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LA BRUTTA FIGURA DEI GRILLINI SUL VOLO DI STATO DI RENZI


Il Movimento 5 Stelle, per bocca del deputato Paolo Romano, ha ottenuto e pubblicato i piani di volo che riguardano il viaggio del presidente del Consiglio Matteo Renzi da Tirana ad Aosta, effettuato utilizzando un volo di Stato che sarebbe stato dirottato a Firenze per caricare la famiglia del premier.

Romano ha pubblicato anche uno screenshot di una mappa radar, da cui si può notare immediatamente che qualcosa nella ricostruzione del grillino non quadra: l’aereo del premier non è infatti un Falcon 900, che ha la sigla F900, come dichiarato dal deputato a 5 stelle, bensì un Airbus 319, come si nota dalla sigla A319.

 

I piani di volo sono ancora più chiari nel dimostrare che l’onorevole Romano mente o non sa di cosa sta parlando, e sperava forse che nessuno si sarebbe preso la briga di controllare quella giungla di codici, peraltro subito dopo i bagordi di Capodanno, per giunta in un weekend lungo. Ma quella giungla di codici è in realtà molto facile da leggere, almeno nelle sue informazioni più basilari.

Ogni piano di volo indica, tra le molte altre cose, da quale aeroporto un velivolo parte e dove deve arrivare: partenza e destinazione sono indicati attraverso codici ICAO, e per la precisione LIMW indica l’Aeroporto di Aosta, LIRA quello di Roma-Ciampino, LATI quello di Tirana e infine LIRQ quello di Firenze-Peretola.

Chiarito ciò, è facile ricostruire il viaggio fatto da Renzi il 30 dicembre leggendo i sei file pubblicati: l’aereo Airbus 319, uno dei tre utilizzati per i “voli blu”, parte (tecnicamente inizia il rullaggio, l’orario è evidenziato dalla sigla EOBT) da Tirana alle 16:30 e arriva a Ciampino; alle 18:01 un Falcon 900, un velivolo più piccolo rispetto all’Airbus 319, parte da Ciampino, destinazione Aosta; alle 19:10 un F900 ritorna a Ciampino.

Altri due file mostrano un F900 che parte da Peretola e giunge ad Aosta alle 19:29 e sempre un F900 che da Aosta torna a Ciampino: si può presumere che il primo volo riguardi i familiari di Renzi, che sono sottoposti agli stessi protocolli di sicurezza del premier. Il sesto file mostra invece il viaggio di andata da Roma a Tirana.

A dispetto di quanto dichiara Romano, insomma, Renzi non ha dirottato un Airbus 319 da Tirana a Firenze, bensì è atterrato a Roma, ha cambiato aereo (più piccolo) ed è andato in vacanza. Questo stando ai piani di volo. La mappa radar, invece, mostrerebbe un Airbus 319 che parte da Firenze e va ad Aosta, ma lo stesso deputato parla di un errore nella mappa stessa. Peccato non si accorga del problemuccio: Renzi parte da Tirana con un Airbus 319 (come dicono i piani di volo), come avrebbe tale aereo a “trasformarsi” in un Falcon 900 durante il volo?

C’è poi un’altra questione: si è trattato di uno spreco? Renzi poteva prendere un treno o andare in macchina fino ad Aosta? Certo, ma sarebbe costato di più, perché Renzi avrebbe dovuto muoversi con tutta la scorta per effettuare un viaggio di durata ben più lunga, utilizzando mezzi (come il treno) o infrastrutture (come le autostrade) aperte al pubblico. Peraltro, scrive Aosta Oggi, il volo è stato utilizzato per testare la sicurezza dello scalo in notturna. L’utile e il dilettevole, insomma.

Se proprio i grillini volevano polemizzare, avrebbero potuto attaccare la solita verve parolaia del premier, il quale il 18 febbraio scorso, durante le trattative per la formazione del governo, diceva che «A me la scorta non mi garba» e che voleva continuare a girare con Giulietta e bicicletta (girando costantemente senza scorta avrebbe però infranto protocolli di sicurezza, mettendo a rischio la sua incolumità e non solo, e si suppone che questo abbia convinto Renzi ad accettare la scorta).

