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LO SCHEMA RENZIANO DI PIZZAROTTI PER IL FUTURO DEL MOVIMENTO


Non uscire dal M5S, ma conquistarlo un pezzo alla volta. Non tagliare il cordone ombelicale con il partito che lo ha fatto vincere a Parma, ma partire proprio dal mitologico territorio per prendersi la leadership del movimento. Federico Pizzarotti dice che non vuole fare correnti o sottocorrenti. “Io non vado da nessuna parte”, spiega da Parma, dove domenica ha organizzato la sua “Leopolda” con 400 persone, consiglieri comunali, parlamentari e dissidenti.

Lo schema renziano
Sono la sua base dentro il partito, insieme a chi lo ha votato. Lo schema assomiglia a quello renziano: far leva, partendo dall’esperienza di sindaco, su una certa diversità antropologica – noi siamo quelli del territorio, loro a forza di stare a Roma hanno perso la rotta – per rovesciare la dirigenza consolidata: i due diarchi Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.
E così come Renzi voleva tornare allo spirito veltroniano del Lingotto, Pizzarotti dice che il M5S deve tornare al 2009, quando il partito di Grillo nacque, perché “oggi siamo in duemila e stiamo peggio di quando eravamo in cinquanta”.

Non temo l’espulsione
Sarà espulso pure lui dopo i deputati Massimo Artini, che domenica non c’era, e Paola Pinna? “Non mi interessa, sarò in pace con me stesso. Mi sono vergognato e non ho più intenzione di farlo”.

Si è vergognato quando ha visto cacciare dal M5S persone che hanno lavorato bene negli ultimi 5 anni, “persone escluse senza discussione; qua in sala ci sono molte persone espulse, escluse o che si sono dimesse che valgono più di tutti i parlamentari che ha il Pd”.

Quelli del territorio, così diversi da deputati e senatori
E di nuovo ecco che torna quel dualismo; da una parte consiglieri regionali, comunali che vivono i problemi concreti, quotidiani e hanno consenso sul territorio, dall’altra i deputati e senatori che non hanno voti e rispondono soltanto a logiche di partito. Ce l’ha con il Pd, certo, ma ce l’ha anche con quel movimento che s’è snaturato negli anni e si è perso dietro gli scontrini.

Si è leopoldizzato: gioca con il pop
La sfida per la leadership è lanciata ed è una prova di forza anche mediatica. Pizzarotti s’è leopoldizzato, mette spezzoni di telefilm (la scena iniziale di “The Newsroom” sul perché l’America non sia più una grande nazione) e dunque gioca con il pop per lanciare la sfida a viso aperto.

Il Casalgrillo è nudo
Le espulsioni e i diktat, dice, devono “finire: noi dobbiamo essere liberi di dire quello che vogliamo”. Liberi di dire che il Casalgrillo è nudo senza subire attacchi. Ma Pizzarotti fa un passo in più: non chiede solo libertà d’espressione, chiede, di fatto, l’esautorazione di Grillo, di cui accentua il “passo indietro” con la nomina del direttorio composto di cinque parlamentari.

Il M5S siamo noi
Sono i delusi di Parma a rappresentare il vero movimento: “Il M5S siamo noi. La prima cosa che il direttorio dovrebbe fare è convocare una grande assemblea. Un congresso? Lo chiamino come vogliono in una struttura dove 500-600 persone possano parlare. Non possiamo mica incontrarci in nove milioni dal vivo”. Invoca un aiuto, Pizzarotti, ai parlamentari che stanno con lui: “Non posso essere l’unico che ci mette la faccia”.

I deputati e i senatori però non mancavano
E deputati e senatori non mancano all’Hotel Villa Ducale. Ci sono Walter Rizzetto, Giulia Sarti, Cristian Iannuzzi (che sta valutando con la sua base se dimettersi da parlamentare), Mara Mucci, Eleonora Bechis (Grillo che parte per il tour mondiale? “Torna al suo lavoro”), Marco Baldassarre, Sebastiano Barbanti, Gessica Rostellato, Tancredi Turco, la senatrice Michela Montevecchi, l’eurodeputato Marco Affronte. E non mancano gli ex: Maurizio Romani, Alessandra Bencini, Maria Mussini, Laura Bignami. L’ex consigliere regionale Andrea Defranceschi, che era a Parma “a ritrovare il vero Movimento. Quello del territorio. Quello delle origini”. Manca il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, che non ha potuto partecipare, anche se guarda con “interesse” quel che si muove in Emilia.

