Capitale, abitavano in quella zona e premevano affinché noi venissimo sgomberati”.

Il più attivo nel fare quotidianamente queste richiesta era Luca Odevaine, ex vice capo di gabinetto di Walter Veltroni. Ma è proprio all’ex sindaco che si deve il salvataggio del Foro: “Veltroni – racconta Mondini – è l’unico che capiva, a differenza di tanti altri, l’universalità di Roma e ci assegnò questo stabile riconoscendo che le attività che avevamo posto in essere erano valide”. Nel 2007, infatti, il Foro 753 si trasferisce in via Beverino in zona Torrevecchia a pochi metri dal raccordo anulare, in una struttura non agibile che prima fungeva da garage e che è stato rimesso apposto “solo con il nostro impegno”, spiega Mondini. “Nel corso di quei due anni abbiamo posto le basi per attività che attualmente svolgiamo con una palestra di pugilato, una sala conferenza e una cucina”.

Il locale viene messo a disposizione anche degli abitanti per le feste di quartiere a prezzi agevolati, per la donazione del sangue o per le cene di raccolta fondi per Sol.id (Solidarietà Identitaria), l’associazione umanitaria del Foro che ha operato in Paesi come Siria, Kossovo e Birmania. Il Foro 753, a differenza di Casa Pound, non nasce quindi con uno scopo abitativo e non è espressione di alcun partito. “A noi – chiarisce Mondini – interessa relativamente il progetto di un singolo partito però riteniamo che sia opportuno far valere alcune istanze dentro le istituzioni e perciò guardiamo con interesse al discorso della Lega”. Molti militanti del Foro, infatti, sono stati eletti in differenti partiti di centrodestra e il centro sociale apre i suoi dibattiti a esponenti di ogni area politica tanto è vero che di recente è andato in visita strettamente privata anche il grillino Nicola Morra. Curioso è il fatto che mentre ministri come Beatrice Lorenzin e sindaci come Flavio Tosi hanno accettato gli inviti in maniera pubblica, l’ex capogruppo dei Cinque Stelle al Senato ha invece voluto tenere segreta tale partecipazione ma non è stato l’unico. Matteo Salvini, che proprio ieri ha presentato il suo progetto per il Sud, prima delle Europee è stato ad una cena del Foro durante la quale aveva prospettato la nascita di una Lega nazionale.

“Noi – prosegue Mondini – non aspettiamo nessun messia e non crediamo sia vantaggioso fare il tifo per Salvini o per Tosi né ci siamo infatuati di parole d’ordine contro la globalizzazione e per la difesa delle identità e che il mondo non conforme della destra identitaria ha sempre usato”. A telecamere spente Mondini rivela di essere alquanto deluso dalle ultime mosse del segretario della Lega da cui si aspettava molto di più di una semplice lista con il proprio nome fatta con l’intento di “ricostruire insieme alla Meloni e a Forza Italia il centrodestra”.

È il Front national l’orizzonte politico cui guarda il Foro 753 che circa un mese ha ospitato il deputato francese Nicolà Bei secondo cui: “il mondo – come racconta Mondini alla fine del suo ragionamento – non è più distinguibile tra destra, sinistra e centro ma tra identitari e fautori della globalizzazione. Sta all’uomo libero sapere dove posizionarsi e non è pensabile essere a favore dell’abolizione della famiglia tradizionale, della delocalizzazione o del lavoro a basso costo nonostante ciò che dicono Renzi o Berlusconi”.
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Lega, Lega Nord, mader, Marine Le Pen, Matteo Salvini, Nigel Farage

SALVINI, LE PEN, FARAGE. L’ESERCITO DI PUTIN PER DISTRUGGERE L’EUROPA


L’economia russa rischia di entrare in recessione. Questo non ostacola il piano euro-asiatico di Putin, che per indebolire l’Unione europea punta a rafforzare i populismi che mirano a distruggere il sogno di Bruxelles.


Il sogno di Putin e quello di Bruxelles – In altre epoche erano i comunisti che si cimentavano nei viaggi della speranza verso la madre patria Russia e spesso molti partiti comunisti dell’Europa occidentale ricevevano cospicue donazioni in denaro da Mosca. Oggi, però, i tempi sono cambiati. Se in meglio o in peggio lo deciderà la storia. Quello che interessa mettere in evidenza, invece, sono i nuovi alleati dell’ex Unione sovietica. Lo zar dei nostri giorni, l’ex agente de Kgb, Vladimir Putin, dopo lo scoppio della questione ucraina ha ridimensionato, per utilizzare un eufemismo, i rapporti con l’Europa e gli Stati Uniti. Sono venuti meno contratti commerciali e contatti diplomatici. Del resto non potrebbe essere altrimenti, perché il progetto euro-asiatico del presidente russo stride con quello dell’Unione europea. Un nuovo impero che dovrebbe essere una via di mezzo tra l’Unione sovietica e il periodo zarista. Ricostituire stati cuscinetto intorno alla Russia, per avere maggiore protezione e usufruire delle risorse naturali di quelle zone. L’Ucraina, la Georgia, la Moldavia e, chissà, anche la Polonia. Putin vorrebbe ridisegnare la geopolitica dell’Europa dell’est, ma si sta scontrando contro il progetto di Bruxelles di includere, con il trascorrere del tempo, i vari stati dell’est del vecchio continente nel sogno comunitario.