Insomma i grillini hanno preferito fare l’ennesima brutta figura dettata dalla fretta (e dall’ignoranza), invece di fermarsi a riflettere. Ma non è finita qui: Romano osa addirittura invocare il presidente della Repubblica Sandro Pertini, il quale almeno nell’immaginario collettivo fu un buon presidente, ma usava le risorse dello Stato in modo piuttosto allegro.

Nel 1984 spedì un elicottero dei Carabinieri a prelevare a Cortina la sua amica Dianne Feinstein, sindaco di San Francisco; Giorgio Bocca, inoltre, affermava nel suo libro “Il Provinciale” (pag. 236) che Pertini gli inviò un messaggio da Roma a Milano “utilizzando” un maresciallo dei Carabinieri in motocicletta. Ma cosa sono seicento chilometri per un Carabiniere?

Forse è il caso di parlare di meno e studiare di più. Ma questo non vale solo per i grillini.

(Ah, probabilmente Paolo Romano e il controllore di volo [o comunque quello che gli ha fornito tali informazioni] hanno commesso qualche reato. Ma è un dettaglio che non fa ridere, e lo aggiungiamo solo per dovere di completezza).
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Giovanni De Mizio per International Business Times

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GRILLO, IL MIGLIOR ALLEATO DI RENZI


Il miglior alleato di Matteo Renzi non è Angelino Alfano con il suo Nuovo centrodestra. E nemmeno Silvio Berlusconi, che pure con il presidente del Consiglio ha un accordo di ferro per fare le riforme ed eleggere il capo dello Stato. Né si può dire che lo sia Massimo D’Alema, il quale a dire la verità ogni volta che parla e manifesta altezzosamente il suo disprezzo nei confronti del Rottamatore gli fa guadagnare voti.


No, il miglior alleato del premier è senza ombra di dubbio Beppe Grillo. Nessuno più dell’ex comico ha infatti versato quest’anno un tributo così elevato di parlamentari. Certo, da quando è iniziata la legislatura, tanti onorevoli hanno cambiato casacca, passando dall’opposizione alla maggioranza. Ma da quando Renzi ha fatto il suo ingresso a Palazzo Chigi gli esodi si sono verificati soprattutto fra gli esponenti del Movimento Cinque Stelle. Con l’uscita, registrata ieri, di Cristian Iannuzzi, Ivana Simeoni e Giuseppe Vacciano salgono a 26 i parlamentari grillini che hanno voltato le spalle a Grillo per accasarsi nel gruppo misto.

È vero, alcuni più che andarsene sbattendo la porta sono stati sbattuti fuori dalla porta, dopo una specie di processo sommario in Rete. Tuttavia, di chiunque sia stata la prima mossa, resta il fatto che quasi un quarto della forza eletta alla Camere con un programma di cambiamento dopo meno di due anni ha ottenuto un solo cambiamento: quello della maglietta che indossa.

Sarà per colpa dell’assenza di una regia e di una linea definita, sarà per via delle decisioni calate dall’alto da un direttorio assai misterioso di cui fanno parte il capo e il suo consigliere, sarà per il taglio secco agli emolumenti che costringe gli onorevoli a rinunciare a buona parte del proprio stipendio, sarà perché il Movimento Cinque Stelle fin dal suo esordio parlamentare ha scelto la strada di non collaborare con nessuno dei partiti presenti sulla scena politica, sta di fatto che giorno dopo giorno Grillo perde i pezzi e li regala a Matteo Renzi.

Volenti o nolenti, più l’ex comico e i suoi pretoriani alzano la voce e rifiutano ogni contaminazione con le forze di maggioranza e più si infoltisce la pattuglia di coloro i quali abbandonano il movimento per correre in soccorso del vincitore. Paradossalmente, senza fare sforzi e soprattutto senza fare concessioni, il presidente del Consiglio vede ampliarsi l’area della sua maggioranza.