Ma Grillo si sente più vivo che mai
E Grillo? È “stanchino”, ma – dice con un videomessaggio sul blog, subito dopo la riunione di Pizzarotti – “sono vivo e più vivo che mai. Io non ho fatto un passo indietro, io ho fatto un passo avanti! Il MoVimento 5 Stelle è andato avanti! E’ un movimento complicato, con migliaia di consiglieri comunali e regionali, centinaia di parlamentari, decine di europarlamentari. Non potevo avercelo sulle spalle solo io o Casaleggio”. Giusto: adesso c’è anche il sindaco di Parma.
 
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David Allegranti per Panorama

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BEPPE GRILLO: IN MORTE POLITICA DI UN ATTORE

Da tempo non fa più neanche ridere, Beppe Grillo. Era un purosangue della satira e si è ridotto a un ronzino della politica. Ha perso originalità, capacità di stupire. Date un’occhiata ai video dell’ultimo, tragico show in Sicilia dove spara imbecillità a raffica sulla mafia e delira intorno a una «morale» smarrita di Cosa nostra. Parabola triste e discendente la sua, che ormai precipita con la stessa velocità che ebbe l’ascesa verso il successo.


Guardare i numeri per credere. Gli ultimi ci arrivano da Reggio Calabria, dove si è appena votato per l’elezione del sindaco: il candidato dei 5 stelle ha raccolto il 2,49 per cento. Stesso comune, voti a febbraio 2013 per la Camera: 28,5 per cento. Europee di maggio 2014: 21,2 per cento, ma già la metà dei suffragi (12.891 contro 24.747). Per non parlare di oggi, con i voti precipitati a 2.381.

Insomma, Grillo s’è mangiato Grillo. Perché è lui e solo lui l’artefice del disastro politico del Movimento, senza dimenticare ovviamente le enormi responsabilità di Gianroberto Casaleggio. In principio la coppia aveva idealmente armato le mani dei movimentisti con pennarelli e bombolette spray per dar sfogo alla loro rabbia: e vai con insulti, liste di proscrizione e minacce di ogni genere (chi scrive ne sa qualcosa) contro chiunque osasse criticare o fosse individuato come bersaglio di giornata.

Offese e avvertimenti rigorosamente anonimi, va da sé, come si faceva sulle pareti dei cessi nelle aree di servizio prima che la Rete (ah, la libera rete!) venisse trasformata in un gigantesco murales. Su quel murales oggi non c’è più spazio: gli imbrattatori si sono pure stufati perché dopo averlo riempito di «vaffanculo» e di «muori tu e la tua famiglia» che facciamo, signor Grillo, dispensiamo ancora e solo insulti?

La perdita di consenso è verticale. Passa dalle purghe per chi osa dissentire all’interno dei pentastellati alla conclamata incapacità di assicurare un buongoverno lì dove il Movimento è maggioranza. Perfino Fiorella Mannoia, folgorata dall’avvento dei 5 stelle, invita Grillo a farsi da parte il prima possibile perché «sembra uno di quei genitori che vanno a vedere le partite di calcio dei figli e cominciano a urlare e inveire a bordo campo».

Insomma, il pagliaccio della politica si è trasformato in Pierrot, ne ha seguito l’involuzione: era scaltro, la doppiezza era la sua caratteristica. Ma oramai non incanta più, le sue invettive sono diventate noiose malinconie. E l’uomo che voleva rivoluzionare l’Italia incarna il povero Canio, protagonista dei Pagliacci di Leoncavallo: gli tocca continuare a recitare («La gente paga e rider vuole qua») e andare in scena nonostante sappia che il suo popolo lo ha mollato («Ridi, Pagliaccio, sul tuo amore infranto»). Ma la commedia è finita. E «Canio» Grillo lo sa bene.

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LA PARABOLA DI BEPPE GRILLO: DA SAVONAROLA AD ARROTINO


Più che un blog sovversivo sembra il volantino di un pizzicagnolo di Marina di Bibbona. E infatti basta entrare in quella piazza che un tempo fu aperta al dileggio e al pubblico sputo contro deputati, senatori, giornalisti, per non trovarci e per non riconoscere il sedizioso Beppe Grillo, ma il rivenditore di pneumatici, l’ambulante che vende saponette, profumi e televisori.

E c’è perfino il vino insieme a “primi e secondi piatti a 13 euro”, insomma l’insurrezione che finisce a cacio e maccheroni,l’agitatore che si è finalmente attovagliato.