La crisi economica e la strategia di Mosca – Un muro contro muro che ha prodotto alcuni risultati negativi in campo economico. La Germania, che ha un rapporto privilegiato con la Russia nel campo dell’import export, ne sta pagando le conseguenze, ma le sanzioni economiche decise da Stati Uniti ed Europa sembrano mettere in ginocchio l’economia russa. In realtà anche il brusco abbassamento del prezzo del petrolio ha messo e metterà a dura prova la Russia, che sta per andare incontro a una violenta recessione. Già nel 2014 il governo di Mosca ha previsto una crescita negativa fissata allo 0,8 per cento, ma nei prossimi anni dovrebbe entrare in netta recessione. Mosca ha bisogno di liquidità. Un bel problema considerando che con le sanzioni imposte dall’Occidente le banche europee non garantiscono prestiti per finanziare il debito di Mosca. Una situazione critica che Putin spera di ribaltare con qualche invasione come quella della Crimea. Però nei piani del presidente russo c’è un’altra idea: far collassare la traballante Unione europea, foraggiando quei movimenti populisti e nazionalisti che si stanno diffondendo nei principali paesi del continente.

La malattia populista che rafforza la Russia – Putin ha trovato qualche sponda in alcuni personaggi della politica europea. Uno di questi è proprio Matteo Salvini, che nel nome di un nuovo nazionalismo non perde occasione di tessere le lodi dell’ex agente del Kgb e della Russia. Nei suoi vari viaggi all’estero, come quello in Corea del Nord che sembrava quasi un film comico di terz’ordine, c’è da registrare il continuo “vai e vieni” da Milano a Mosca. Si, Salvini vede gli uomini vicini a Putin quasi con scadenza mensile e nelle ultime ore ha ribadito il no della Lega alle sanzioni occidentali ed esaltato la Russia, perché «qui non ci sono clandestini, lavavetri o campi rom». Il dialogo continua e non è un caso che all’ultimo congresso leghista che nominò Matteo Salvini segretario, erano presenti esponenti del partito putiniano Russia Unita. L’amicizia è ben salda, perché l’obiettivo è comune: distruggere l’Unione europea e tornare ai singoli stati nazionali che da soli non potrebbero controbattere l’egemonia di Mosca. Per un simile motivo anche Nigel Farage, leader degli xenofobi britannici, pone su un piedistallo Vladimir Putin, si è schierato da tempo dalla sua parte e ha difeso l’azione del presidentissimo in Crimea, accusando l’Ue di imperialismo in Ucraina e di aver offerto “false speranze” a chi ha rovesciato Yanukovich, un presidente eletto democraticamente. Sulla stessa scia (non chimica!) Marine Le Pen, che vede nel ritorno allo Stato nazione l’unico futuro possibile per la Francia. Come potrebbe non piacere un simile atteggiamento a Putin, che spera nell’indebolimento europeo per allungare la mano sui paesi confinanti?
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L'Intraprendente, mader, Matteo Renzi, Matteo Salvini

IL TRIPLO CARPIATO DI SALVINI SULLA MERKEL


Quando diciamo che Matteo Salvini è lo speculare perfetto di Matteo Renzi, ci pare una ricognizione sulla realtà, prima ancora che un giudizio politico. Il “Matteo giusto”, così come l’ “altro Matteo” (è il consueto linguaggio padano ritagliato sul culto del Capo, anzi del Capitano) è anzitutto un sublime cazzeggiatore, un ospite postmoderno da talk show, prima che un politico, che ha un rapporto coerentemente precario con la verità.