Anche se i fuoriusciti fanno di tutto per non dichiararsi ufficialmente a favore del governo, temendo di essere etichettati una volta per sempre traditori, è evidente che la maggioranza a favore del premier è in definitiva il loro punto di approdo. Del resto non potrebbe che essere così. Se vogliono avere un ruolo, se intendono avere un futuro politico, i dissidenti non hanno altra strada che cercarne una che porti al Pd.

Magari lo sbocco non prevedrà un ingresso ufficiale nel partito, ma diciamo che una lenta marcia di avvicinamento è in atto e prima della fine della legislatura potremmo avere delle novità. Se al gruppo che arriva dal Movimento Cinque Stelle si aggiunge la squadretta che proviene da Sinistra ecologia e libertà dopo aver mollato Nichi Vendola al proprio destino di ex governatore, si capisce che per il futuro Matteo Renzi non ha davvero motivo di preoccuparsi.

L’economia potrà andare male, il Pil salire e il numero di occupati scendere, ma al presidente del Consiglio non verranno a mancare i voti per restare a galla. Anche se una parte del Pd, quella più radicale, decidesse di rompere con il segretario per dar vita a una nuova formazione politica (ipotesi di cui molto si parla sui giornali ma poco riscontro ha nella pratica), il capo del governo non incontrerebbe molti problemi, perché i contestatori verrebbero rimpiazzati facilmente con un nuovo gruppetto di sostenitori.

Ventisei onorevoli pronti a soccorrere il governo non sono pochi, ma se Beppe Grillo si applica ancora un po’ e non riesce a tenere unite le sue truppe, la diaspora potrebbe proseguire. Non a caso c’è chi parla di altri dieci parlamentari già sulla rampa di lancio, pronti ad atterrare nei territori della maggioranza.

Una fuga che in questo momento pare inarrestabile, tanto inarrestabile da farci concludere che di questo passo Grillo diventerà per il presidente del Consiglio il principale donatore di sangue. Senza il suo apporto, nei prossimi mesi Renzi avrebbe potuto incontrare qualche difficoltà e perfino essere costretto ad andare alle elezioni, ma con i nuovi rinforzi può guardare più sereno al proseguimento della legislatura. Al diavolo Pippo Civati e perfino Stefano Fassina: fuori c’è la fila di chi vuol prendere il loro posto.
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Maurizio Belpietro per Libero Quotidiano
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I 5 STELLE SI ALLEANO COL NEMICO

Mercoledì i grillini auguravano un tumore ai figli dei democratici. Tutto dimenticato.

Ieri Pd e M5S si sono usati la cortesia di eleggersi vicendevolmente i candidati alla Corte Costituzionale e al Csm, in vista di una più vasta alleanza sulla futura legge elettorale.

È questa la materia di cui è fatta la politica. Ma certo ci vuole un fisico bestiale e/o la memoria molto labile per mandar giù così anni di contumelie grilline. Ancora mercoledì sera qualche senatore dem raccontava a Repubblica che i colleghi pentastellati avrebbero augurato un tumore ai loro figli secondo uno stile un filino sopra le righe che è proprio del duo G&C e dei loro followers . Ma almeno Grillo ravviva il tutto con l’ironia acida del mestierante. Per lui Renzi è stato, ancor prima di diventare premier, «ebetino» (si trova traccia di questo appellativo sin dal 2009), il «pollo che si crede un’aquila», il «fantasma di un ex sindaco» che si aggira «in una Firenze strangolata dei debiti». Grillo gli ha diagnosticato addirittura l’«invidia penis» per il programma elettorale del MoVimento 5 Stelle. Sublime la poetica dadaista di questa immagine: «Hanno bussato alla porta e non c’era nessuno. Era Matteo Renzi». E quando Renzi si presentò dalla De Filippi disinvolto con il suo giubbotto di pelle, aggiungere una «e» alla fine del cognome fu un attimo. Era nato «Renzie».