Si consuma un tanto a click, tra l’occupazione del senato contro l’articolo 18, le apocalissi sempre meno fantasiose di Gianroberto Casaleggio che profetizza un grande obitorio di quotidiani («La Padaniasi estinguerà nel 2015, il Fatto nel 2017, il Corriere e Repubblicanel 2018…»), quel portale del M5S che ha infiammato e involgarito l’Italia, il ciclostile della rabbia anticasta, lo sfogatoio di mattoidi e cospirazionisti.

E dunque si scompone tra markette ed epurazioni anche il sogno della democrazia dal basso e in silenzio smobilita la fanteria che doveva mandare “tutti a casa”, quel reparto di “cittadini” che sotto l’insegna del “vaffanculo” avrebbe bonificato il parlamento, le colonne che erano pronte a marciare su Roma per chiedere lo scioglimento del governo a Giorgio Napolitano, anzi “al boia Napolitano”. Mai si era visto un così vasto ed esagerato scialo di consenso, mai un’occasione era stata perduta in così breve tempo.

E ha già l’odore nostalgico anche questo raduno Italia Cinque Stelle che Grillo ha organizzato nel suggestivo Circo Massimo di Roma credendosi un imperatore a cavallo di una biga non accorgerdosi di essere invece un reduce scornato in sella a un ciuco.

Deflagra come il più antico partito il movimento che doveva sopprimere i partiti e nell’entropia, come cellule impazzite, il dissenso si propaga da Fiorano a Roma, da Parma a Reggio Calabria tra espulsioni e fuoriuscite, al grido “jatevenne, jatevenne”. E non è più solo fuga, diaspora, ormai siamo arrivati al licenziamento coatto del padrone.

E’ lo stesso Grillo che in Italia difende l’articolo 18 ad averlo già abolito in Europa prima ancora di Matteo Renzi e di Ignazio Marino destituendo tutto un intero staff di 15 persone che lavora a Bruxelles, neppure fossero gli orchestrali dell’Opera di Roma con l’indennità frak, espulsi come i metalmeccanici che a Pomigliano espelleva Sergio Marchionne.

 

Grillo farebbe bene ad ascoltare i lamenti della provincia, dei suoi meet-up che si svuotano con la stessa velocità con cui si riempiono, veri e propri centri per l’impiego. Quanti voti bastano per amministrare una regione? 266 voti per amministrare l’Emilia sono bastati a Giulia Gibertoni per essere designata, e chissà quanti ne basteranno per la Lombardia. 300? E per il Molise? 150?
Scoppia appunto la crassa regione rossa che fu cascina e militanza, laboratorio privilegiato per l’esperimento del comico castigamatti. A Fiorano si è dimesso il consigliere Antonio Glorio, sostituito da Samanta Di Fede che a sua volta si è dimessa. A Roma è stato allontanato Andrea Aquilino, professore a La Sapienza cacciato per intelligenza con il nemico, non la destra, ma la lobby omosessualista. A Bologna è stato estromesso alle elezioni regionali Andrea De Franceschi con una norma ad hoc, un farraginoso regolamento che ricorda tessere e cavilli cari al Pd, le mille pagine del programma di Romano Prodi. Ed è tutto un borbottare contro le bolle del politburo Grillo-Casaleggio da Parma a Ravenna, Piacenza fino a Comacchio dove il sindaco grillino Marco Fabbri si è candidato alle elezioni provinciali ed è stato eletto nonostante veti e divieti (a quando l’espulsione?).

Lo ammettono pure i deputati grillini “Dove andiamo senza Beppe”, silenziati e contenti, bastonati più dai follower che dalle televisioni, come quel consigliere regionale del Lazio, Davide Barillari, che si lamenta dell’autovelox “168,80 di multa per eccesso di velocità, ma è giusto?”. Non i giornalisti ma il web lo ha castigato: “Paga e zitto buffone“, “e nu piagne …pensa al lato positivo. Se hanno fatto la fotina puoi sempre pubblicare il selfie“, “la legge è legge, stacce“.

E a Parma il sindaco, Federico Pizzarotti che ben amministra ma meno asseconda, viene marchiato manco fosse un untore che porta la pandemia della critica ideologica, la mosca cocchiera che infetta sussurrando alle orecchie dei deputati: “Ormai la leadership è diventata un problema” ha detto. Pizzarotti si è meritato il confino in uno dei tanti gazebo del Circo Massimo il “gazebo Parma” declassato perché “uno vale uno” ma Luigi Di Maio vale quasi quanto Grillo e sarà sul palco, mentre il sindaco della “nuova Stalingrado” sarà sul prato.