Prendasi dichiarazione odierna a favore di Frau Merkel. Un triplo carpiato del pensiero impraticabile per un novellino del circo mediatico, ma Salvini lo fa sembrare ovvio. “La Merkel ha ragione quando dice che il governo Renzi non ha fatto un accidente. Il semestre europeo di presidenza italiana si chiude con il nulla”. A parte che Salvini contesta la Merkel anche quando sciorina tautologie, del tipo il sole sorge, l’acqua è bagnata, il debito pubblico italiano è un tantino fuori controllo. Un po’ inverosimile, che abbia ragione l’unica volta che fa comodo al Capitano. A parte che sul semestre europeo il segretario della Lega si è sempre fatto, giustamente, delle grasse risate, giudicandolo per quello che è: un rito acefalo da Politburo eurocratico. A parte l’improvviso venir meno dell’ “interesse nazionale” (che il leader di quello che fu un partito indipendentista e federalista sbandiera in ogni dove) di fronte al nemico teutonico (che è tale, ma non coi connotati metafisici e autoassolutori che assume nell’attuale narrativa del Carroccio).

A parte tutto questo, mi rendo conto di essere noioso, è molto più divertente e appagante parlare di effetto Salvini su Facebook, però qui c’è una lievissima contorsione politica, una insignificante violazione del principio di non contraddizione, che sarà démodé, ma rimane l’unico gancio a cui appendere discorsi sensati. Merkel ha ragione nel suo rimbrotto a Renzi, dice il Capitano. Cosa rimprovera Merkel a Renzi? Sostanzialmente, le riforme non fatte, che per uscire dall’ipocrisia generalista di rito eurocratico sono: abbattimento palpabile del debito, intervento drastico sulla Spesa, dimagrimento delle mangiatoie statali e para-statali. Rimessa non dico in sesto totale, ma almeno parzialmente in piedi dell’azienda-Italia. Che poi la Cancelliera articoli il discorso sopra la consueta miopia, ovvero in nome dell’austerità contabile e non in quello della ripartenza di individui, famiglie e imprese, è altra cosa nota: a lei interessa il risultato di bilancio, se la scorciatoia per raggiungerlo nell’irriformabile sistema italico son nuove tasse, si faccia. È per questo che a noi non piace, perché è una dirigista del rigore e non una liberatoria rivoluzionaria thatcheriana, ma il punto qui sta altrove, ed è un problema tutto del Matteo giusto. Perché se la Merkel ha ragione contro Renzi, come dice Salvini, vuol dire che l’Italia ha bisogno delle riforme chieste dalla Merkel, al contrario di quel che dice Salvini. Se oggi bisogna applaudire alla Cancelliera, come dice Salvini, vuol dire che lei può permettersi di intervenire sulle faccende italiane, che va ascoltata e che a volte lo pseudo-riformismo germanico è meglio dello sbraco italiota in nome della “sovranità“, al contrario di quel che dice Salvini. O forse, banalmente, dopo aver copiato da altri, leggi Flavio Tosi, l’idea di nazionalizzare la Lega e gettare un’Opa sull’intero centrodestra, oggi il Matteo giusto travasa dal sindaco di Verona anche l’agenda di politica estera, per cui se ci commissariano, spesso, è colpa nostra, che non facciamo le riforme liberiste del caso. Sarebbe un’ottima notizia, però poi a Casa Pound lo spiega lui.
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La Stampa, Lega Nord, mader, Matteo Salvini, Roberto Maroni

LEGA SMEMORINA, QUANDO FINANZIAVA LA COSTRUZIONE DI CAMPI NOMADI


Alemanno chiedeva, e il ministro sosteneva.

Prima dell’avvento di Matteo Salvini, prima delle copertine a torso nudo e soprattutto prima che le tensioni sociali e gli scandali colpissero il Comune di Roma, c’era una Lega che finanziava con convinzione la costruzione di nuovi campi nomadi. E non era tanto tempo fa. Maggio 2008. Appena preso il Comune di Roma, Gianni Alemanno annuncia una «rivoluzione copernicana» nel piano per i nomadi.


Un articolo di Francesco Maesanosu “La Stampa” ci rivela un interessante aspetto della vicenda dei campi nomadi della Capitale che vede coinvolta la Lega Nord, il partito più anti-nomadi che ci sia in Italia. Abbiamo già mostrato come l’ex-sindaco di Roma Gianni Alemanno stia mentendo quando dice che non gli è stato possibile risolvere “l’emergenza nomadi” a Roma perché la sinistra e le associazioni cattoliche si sono messe di traverso. La colpa, se di colpa bisogna parlare, è del Governo: il Consiglio di Stato infatti ha giudicato incostituzionale il ricorso alla legge 225 del 1992 per dichiarare lo stato d’emergenza per la “questione nomadi”. Oggi invece apprendiamo che Alemanno nel 2008 chiese e ottenne 30 milioni di euro per finanziare la costruzione di campi nomadi a Roma.