Naturalmente l’ascesa dell’ex sindaco di Firenze è andata di pari passo con un’ escalation dell’offesa un tanto al chilo. Grillo preparò il confronto in streaming dello scorso febbraio durante il trasloco di Renzi a Palazzo Chigi definendo questi il «vuoto assoluto», un «cartone animato», uno «mandato al governo dalle banche», un «Arlecchino con due padroni: De Benedetti e Berlusconi». Poi, durante il confronto, un nuovo assalto verbale: «Qualsiasi cosa dici non sei credibile», «fai il giovane ma non lo sei», «sei una persona buona che rappresenta un potere marcio».

Una palette di contumelie che fa sembrare scarno il pur ricco campionario di insulti riservato al predecessore di Renzi, quel Pierluigi Bersani così antropologicamente diverso eppur ugualmente preso di mira attingendo al repertorio pop dei fumetti («Gargamella»), dell’horror alla Romero («è quasi un morto», con l’ upgrade «morto che parla») e del più rassicurante cinepanettone («ha la faccia come il culo»). Ma Grillo ha trovato tempo e modo per prendersela anche con Romano Prodi («Alzheimer»), con Walter Veltroni («Topo Gigio»), con Giorgio Napolitano («Morfeo») e Piero Fassino («a furia di frequentare salme si diventa salma»), mentre c’è da dire che è stato insolitamente lieve con quel Bot della risata per due generazioni di umoristi a corto di talento che è Rosy Bindi: «Problemi di convivenza con il vero amore probabilmente non ne ha mai avuti», è tutto quel che la senatrice Pd ha ispirato al genio di Grillo. Deludente, no?

Purtroppo il M5S è pieno di cattivi imitatori di Grillo, come dimostra il caso del cittadino deputato Massimo De Rosa, che qualche tempo fa, nella gazzarra seguita all’occupazione della commissione Giustizia da parte dei suoi, così zippò il curriculum vitae delle parlamentari Pd: «Sono arrivate qui soltanto perché capaci di fare i p… ni». E pensare che le malcapitate non stavano nemmeno mangiando un gelato.
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I VOTI DELLA FORNERO CHE NON RICORDA GLI ESODATI


All’Università di Torino dove insegna Economia Politica, è stato chiesto all’ex ministro del Welfare Elsa Fornero cosa ne pensa del Jobs act e che voto darebbe a Matteo Renzi

L’accademica non si è tirata indietro: “Se fossi in università, a Renzidarei 18 sulla fiducia perché si vede ancora molto poco. Quanto all’articolo 18, nonostante ci sia tanta ideologia la questione non è un falso problema. L’articolo 18 è una salvaguardia”.

A Giorgio Gandola, direttore de L’Eco di Bergamo, deve essere sembrato davvero troppo, considerando qualche non trascurabile dimenticanza della sua riforma del lavoro. Come non ricordare, a proposito di pensioni, il dramma dei 390mila esodati?

Del governo Monti ricordiamo tre punti fermi: la spremitura intensiva degli italiani, il loden ed Elsa Fornero, nota a sua volta per i foulard, la furtiva lacrima e la cattiva memoria.
 
Da ministro del Lavoro si dimenticò di pensionare 390.000 italiani che rimasero nel limbo scomodissimo di chi non ha ancora l’assegno di quiescenza e non più uno stipendio da lavoro dipendente dopo aver versato regolarmente per anni i sacrosanti contributi.

Li chiamarono «esodati», fecero tremare il governo, poi al ministero risolsero il problema caricando i costi del pasticcio sulla previdenza futura. Ancora oggi ci sono persone che non sono riuscite a sfuggire a quella maldestra legge.

Per questo risulta curiosa la sicurezza con cui Elsa Fornero oggi giudica i provvedimenti del governo Renzi, che sarà anche affetto da annuncite, ma non è ancora riuscito nell’impresa di mettere in mezzo (letteralmente in mezzo) a una strada un certo numero di cittadini.