Certo, sarebbe ingiusto non ricordare la genuinità che i deputati di Grillo hanno portato in parlamento, così come la castroneria, ma in molti casi era vera la freschezza del principiante, quella gendarmeria non tutta indottrinata ma munita di passione, civismo, non sempre moto qualunquista ma fastidio, sdegno, sbuffo che Grillo ha messo nel suo cesto e ha imbruttito. E forse dobbiamo alle ossessioni di Grillo anche la controinformazione che colpisce tutti per primo lui. Si moltiplicano i libri, i vignettisti che sono alla carica e lo pungono con l’arma, lo sberleffo, che Grillo in passato ha saputo amministrare, come il versatile “Manuale libertario contro un partito autoritario” di Alessio Spataro e Carlo Gubitosa che ha in dote la prefazione di Federica Salsi, la prima espulsa, sedotta e maltrattata dalla Grillo e Casaleggio Associati.

Ecco, tra scontrini esibiti e perduti, marce per difendere la democrazia, indennità ridotte, ma non a Strasburgo dove gli eurodeputati hanno scelto il way of life all’italiana, Grillo ha eclissato Grillo, l’inno del M5S è addirittura una canzonetta non del rapper maledetto, ma del rapper acqua e sapone che fa strage di ragazzine, un inno che a dire di Fedez, l’autore, «a Grillo fa cagare…». Povera rivoluzione, tra sfinteri, bighe di cartapesta e ramazze («abbiamo pulito il Circo Massimo», ma era già pulito ha fatto sapere il comune di Roma), insulti da bar sport («Grasso è come l’arbitro Rocchi») anche il ghigno di Grillo non spaventa ma ci fa sentire il peso del tempo che passa, la parabola del rivoltoso che si conclude non con la disfatta ma con la beffa. Da Savonarola ad arrotino.
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mader, Movimento 5 stelle, Panorama, Rimborsi elettorali

I RIMBORSI PERSONALIZZATI DEI CITTADINI A 5 STELLE


Non tutti i parlamentari a 5 stelle sono uguali. Come si fa a stabilirlo? Elementare, Watson: dall’esame dei loro rimborsi spese. Il più virtuoso è il deputato Massimiliano Bernini, che da eletto ha restituito alla collettività ben 103.088 euro, seguito dalla collega Loredana Lupo (77.870). Viceversa, l’ultimo in classifica, Francesco Cariello, ha reso appena 21.833 euro rispetto a una media di 49 mila (un parlamentare dispone di circa 120 mila euro annui di stipendio e di circa 135 mila per rimborsi vari).

Le meno parsimoniose dopo Cariello sono due senatrici, Serenella Fucksia e Cristina De Pietro, che hanno rendicontato restituzioni per 24.918 e 26.070 euro. Altri 5 parlamentari hanno restituito meno di 30 mila euro. Si tratta di Paola Pinna (26.550), Manuela Serra (28.431), Tommaso Currò(28.887), Mimmo Pisano (28.946) e Massimo Artini (29.659). Sono  19 quelli che restano 10 mila euro sotto la media (Fantinati, Dall’Osso, Cotti, Del Grosso, Castaldi, Giarrusso, Catalfo, Dieni, Gaetti, Molinari, Cecconi, Cioffi, Mucci, Spadoni, Grande, Rizzetto, Crippa, Terzonie Lezzi).

La media delle spese (che a seconda dei ruoli possono superare i rimborsi standard) è di 71 mila euro ma chi ha usato meno denaro pubblico è il senatore Giuseppe Vacciano (35.500 euro). Sotto la soglia dei 40 mila euro risultano anche Riccardo Fraccaro (36.140), Roberta Lombardi (36.703) e Ferdinando Alberti (39.845). Chi ha impiegato più risorse è Matteo Dall’Osso (quota 106 mila). Con lui sono solo altri 3 i grillini che hanno speso più di 100 mila euro: Gianluca Castaldi (104.376), Vito Crimi (102.825) e Roberto Cotti(100.421). In totale sono 35 coloro che impiegano almeno 10 mila euro più della media, ossia hanno spese superiori a 81mila euro. I 4 citati più Baldassarre, Terzoni, Segoni, Cappelletti, Nesci, De Rosa, Martelli, Santangelo, Bertorotta, Scibona, Prodani, Di Stefano, Bianchi, Cioffi, Pisano, Grande, De Pietro, Mucci, Lezzi, Fattori, Morra, Fantinati, Catalfo, Paglini, Currò, Dieni, Gaetti, Molinari, Giarrusso, Del Grosso e Serra.