Umberto Bossi, quando era al Governo assieme a Silvio Berlusconi, amava ripetere che la sua era una Lega di lotta e di Governo “con i piedi fuori e i pugni dentro”, un modo come un altro per far dimenticare alla base che stando a Roma i duri e puri non sempre facevano “gli interessi” del Nord. nel 2008, quando Gianni Alemanno divenne sindaco di Roma, al Governo c’era Berlusconi e il ministro dell’Interno era il leghista Roberto Maroni (ora presidente della Regione Lombardia). Alemanno annuncia la sua “rivoluzione copernicana” per quanto riguarda la gestione dei campi nomadi e delle presenze dei rom nella Capitale: sgombero dei campi abusivi, “riduzione” della popolazione nomade residente da 7200 a 6000 persone. Per risolvere il problema e dare una mano ad Alemanno il Governo emana il decreto “emergenza nomadi” che dà speciali poteri al prefetto della città di Roma. Ma questo non basta al sindaco: Almemanno infatti chiede ed ottiene da Maroni un finanziamento di 30 milioni di europer poter affrontare “l’emergenza”. Secondo quanto apprendiamo dalla Stampa dieci milioni sarebbero stati destinati alla costruzione di un nuovo campo, gli altri 20 allo smantellamento e alla ristrutturazione degli altri insediamenti dei nomadi della Capitale. Nel 2001 il sindaco di Roma sarebbe tornato alla carica e per chiede al Ministro dell’Interno altri 60 milioni di euro, ma a quel punto Maroni nega il nuovo finanziamento, dicendo che quell’anno la stessa cifra era stata stanziata per fronteggiare “l’emergenza” in 5 regioni (Lazio, Campania, Lombardia, Piemonte e Veneto); di quei 60 milioni un terzo finirà in Lazio.

I soldi dati da Maroni ad Alemanno sono stati usati per alimentare il business milionario dell’accoglienza che sta mano a mano venendo alla luce in seguito alle inchieste su Mafia Capitale. Insomma, la Lega guiddava il ministero che avrebbe consentito il finanziamento di attività illecite. Francesco Maesano cita l’esempio della “Best House Rom” un campo dove sono stati trasferiti i nomadi sgomberati dal campo La Cesarina e la cui gestione costa più di due milioni di euro all’anno. Soldi che vanno anche alle cooperative che hanno vinto l’appalto per la gestione delle attività all’interno del campo.

Nel frattempo Matteo Salvini tuona contro gli sprechi e il malaffare che sta venendo a galla a Roma, annunciando anche che in caso di nuove elezioni amministrative la Lega presenterà un suo candidato sindaco. Ora però la prima cosa da fare è chiudere i campi nomadi.

Perché c’è stato un tempo in cui la Lega denunciava che c’era chi si arricchiva sui campi rom. E come facevano a saperlo? Glieli davano loro. Insomma, quando la Lega dava i soldi ad Alemanno per i campi nomadi stava solo raccogliendo materiale per una denunzia.
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Giovanni Drogo per Next Quotidiano
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MATTEO SALVINI E IL CORO CONTRO I NAPOLETANI


Festa di Pontida 2009. Un bicchiere di birra in mano, il deputato ed europarlamentare della Lega Matteo Salvini, con un bicchiere di birra in mano e attorniato da con un gruppo di persone lancia un ritornello: «Senti che puzza,scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani…».


Il video risale al 13 giugno 2009 e Salvini, noto soprattutto per provocazioni razziste come quella di creare vagoni della metropolitana separati per gli extracomunitari, è attorniato da un gruppo di militanti con i bicchieri in mano che scattano foto con lui e gli intonano un coretto. Poi l’esponente leghista alza il bicchiere e canta, seguito dai presenti che lo chiamano “capogruppo” (Salvini è consigliere comunale a Milano e segretario provinciale della Lega Nord): «Senti che puzza, scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani…Son colerosi e terremotati…Con il sapone non si sono mai lavati…».

l leghista si è poi dimesso da deputato del parlamento italiano dopo la lunga giornata di polemiche.L’esponente del Carroccio, che è eletto anche al Parlamento europeo non rinuncia però all’incarico comunitario.

Matteo Salvini, in una nota, torna a precisare che le sue dimissioni da deputato sono dovute «solo ed esclusivamente a motivi burocratici» legati all’elezione al Parlamento europeo «e alla scadenza dei termini per l’opzione». «Non sono assolutamente riconducibili – aggiunge – alle polemiche relative alla mia persona».

Salvini rivolge quindi «i migliori auguri» a Marco Desiderati, sindaco di Lesmo, che gli subentrerà alla Camera. «Mi preparo – conclude – a lavorare come parlamentare europeo nell’interesse del Nord, di Napoli e dei napoletani»
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