Chiamata in causa sul Jobs act, la docente di Economia politica all’Università di Torino ha così risposto: «Se fossi in università, a Renzi darei 18 sulla fiducia perché si vede ancora molto poco. Quanto all’articolo 18, nonostante ci sia tanta ideologia la questione non è un falso problema. L’articolo 18 è una salvaguardia».

Certamente una salvaguardia più concreta di quella che lei ha saputo offrire agli esodati. Il che dimostra che si può creare disoccupazione anche con l’articolo 18 in vigore. Oggi in Italia il problema non sono le prediche, sono i pulpiti. (Giorgio Gandola, L’Eco di Bergamo)
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GRILLO, L’INCOERENTE


Beppe Grillo è disposto a una ‘tregua’ con la minoranza del Pd pur di “mandare a casa” il governo Renzi.

“Renzi sta riuscendo dove non sono riusciti Monti e Berlusconi, sta trattando la Cgil come uno straccio per la polvere: compagni del Pd cosa aspettate ad occupare le sedi e far sentire la vostra voce?”. E’ quanto sottolinea un post sul blog di Grillo: la battaglia per l’art. 18 è “l’occasione per mandare a casa Renzi”.

“Lo scontro che si sta profilando” sul Jobs Act, si legge nel post firmato dall’ideologo del M5S, Aldo Giannulli, “impone che abbiamo tutti molta generosità, mettendo da parte recriminazioni pur giuste, per realizzare la massima efficacia dell’azione da cui non ci attendiamo solo il ritiro di questa infame “riforma”, quanto l’occasione per mandare definitivamente a casa Renzi: con l’azione parlamentare e con l’azione di piazza, con gli scioperi, spingendo la minoranza Pd a trarre le dovute conseguenze di quanto accade”. 
Anche perché, si spiega nel post intitolato ‘La battaglia per l’art.18’, ora “quello che conta di più è il senso politico generale dell’operazione” del governo, “avviare una nuova offensiva di ampia portata contro il lavoro e le sue garanzie. Dopo verrà l’attacco all’illicenziabilità della Pa, l’ulteriore taglio dei salari, l’ulteriore dequalificazione della forza lavoro e la definitiva espulsione del sindacato alle aziende. Tappe che vedremo succedersi rapidamente, una volta ottenuta la legittimazione di una vittoria sulla questione dell’art. 18: quello che conta qui, più che la questione in sé, è la sua valenza simbolica”.
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CASALEGGIO INSIEME AI “BANCHIERI MASSONI”, RENZI NO


Che un giovane Presidente del Consiglio partito lancia in resta contro i «salotti buoni» decida di disertare il tradizionale appuntamento di Cernobbio – vero e proprio attico con terrazza della finanza italiana – può far storcere il naso ma, come si dice, ci sta. Ci sta forse meno il fatto che – per il secondo anno consecutivo – ormeggi sulle sponde del lago di Como Gianroberto Casaleggio, mente informatica di un movimento il cui leader non fa mistero di considerare i banchieri dei volgari truffatori (epiche le sue battaglie contro i vertici di Mps) e il mondo dell’economia e della finanza, più in generale, un’accozzaglia di massoni, con tanto di cappuccio e grembiulino.


Ma in fondo, se lo si assume come ennesimo cortocircuito di certi populismi nostrani, può starci anche questo. 

E’ vero che Matteo Renzi non è più lo scapestrato sindaco di Firenze e che polverose regole di galateo politico avrebbero consigliato una sua presenza a Cernobbio: ma almeno due circostanze rendono invece coerente la sua discussa scelta.  

La prima – forse meno rilevante – la potremmo definire di carattere storico-personale: Renzi sul lago non c’è mai andato, non ha mai frequentato i cosiddetti «salotti buoni» e quei salotti non lo hanno mai apprezzato, in ragione del suo modo spiccio di far politica . «Ci considerano dei barbari», ha confessato al tempo della scalata avviata col suo piccolo esercito di «rottamatori». 