Altre curiosità. Il parlamentare che paga di più per l’alloggio è il senatore Carlo Martelli, che ha pubblicato fino a marzo 2014 (ultimo dato disponibile) spese per poco più di 34 mila euro a fronte dei 958 euro impegnati dalla collega Paola Nugnes. In 3 hanno speso meno di 1.000 euro ciascuno per mangiare: Massimiliano Bernini, Cristian Iannuzzi e Roberta Lombardi. I più voraci sono 6 e hanno utilizzato per il vitto oltre 12 mila euro: Bulgarelli (18.200), Catalfo (13.100), Chimienti (12.600), Del Grosso (12.550), Currò (12.300), Dall’Osso (12.100). Per le consulenze sono 80 quelli che impiegano meno di 1.000 euro e 10 che superano i 10 mila, con una punta in Ciampolillo (29.780).

Per i collaboratori i grillini hanno utilizzato 4,59 milioni; i tre parlamentari più generosi sono Dall’Osso (56.747), Fattori (56.322) e Nesci ( 47.804) a fronte di una media di 31.875 euro. Coloro che hanno speso complessivamente meno di 100 euro per l’ufficio sono 51. I parlamentari che hanno utilizzato meno di 100 euro per la voce che comprende pulizie, manutenzione e bollette sono 65, sono 24 quelli che hanno investito meno di 100 euro per gli eventi sul territorio. Queste ultime 3 voci vedono Luigi Di Maio come il più spendaccione. Oltre alle quattro persone dello staff, pagate direttamente da Montecitorio, il vicepresidente della Camera ha investito 11.052 euro per l’ufficio, 3.350 euro per pulizie, manutenzione e bollette di casa, 23.730 euro per gli eventi sul territorio. La spesa media dei suoi colleghi è pari a 873,411 e 1.750 euro.

I parlamentari grillini sono teoricamente obbligati a pubblicare i loro bilanci sul sito Tirendiconto.it.Ma benché il regolamento interno preveda la pubblicazione ogni 3 mesi, il 19 agosto erano presenti per quasi tutti i parlamentari solo i dati relativi al periodo compreso tra marzo 2013 e marzo 2014, con alcune eccezioni. Artini, Cariello, Pinna, Fucksia e Puglia hanno diffuso i loro resoconti solo a dicembre 2013. Mentre Paolo Bernini, Sarti e Catalfo hanno omesso la pubblicazione dei dati di gennaio, febbraio e marzo 2014. Scibona ha pubblicato i dati fino a maggio 2014. Gli unici in regola con il timing, che imporrebbe l’aggiornamento a giugno 2014, sono Massimiliano Bernini, Ferraresi, Gallinella, Lupo e Vacciano.
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Giorgio Lorenzo e Caris Vanghetti  per Panorama
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LUIGI DI MAIO CERCA UN PATTO CON RENZI


“Il patto che proponiamo a Renzi sulla legge elettorale è semplice. Lui vuole che ci sia subito un governo che governi e noi glielo concediamo accettando la legge in funzione per i sindaci: primo turno proporzionale e ballottaggio tra i primi due classificati. In cambio chiediamo l’introduzione delle preferenze e l’esclusione dal Parlamento dei condannati con sentenza definitiva, tranne che per reati di opinione”. Così il Vice Presidente della Camera intervistato da Bruno Vespa.


Luigi Di Maio, 28 anni appena compiuti, vicepresidente della Camera per il Movimento 5 stelle, è uscito trionfatore dall’incontro di Beppe Grillo con i suoi parlamentari lunedì 28 luglio.  Di Maio è il leader della ristretta ala dialogante del Movimento e si temeva fortemente un suo ridimensionamento, visto che dopo le elezioni europee il capo non ha ancora riacquistato il buonumore. Grillo l’ha invece definito “straordinario” mettendo di colpo la sordina alla ribellione che avrebbe fatto a pezzi Di Maio al primo refolo di sconfessione. “Anche noi” riconosce Di Maio “commettiamo errori e determiniamo fraintendimenti e opinioni sbagliate. Ma non è mai venuto meno il sostegno di Grillo e di Gianroberto Casaleggio. Il percorso su riforme e legge elettorale è partito insieme con loro e sarà concluso insieme”.

Non c’è stata nessuna telefonata di chiarimento tra voi prima dell’incontro del 28 luglio?
No e non ce n’era bisogno. Abbiamo scritto insieme le domande a Renzi. Grillo è una persona di cui il Movimento ha grande bisogno. Non mi sarei mai buttato in questa avventura senza la convinzione di marciare insieme con quelli che hanno creato il Movimento. Quanto è successo il 28 luglio è la naturale continuazione di quello che è accaduto nell’ultimo mese e negli ultimi anni.

Non negherà che la vostra base e molti dei vostri parlamentari fossero un po’ nervosi.
Un certo nervosismo è comprensibile. Ma è dipeso in larga parte dalla lentezza di Renzi. È chiaro che se tra un “tavolo” e l’altro passano 25 giorni, qualcuno si arrabbia.

Il dialogo con la maggioranza quindi va avanti?
La lettera che il 28 luglio Renzi ha scritto a tutti i parlamentari è un segnale positivo. Ma dobbiamo vedere come intende procedere.

Il primo contrasto è sui tempi…
Noi proponiamo che la nuova legge elettorale, prima di entrare in vigore, abbia il conforto della Corte costituzionale. È evidente che se la maggioranza intende approvarla tra la prima coppia di letture e la seconda, la nostra richiesta cade.

Sono anche altri, tuttavia, i punti simbolici ai quali il M5s lega la sua battaglia.
È nota la nostra preferenza per un Senato elettivo, ma Renzi non ci sente.

Forse teme che si uccida in culla il nuovo sistema fondato su una sola Camera che fa quasi tutte le leggi.
Paura infondata. Noi abbiamo espresso più volte l’orientamento a superare il bicameralismo perfetto escludendo che il Senato voti la fiducia al governo, ma è una fissazione mediocre quella di voler portare a Palazzo Madama la classe politica più indagata d’Italia.

Lei sa che qui non si passa e reagite con l’ostruzionismo.
Ma quale ostruzionismo? Noi abbiamo presentato 200 emendamenti e sono stati respinti tutti in commissione. Possibile che non ce ne fosse uno buono? Renzi deve guardare piuttosto in casa e a chi, come Sel, è in giunta con il Pd in tutta Italia e ha presentato migliaia di emendamenti. A questo punto il problema non è se il Senato è o no elettivo, ma quello che deve o non deve fare.

Che cosa dovrebbe fare?
Rappresentare una camera di sicurezza per le questioni importanti. Per esempio dovrebbe vagliare le leggi sui diritti, oltre alle leggi di bilancio e ai trattati internazionali. E poi senza il Senato elettivo si rischia di avere una maggioranza diversa rispetto a quella della Camera.

Ma se il centrodestra accusa Renzi di volere un monocolore rosso nelle due Camere…
Adesso forse sarebbe così. Ma tra dieci anni? La verità è che la maggioranza vuole togliere troppe prerogative al Senato. Su questo punto loro sono sordi e il dialogo non si fa con i sordi.

C’è qualche proposta sulla quale la sordità di Renzi possa attenuarsi?
Cominciamo con l’abolizione dell’immunità, tranne che per le opinioni espresse in virtù del mandato parlamentare.

Non c’è il rischio di consegnare il Parlamento alla magistratura?
Oggi l’orientamento delle Camere è di non ravvisare il fumus persecutionis, perché i reati contestati sono quelli legati alla corruzione. Ma tra l’arrivo della richiesta dei magistrati e le votazioni passano un paio di mesi. Largamente sufficienti per scappare o inquinare le prove. Non capisco perché i parlamentari debbano sottrarsi alle regole valide per qualunque cittadino.

Altri punti per un possibile accordo?
Ridurre le firme per indire i referendum e le leggi di iniziativa popolare. Attivare la sfiducia successiva all’elezione come strumento di controllo. E poi c’è il problema dell’elezione del presidente della Repubblica.

Voi temete che la maggioranza se lo elegga da solo…
Se si fanno leggi elettorali molto maggioritarie, questo rischio è scontato. Noi proponiamo che si proceda sempre con la maggioranza dei due terzi.

Non si rischia la paralisi?
Sandro Pertini fu eletto al sedicesimo scrutinio. Questo significa che si possono fare salutari opere di mediazione e favorire un’intesa larga. Oggi purtroppo non è così.