Certo ha qualche simpatia e qualche amicizia personale in quel mondo, ma si tratta – naturalmente – di rapporti «scandalosi» e criticati: le cene con Davide Serra, i pranzi con Flavio Briatore, allo stadio con quell’altro panzer di Diego Della Valle. Poca roba, però: e insufficiente a ridurre le distanze da un universo che non ama e dal quale non è stato mai amato. Questa prima circostanza, è un’ottima premessa – diciamo così – per introdurre la seconda spiegazione ad un’assenza altrimenti incomprensibile. 

I «salotti buoni» e le «élite» economiche-culturali del Paese (da certi industriali ai «professoroni», per capirci) sono diventati, da un po’ di tempo, il nuovo nemico di Matteo Renzi, un leader che fin dai tempi dell’assalto alla Provincia di Firenze ha sempre nutrito la sua politica e il suo «populismo democratico» con l’assalto ad un nemico: in origine i Ds «arroganti», poi i vertici («bolliti») del Pd, quindi la «casta» da rottamare e, rottamata quella, ecco i gufi, i rosiconi e gli animatori dei «salotti buoni». 

Un nemico sempre e comunque, insomma: per dare un credo alle truppe, sostanziare una causa e magari parlar d’altro, in una finora efficacissima opera di distrazione di massa. E i nemici, naturalmente, sono sempre populisticamente impopolari: quanti cittadini elettori, infatti, possono considerare le élite economico-finanziarie del Paese incolpevoli per la situazione in cui versiamo? 

Detto questo, sarebbe però un errore non vedere un altro aspetto del modo di far politica di Renzi, che l’assenza da Cernobbio conferma in maniera evidente: una certa allergia ad esser «sponsorizzato» e la riproposizione di quel che un tempo (con qualche approssimazione) veniva definito il «primato della politica». L’unica chiamata estiva alla quale il premier ha risposto è stata quella dei boy scout a San Rossorre: niente Cernobbio oggi, e niente Meeting di Cl, ieri. «Non mi lascio né intimidire né condizionare», ama ripetere Renzi: a maggior ragione da quelli che uno stesso dirigente Pd (non renziano) definisce «luoghi della politica morta»… 

Più difficile dire, invece, che idea abbia del Forum Ambrosetti Gianroberto Casaleggio, detto il guru, che l’anno passato intrattenne la platea con una contrastata lezione sulle sorti magnifiche e progressive di Internet. Ci torna per la seconda volta: e non per lanciare pietre, come suggeriva l’anno scorso qualche militante grillino in rete. Partecipa nelle vesti di presidente della «Casaleggio Associati» o di numero due del Movimento? Poiché scindere le due parti in commedia è difficile, anche la risposta è complicata. 

Comunque, nella gara ingaggiata con Renzi a chi è più antisistema, stavolta i Cinque Stelle perdono per distacco. Eppure per il Movimento – e per lo stesso sistema politico – potrebbe non essere un male. Infatti, se la tanto invocata «costituzionalizzazione» dei Cinquestelle avesse come passaggio obbligato la presenza del guru a Cernobbio (tra massoni e truffatori…) anche i più scettici applaudirebbero convinti. Ma è poi così? Nel pendolo responsabili-irresponsabili di un Movimento disposto a dialogare con Farage, i jiadisti e ora i «banchieri massoni», ma non col governo italiano, il dubbio è lecito: tocca a loro, a Grillo e Casaleggio, dimostrare che la lezione del voto europeo non è arrivata invano. 

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Federico Geremicca per La Stampa
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SANSONETTI: GRILLO E I MAGISTRATI RIFIUTANO LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA


Piero Sansonetti, direttore del quotidiano Il Garantista, intervistato da Pietro Vernizzi per Il Sussidiario, dice la sua sul M5S e la riforma della giustizia:


“Come vede questo scontro tra M5S e Renzi sulla riforma della giustizia?

Il M5S non ha nessun motivo per volere una riforma della giustizia. Qualora si dovesse fare, e non si farà, una riforma della giustizia ridurrebbe il potere dei magistrati.