Lei dice che con la vostra proposta Giorgio Napolitano non sarebbe stato eletto? (Di Maio è uomo di mediazione. Non gli va di sparare contro il capo dello Stato come quasi tutti i suoi. Deve parlare per allusioni).
Non lo so. Ma avrebbe potuto esserci un presidente che facesse sintesi dinanzi al muro contro muro che vediamo. Un presidente che avesse una certa visione di governo…

Se aveste eletto Romano Prodi lo scenario sarebbe stato diverso e voi occupereste sulle riforme il posto che oggi occupa Silvio Berlusconi.
Mi permetto di ricordare che Prodi l’ha bocciato il suo partito, il Pd. Noi avremmo voluto una figura che non appartenesse troppo alla storia politica di questo Paese. Un po’ più super partes. (Di Maio vuole ragionare, ma approfitta dell’occasione per mandare al presidente del Consiglio un paio di avvertimenti). Renzi è abituato alla legge dei sindaci. Prende il 60 per cento e minaccia: se cado io, andate tutti a casa. Adesso deve confrontarsi con la democrazia parlamentare. Modificare la Costituzione richiede passaggi delicati, stabiliti da quei padri costituenti che la sinistra invocava ripetutamente quando era Berlusconi a voler cambiare la Carta. Stiamo anche attenti a un altro passaggio: se le riforme costituzionali passano a maggioranza, c’è il rischio che vengano bocciate dal referendum confermativo che non prevede il quorum. E allora si dovrebbe ricominciare tutto daccapo.

A proposito di Berlusconi, se Renzi accettasse la vostra proposta sulle preferenze, romperebbe il Patto del Nazareno.
Francamente certe volte non capisco Forza Italia. Prima qualche apertura, poi una rigida chiusura. Eppoi, per dirla tutta, ho la sensazione che le preferenze e in genere la legge elettorale vengano usate da Berlusconi come contrappesi per altre cose.

Per esempio?
La riforma della giustizia.

Voi non la volete?
Abbiamo aperto un tavolo con il ministro Andrea Orlando per parlare del ripristino del falso in bilancio nella sua interezza. In ogni caso, la nostra legge elettorale è migliore di quella concordata al Nazareno. Noi vorremmo il doppio turno di lista, non quello delle macrocoalizioni che si mettono insieme soltanto per prendere un voto in più. Il Pd si è detto d’accordo, staremo a vedere. Non dobbiamo più consentire che si ripresentino i casi come quelli di Clemente Mastella e dello stesso Gianfranco Fini…

Lei parla di mediazioni, di tavoli, di streaming e Grillo annuncia la “guerriglia democratica” che non è esattamente un salotto di conversazione. Dunque?
Guerriglia democratica significa semplicemente far arrivare ai cittadini il massimo possibile di quel che sta succedendo in Parlamento. Far capire la contraddizione di Renzi che da un lato dice: le riforme non si sbattono in faccia all’opposizione e poi fa bocciare tutti i nostri 200 emendamenti. Questo muro contro muro ci ha fatto perdere soltanto del tempo.

Grande campagna di comunicazione e al tempo stesso volete disintossicarvi dalla televisione?
La televisione non è tossica in sé, ma rischia di diventarlo per quello che riproduce di noi. Nell’ultima campagna elettorale siamo stati troppo presenti in tv con il risultato di determinare un tifo da stadio a nostro favore o contro, senza peraltro la possibilità di approfondire i temi più seri. D’ora in poi utilizzeremo la televisione in modo chirurgico. Ci confronteremo con i cittadini sul territorio e decideremo come e quando utilizzare la televisione: per esempio, trovo molto utile che ci segua quando, come è accaduto a me in Campania, andiamo a visitare aziende in difficoltà.

A questo proposito, alcuni dicono che il governo, e il Paese, avranno un autunno difficile.
Lo penso anch’io. Renzi sta perdendo troppo tempo sulle riforme, mentre ci sono 10 milioni di poveri e 6 milioni di cittadini in povertà assoluta. A fine anno il governo dovrà fare una manovra correttiva di almeno 20-30 miliardi di euro. Il debito pubblico ha toccato il record sotto Renzi, la legge di stabilità di Enrico Letta è stata applicata soltanto al 50 per cento e non ha portato a maggiori entrate. L’aumento delle accise è stato inutile perché azzerato dalla caduta dei consumi. Meglio impegnarsi tutti insieme per superare al più presto lo scoglio delle riforme e distendere gli animi. A settembre ne avremo un gran bisogno.
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GRILLINI IN GUERRA A BRUXELLES


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Scoppia la guerra europea tra i grillini per un seggio a Bruxelles. Lo scorso 18 luglio è stato presentato al tar del Lazio un ricorso per l’annullamento dell’elezione di Marco Zullo al Parlamento Europeoin favore della prima pentastellata non eletta nella Circoscrizione Italia Nord Orientale, Giulia Gibertoni.