Il M5S è il nuovo partito dei giudici come era l’Italia dei Valori?

C’è una differenza radicale tra Grillo e Di Pietro. L’Italia dei Valori era un partito legato a magistratura e legalità in modo molto organico. Il M5S invece è contemporaneamente un movimento legalitario, ma anche anarchico e a volte fascista. E’ difficile definirlo come il partito dei giudici, perché la sua ideologia non si caratterizza in questo modo. Mentre il Fatto Quotidiano è il giornale “Law and Order”, “Legge ed Ordine”, reazionario e legalitario, nel M5S è difficile trovare tutto ciò. Il movimento di Grillo è legalitario ma anche sovversivo.

Tra i partiti d’opposizione, solo Forza Italia sta collaborando con il governo sulla riforma della giustizia. Era una cosa prevista dall’accordo del Nazareno?

Non era una cosa prevista dal Nazareno, che non è un protocollo. Sicuramente l’accordo del Nazareno ha aperto una collaborazione tra Forza Italia e il Pd che poi è continuata. L’incontro tra Renzi e Berlusconi ha messo in moto un processo, cioè una collaborazione tra la principale forza di governo e una delle due forze di opposizione. Me lo lasci dire, vedere patti segreti ovunque è una boiata, altrimenti si arriva a dire, come ha fatto Davide Bono del M5S, che il giornalista americano James Foley è stato ucciso per fare un piacere a Renzi che doveva visitare l’Iraq.

Perché prima ha detto che la riforma della giustizia non si farà?

Perché vi si oppone la forza politica più influente presente nel nostro Paese, cioè l’Associazione Nazionale Magistrati. Sul fatto che non si farà nessuna riforma della giustizia sono pronto a scommettere anche cifre molto alte.

Processi civili più rapidi toglierebbero potere ai magistrati?

Sì, e del resto una riforma della giustizia non si può fare senza togliere potere alla magistratura. I giudici hanno in mano tutto, possono fare i processi a chi vogliono, farli o non farli, farli durare tanto o poco. Quando la magistratura ha deciso che avrebbe condannato Berlusconi in due anni ci è riuscita tranquillamente. I processi in Italia non sono lunghi o brevi, ma come i giudici vogliono che siano, e questo è un potere enorme.

Che cosa accadrà a Renzi se insisterà sulla riforma della giustizia?

Renzi non è uno sprovveduto, e non insisterà affatto sulla riforma della giustizia.

Perché allora il premier ha detto che è la nuova priorità, tanto da dire che se ne parlerà nel consiglio dei ministri del 29 agosto?

Se ne parlerà anche molto a lungo, ma alla fine non si farà nulla. Renzi ha un problema di rapporti con Berlusconi. Il Cavaliere vuole la riforma e gliela chiede, e il premier deve in qualche modo traccheggiare. Renzi deve trovare il modo per liberarsi della riforma, per allontanarla, per spostarla senza rompere con Berlusconi.”


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QUANDO GRILLO AMAVA IL NOTOPREGIUDICATO


Il vicepresidente della Camera il grillino Luigi Di Maio per giustificare il rifiuto di incontrare il ministro Orlando ha scritto: “Niente lezioni dal compare del notopregiudicato”. “Oggi Renzi vuole fare la riforma della giustizia con chi ha sempre cercato di affossarla? Noi no.”


Eppure, c’era un tempo in cui Beppe Grillo, il comico leader del Movimento 5 Stelle che lotta come un leone contro il Cavaliere, ebbe la pazza idea di amare Silvio Berlusconi
Sembra incredibile, ma è così: nel 1993 voleva addirittura andarlo a votare. Sì, voleva mettere la sua “ics” sulla crocetta della Forza Italia di quel Silvio che scendeva in campo la prima volta. Il grido di battaglia di Grillo? “Evviva gli imprenditori. Ecco perché sono contento che è venuto fuori Berlusconi. Lo voglio andare a votare”. Oggi il ritornello del comico e, naturalmente, dei 5 Stelle è ben diverso. “Evviva gli imprenditori”.