Se non si trattasse del Movimento 5 stelle sarebbe una cosa normalissima, il primo dei non eletti che ritiene sbagliato il conteggio delle preferenze chiede ai giudici di fare una verifica sperando di prendere il suo posto. Ma nel partito di Grillo dove la frase “uno vale uno” viene ripetuta come un mantra, per spiegare che è indifferente chi occupa una certa carica l’importante è che ci sia un grillino perché le idee del movimento camminano nello stesso modo sulle gambe di tutti, il ricorso al Tar fa storcere la bocca a molti.

Infatti, la persona che ha fatto ricorso per chiedere il riconteggio delle preferenze non è Giulia Gibertoni (colei che in caso successo otterrebbe il seggio da europarlamentare) ma una cittadina italiana iscritta nelle liste elettorali del Comune di Parma che contesta l’attribuzione di 2 voti in più a Zullo. 

Il problema nasce dal fatto che in un primo momento, subito dopo le elezioni europee del 25 maggio 2014, alla Gibertoni fu comunicato dalla Prefettura di Modena la sua elezione al Parlamento Europeo ma pochi giorni dopo (il 10 giugno) – si legge nel ricorso –  “le veniva comunicato un risultato elettorale completamente diverso in base al quale la signora Gibertoni aveva perso molti voti, fino addirittura ad averne meno del signor Marco Zullo, sino ad allora primo dei non eletti, che per una minima differenza, per soli due voti la sopravanzava”. Così pur non essendo stata la Gibertoni a fare ricorso per annullare l’elezione di Zullo, in caso di accoglimento della richiesta sarebbe costei a beneficiare del giudizio.

Dal Movimento 5 Stelle a Bruxelles non trapelano commenti ufficiali ma dai territori di provenienza di Zullo e Gibertoni i malumori sono forti, al punto che diversi attivisti grillini del Friuli Venezia Giulia fanno notare che “se, dopo l’avvicinamento contradditorio che ha visto il M5S, prima contro ogni dialogo col Pd, chiedere il confronto politico dopo i risultati delle europee, decade anche il caposaldo che 1 vale 1 a suon di carte bollate è meglio ammainare la bandiera e andarsene a casa, il Movimento è finito”.

E rincarano la dose dicendo: “se Grillo non prenderà posizione subito, dando un segnale netto risolvendo da subito questo caso sarà spaccatura”

Ma visto che è difficile che l’ex comico prenda una posizione ufficiale su questa querelle non resta che aspettare la pronuncia dei giudici, e “la prima udienza – spiega Marianna Caretti, uno degli avvocati che ha firmato il ricorso – è stata fissata davanti al Tar del Lazio il 4 dicembre 2014”.
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Caris Vanghetti per Panorama
Attualità, Politica

I GRILLINI NON CONTERANNO NULLA IN EUROPA

grillo-vinciamopoi-matteoderricoCosa può fare un parlamentare a Bruxelles se il suo partito non fa parte di nessun gruppo? Poco o niente, in concreto. In pochi lo dicono, ma il Parlamento europeo ha un funzionamento che risulterà indigesto a chi, come Beppe Grillo, voleva “aprirlo come una scatola di würstel”.

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Attualità

ECCO COME SI ORGANIZZA UNA CORDATA GRILLINA PER SCEGLIERE IL CANDIDATO ALLE EUROPEE

cordata-Grillina-per-europee1-matteoderricoNuova grana sulle elezioni che hanno portato alla scelta dei candidati del Movimento 5 Stelle alle europee; questa volta si tratta di un gruppo di attivisti pentastellati della Calabria che, contro ogni etica movimentista, si è organizzato fare una combine per eleggere il proprio candidato. Per ragioni di privacy non possiamo pubblicare i nomi e i numeri di telefono relativi ai messaggi che pubblichiamo e che provano come questo gruppo abbia lavorato nell’ombra per scegliere e portare avanti il suo candidato.

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Attualità

BEPPE GRILLO COME L’UOMO QUALUNQUE

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La parabola di Beppe Grillo sta prendendo sempre più le sembianze di quella del qualunquista per antonomasia, l’ex commediografo Guglielmo Giannini, ideatore dell’Uomo Qualunque. Continua a leggere “BEPPE GRILLO COME L’UOMO QUALUNQUE”

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BEPPE GRILLO E LE VACANZE VALTUR

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La copertina di Panorama in edicola dal 27 giugno, dedicata a Beppe Grillo ed alle vacanze “scontate”

Nel numero di Panorama in edicola da domani, 27 giugno, le ultime sull’inchiesta delle ferie (gratis o super scontate) per i vip. Continua a leggere “BEPPE GRILLO E LE VACANZE VALTUR”