Evviva la coerenza di Grillo…

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GRILLO COPIA IL TELEGRAPH: “FUORI DALL’EURO”

“Subito fuori dall’Euro”. Beppe Grillo, con un titolo che suggerisce l’uscita dell’Italia dall’Eurozona, rilancia un lungo articolo del Telegraph, in cui dopo una lunga analisi dell’economia italiana e dei suoi rapporti con quelle europee suggerisce che “questa volta potrebbe non essere così evidente che il Paese voglia essere salvato alle condizioni europee”. 

“Renzi” si legge nell’articolo del quotidiano inglese rilanciato da Grillo “può giustamente concludere che l’unico modo possibile per adempiere al suo compito di un Risorgimento per l’Italia, e costruirsi il proprio mito, è quello di scommettere tutto sulla lira”.


L’articolo che
 Grillo ha citato nel suo intervento è firmato da Ambrose Evans-Pritchard, firma del Telegraph e convinto anti europeista della prima ora. Il titolo è: L’Italia di Renzi deve tornare alla lira per mettere fine alla depressione . Senza giri di parole, Evans- Pritchard invita il premier italiano ad abbandonare la moneta unica se vuole veramente dare vita al suo “Risorgimento”. In un commento pubblicato sul quotidiano britannico, Evans-Pritchard scrive che “l’Italia è in depressione da almeno sei anni. L’apatia è stata punteggiata da falsi risvegli, ogni volta sopraffatti dai dilettanti della moneta a capo delle politiche dell’Unione monetaria”. Per il giornalista è “un fatto incontrovertibile che i 14 anni di disastro italiano coincidano con l’adesione alla moneta unica”.

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NAPOLITANO ‘COMMISSARIA’ RENZI. TORNA L’IPOTESI DELLA MANOVRA BIS


È una vera e propria convocazione quella del Capo dello Stato, che si prepara all’imminente incontro con il premier al Colle. Al Presidente non è piaciuta l’uscita di Renzi contro la Troika e Bruxelles. Non solo. Napolitano vuole anche capire come il governo intenda evitare di sforare i parametri Ue e non è escluso che faccia pressioni per una manovra correttiva. Che cosa farà il leader del Pd? Scontro istituzionale in vista?


E’ imminente la salita di Matteo Renzi al Quirinale. Quella del Capo dello Stato è una vera e propria convocazione, tanto che il premier non si aspettava un faccia a faccia con il presidente della Repubblica. Secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it, Giorgio Napolitano non ha gradito affatto l’uscita del primo ministro contro la Troika, la Bce e l’Unione europea. “Non bisogna alimentare tensioni con i partner Ue”, avrebbe confidato il Presidente ai suoi più stretti collaboratori commentando l’uscita “fuori luogo” del leader del Partito Democratico.
 

Ma l’incontro, che si preannuncia teso, arriva anche all’indomani della durissima mazzata di Moody’s sul nostro Paese: nel 2014 la crescita sarà negativa e quindi l’Italia non uscirà dalla recessione. Napolitano, che tiene moltissimo ai rapporti con le istituzioni comunitarie, vuole sentire da Renzi come intende mantenere gli impegni con Bruxelles alla luce del Pil negativo. Il rischio di sforare il 3% nel rapporto deficit-Pil starebbe spingendo il Capo dello Stato a chiedere al premier di rivedere la sua chiusura nei confronti della manovra correttiva.
 

Non possiamo permetterci di litigare con l’Europa“, è il ragionamento di Napolitano. A questo punto bisogna vedere che cosa farà Renzi, che sulle riforme costituzionali ha elogiato la “lungimiranza” del Presidente, ma sui conti pubblici potrebbe tenere il punto e ribattere al numero uno del Quirinale. Per il momento resta soltanto sullo sfondo l’ipotesi di un rimpasto (Padoan a rischio?) e quella di un rilancio delle larghe intese con un eventuale ingresso di Forza Italia nell’esecutivo.

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